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Il Paradiso degli Orchi
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INTERVISTE

Angelo Morino

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Per ormai consolidata abitudine, gli Orchi chiedono ad ogni loro ospite di presentarsi. Vuole fornirci una Sua breve biografia?



Sono nato in Val di Susa, poco lontano dal confine con la Francia. Fin da ragazzino, guardavo più dalla parte di Parigi che da quella di Roma. È il francese la lingua straniera con cui mi sono familiarizzato prima, presente già nei suoni del dialetto che sentivo parlare intorno a me. Se poi all'università, a Torino, ho cominciato a occuparmi di letteratura ispanoamericana e mi ci sono laureato, è stato più o meno per caso. Negli anni settanta, la novità era quella – il romanzo ispanoamericano – e io mi sono sempre lasciato attrarre dalle novità, nel bene come nel male. Lo spagnolo l'ho imparato all'università e poi trasferendomi a Barcellona. La Barcellona postfranchista, che riprendeva a muoversi dopo la lunga stasi a cui era stata costretta. Ho tradotto oltre cento libri, principalmente dallo spagnolo, ma anche dal francese, dal portoghese e dal catalano. Uno anche dall'inglese, lingua che conosco solo approssimativamente, e l'ho firmato con uno pseudonimo. Molti di questi libri, però, non li ho solo tradotti in italiano. Li ho anche introdotti in Italia, li ho fatti conoscere e pubblicare. Così è stato, agli inizi, nel caso del Bacio della donna ragno di Manuel Puig, di cui nessuna casa editrice voleva farsi carico tanto lo trovavano scandaloso, improponibile. E lo stesso vale, in tempi recenti, ma senza nessuno scandalo, per i libri di Roberto Bolaño. Mentre traducevo, ho fatto carriera accademica, passo per passo, cosa che non andava d'accordo con l'attività di traduttore. Mi sgridavano, mi dicevano che sprecavo il mio tempo. Un professore universitario non si sporca le mani traducendo libri. Li commenta, li glossa, li analizza, ma non li traduce. Ho anche scritto qualche libro, parecchi saggi brevi su argomenti letterari. Oggi sono quello che si chiama un "professore ordinario", un cattedratico, sempre a Torino, e continuo a insegnare letteratura ispanoamericana, con qualche perplessità. Non saprei dire se la perplessità è nei confronti della letteratura ispanoamericana o di me stesso. Quanto a tradurre, lo faccio molto meno di anni fa. Da quando ho pubblicato il mio primo libro di narrativa, nel 2002, fatico di più e lo faccio peggio.



Si può dire che il Suo Rosso taranta illustra, ripercorre e aggiorna "La terra del rimorso", il classico studio etnologico di De Martino, riscrivendolo dalla parte dei soggetti della ricerca - come redigere un manuale di psichiatria dalla parte dei matti?



La prima volta in cui ho pensato di utilizzare miei appunti presi durante il viaggio nel Salento del 2001, è stato quando cercavo un finale per il mio libro precedente, In viaggio con Junior. Che è un romanzo travestito da diario. Volevo che i due personaggi finissero in un paesaggio tra realtà e immaginario, come perduti alla fine del mondo. Ma mi sono accorto in fretta che questa soluzione – usare gli appunti del viaggio nel Salento per elaborare un finale – non chiudeva il libro, tutto il contrario. Così, ho cercato un'altra soluzione. In seguito ho escluso a lungo di dedicare un libro a quel viaggio, che – anche quello – è stato, nella realtà, un viaggio condiviso, in due. Mi sembrava che ne sarebbe risultata una specie di continuazione del precedente. Ed ecco i nostri due eroi di nuovo in marcia, alle prese con una nuova avventura. Se adesso apro Rosso taranta e leggo qua e là, vedo due persone che prendono il treno, camminano, parlano, perché c'è una storia molto personale, lì dentro. Però, rivedo anche l'operazione che ho fatto su quei materiali, per diversificare il libro dall'altro. Ho cancellato le persone, gli aneddoti, i coinvolgimenti. Fin dall'inizio, mi sono proposto di raccontare una storia in prima persona senza mai usare la prima persona. Mi sono escluso, anche perché, se non l'avessi fatto, tutto rischiava di risolversi in una lagna, in un piangersi addosso. Ho lasciato che sopravvivessero il mio sguardo e poco di più. Allora, sì, adesso è possibile dire che il mio libro illustra, ripercorre, aggiorna La terra del rimorso di De Martino, dalla parte dei matti. Però, non è stato questo il mio obiettivo. Io volevo oggettivare una mia personale disperazione. Oggettivandola, mi ci sono ritrovato, dalla parte dei disperati, dei matti. Comunque, una cosa è indubbia: alle origini c'è un'emozione molto forte. Quella che mi ha dato la lettura del libro di Ernesto De Martino e che, nel mio libro, cerco di restituire raccontando da come l'ho avuto fra le mani a come l'ho letto.



I colonizzatori volevano possedere sia i corpi che il mondo - magari aiutati da una "non gaia scienza" che scopriva l'inferiorità altrui e dunque il diritto dei "superiori" a dominarli. Lei scrive: "Viaggiare come per possedere il mondo attraverso i suoi corpi". (p. 98). E cita la guida gay "Spartacus" come espressione concreta di questo programma. Qui mi pare si rivolti la mentalità "coloniale" a scopi liberatori. O no?



Il viaggio nell'altrove è un tema della letteratura omosessuale e, prima ancora, è un'esperienza nella vita degli omosessuali. Vi si coniugano parecchi elementi: ansia di liberarsi dal disagio quotidiano, ricerca del primitivo, passione per la varietà dei corpi eccetera eccetera. L'atteggiamento dell'individuo omosessuale non è mai quello del colonizzatore. Gli omosessuali non viaggiano per scoprire l'inferiorità altrui. Il rischio di confondersi e di perdersi è nello spirito stesso del viaggio intrapreso. C'è molto spesso e ancora questo stimolo: altrove sarà tutto diverso, si troverà l'appagamento che non si riesce a trovare, le cose si presenteranno finalmente in termini facili. È uno strano oggetto lo Spartacus: una catalogazione del mondo, un'enciclopedia settoriale del desiderio, un prontuario per fare sesso ovunque. Personalmente, però, sono più attratto dal simile. In Rosso taranta lo scrivo anche, quando osservo uno dei tanti ragazzi che vi sono osservati e che, per l'appunto, non ha il fascino del diverso, dell'esotico. Sono le pagine della breve gita a Gallipoli, quelle in cui più mi riconosco. Lì, in mezzo a tanti giovani del luogo, quello che colpisce è un giovane in vacanza, forse addirittura piemontese. Insomma, quanto a me, quello che preferisco è il ragazzo della porta accanto e non quello che si staglia su paesaggi remoti.



Nel Suo libro, i "casi" psicologici raccontano anche l'ambiente sociale che li circonda. C'è lo stesso parallelo fra storia personale (nel caso, la Sua) e ricerca? Nel caso: ha letto "Non essere Dio", di Gianni Vattimo con Piergiorgio Paterlini (Aliberti, Reggio Emilia)? Che ne pensa?



Scrivere è anche – in modo più o meno manifesto – un voler dare forma al proprio passato, che, restando nel vissuto, una forma non ce l'ha. Gianni Vattimo, al suo passato, ha dato la forma del racconto orale, che mi sembra sia la forma meno forma fra tutte quelle possibili. Chissà cosa ne sarebbe venuto fuori se avesse scritto invece di fare un resoconto? La figura di un uomo meno pubblico, più faccia a faccia con se stesso, probabilmente. Sarebbe stata una sorpresa per noi e, chissà, forse anche per lui. A me Non essere Dio ha detto poco, ma perché quello che vi è riferito lo conoscevo già. Conoscevo troppe persone che vi sono o vi sono state implicate. Gli eventi mi erano noti e la forma in cui li ho letti non era così diversa da quella secondo cui mi erano stati resi noti. Quanto al mio libro, l'ho indicato: è un pezzo della mia storia personale, passata attraverso una particolare forma, una certa ricerca. A volte, mi sembra, è non dicendo che più si riesce a dire.



Ho letto di recente "La città e l'isola", di Goretti e Giartosio (Donzelli, Roma). Ne ho avuto un'impressione simile a quella ricevuta dal Suo testo: che si possa essere rigorosi senza sacrificare nulla allo stile, anzi. Ha lavorato molto in questo senso, o la materia ha portato con sé, naturalmente, la forma in cui l'ha espressa?



Rosso taranta, così come adesso lo si legge, ha alle spalle dodici o tredici redazioni. Lo stesso dicasi per il libro precedente, In viaggio con Junior. Non scrivo di getto, con un senso di liberazione. Non ritengo che scrivere libri sia una benedizione né uno spasso. Scrivere è una specie di mal di pancia da sopportare, che non garantisce niente. Per molti anni, sono riuscito a evitarmelo o – chissà – a trovare dei sostituti. Mi dicevo che andava benissimo quello facevo. Adesso, nella mia vita, le cose sono cambiate e non riesco più a evitarmelo, il mal di pancia. Tutta quell'incertezza che significa mettersi a scrivere un libro. Come un mettersi in marcia da non si sa bene dove verso non si sa bene dove. Ce la farò? Non ce la farò? Il problema è trovare il modo per dirlo, per scriverlo. Ogni storia ha la sua forma e non è così facile trovarla, si procede per approssimazioni, senza sicurezze. Sono cresciuto in anni in cui si metteva in discussione il romanzo, si assicurava che era morto insieme alla classe che l'aveva prodotto, si presumeva di scrivere nuovi romanzi. Erano gli anni delle avanguardie. Penso soprattutto alla Francia, col Nouveau Roman e con Tel Quel. In Italia c'è stato il Gruppo 63. All'epoca, io ero troppo giovane per seguire simili discorsi, ma il fatto è che li ho ereditati. Ero un ragazzo di provincia e, quindi, ero in ritardo di almeno dieci anni. Negli anni settanta leggevo e consideravo attuali cose che datavano degli anni sessanta. Tutto questo ha sicuramente incidenza su come scrivo. In Rosso taranta non ne faccio mistero. Lo indico, nel post scriptum, per esempio, che l'espediente dello sguardo attraverso cui si racconta, è una rielaborazione a partire da certi romanzi su gomme, gelosia e labirinti. Come dire da certe pagine di Alain Robbe-Grillet, che ha scritto, rispettivamente, Le gomme, La gelosia e Nel labirinto. Ma è un fatto più generale: mi interessa scrivere libri a partire da altri libri. Penso che sia l'unico modo possibile di farlo e che abbia la sua importanza rendersene conto. Rosso taranta è un libro scritto a partire da La terra del rimorso, certo. Ma, fra una riga e l'altra, le citazioni non virgolettate sono numerose. Ce ne sono da Alda Merini, da Marguerite Duras, da Vladimir Nabokov e da diversi altri. Ognuna indica un'ombra tutelare, un libro tutelare, che mi ha permesso di scrivere.



La taranta ha avuto un suo significato "locale". Riveduta e corretta, può esprimerne uno "globale"? Cioè: esiste una "forza rivoluzionaria" nel passato, come voleva Pasolini?



Certo che esiste una forza rivoluzionaria nel passato. Temo, però, che si sia fatto tutto il possibile per spegnerla, per metterla a tacere. La taranta rinvia anche a san Paolo prima della via di Damasco. Rinvia anche alle donne itineranti attraverso la Puglia, in libertà, che non si recano ancora a esibire la loro crisi nella cappella di Galatina. È anche la testimonianza di un culto dionisiaco passato dalla Grecia alla Magna Grecia. Tutti segni più o meno locali, ma che sono trasparenti rispetto a un significato globale. Come un esserci del corpo che ha subìto una sottrazione, se non una mutilazione.



Dalla tradizione alla traduzione: recare un testo da una lingua a un'altra, significa rendere (almeno in parte) il Lettore partecipe di un'altra vita, o compiere un'operazione "matematica" per cui si passa da una serie di simboli a un'altra?



Entrambe le cose, probabilmente metà e metà. Si compie un'operazione che, nel passaggio da una lingua a un'altra lingua, è opportuno sia animata da certo spirito matematico. Così facendo, si rendono i lettori partecipi di un'altra vita. Comunque, io ho tradotto in tempi bui. Non c'erano tutti i convegni sulla traduzione che ci sono oggi. I traduttori non reclamavano lo statuto di scrittori. Non c'erano libri con tanto di terminologia scientifica. In breve, non c'era la passione del nome che c'è oggi. Credo, invece, che non bisogna amare troppo il proprio nome, per essere un traduttore. Il proprio nome passa in secondo piano, tutto a favore dell'altro e degli altri. I traduttori sono individui che dovrebbero saperlo. Che esiste la lingua dell'altro e che – questa lingua dell'altro – si deve renderla leggibile agli altri. Mettersi sul confine, lì dove la lingua dell'altro riesce a parlare agli altri. Sento spesso traduttori lagnarsi dell'invisibilità, della loro invisibilità agli occhi altrui. Ma proprio a questo dovrebbe mirare un buon traduttore: essere invisibile. L'invisibilità non è una condanna: è un obiettivo da raggiungere. Visibilità è passione del nome e una simile passione non si concilia con l'attività del tradurre. Ma non è solo questo che distingue il tradurre dallo scrivere. Se si traduce un libro, il libro c'è già. L'operazione da fare non è tirarlo fuori dal niente. Quel lavoro è già stato fatto. Occorre, invece, trasportarlo da un sistema di segni a un altro. Quello che occorre è un sapere relativo ai due sistemi, più qualcosa che si ha o non si ha: orecchio. Sì, orecchio, perché tradurre mi sembra coinvolga un sapere che è più del corpo che della mente. Invece, se si scrive un libro, è dal niente che lo si tira fuori. Non c'è la sicurezza di una forma che esiste già. Un più di fatica e di incertezza che bisogna affrontare e che, rispetto al tradurre, fa una diversità impossibile da ignorare. Davanti all'insistenza con cui ultimamente i traduttori reclamano statuto di scrittori, viene da pensare a quello che sentivo dire tempo addietro. Che un traduttore è uno scrittore mancato, che è spinto a tradurre da un'insoddisfazione che gli lavora dentro. Forse è vero, per quanto possa sembrare una banalità. Io, però, non mi sono mai sentito uno scrittore quando traducevo. Sapevo che tradurre un libro non è scriverlo.



Una letteratura, è anche un'antropologia? In questo senso, esiste una "letteratura gay"? Nell'ipotesi: chi, a Suo giudizio, attualmente la pratica meglio?



Francamente, non so se esista una letteratura gay né mi interessa molto. Ci sono, sicuramente, degli omosessuali che fanno letteratura. Ci sono sempre stati. È il modo in cui l'omosessualità viene rappresentata, che cambia. La posizione di chi scrive rispetto all'omosessualità, direi. Di qui, sarebbe forse possibile individuare una linea, uno sviluppo, elementi variabili ed elementi costanti. Quasi un'impresa da storico della letteratura. Ma è opportuno rivendicare l'esistenza di una specifica letteratura gay? Ci sarebbe, alla base, una questione di genere? E secondo cosa si indicherebbe l'appartenenza di un determinato testo alla letteratura gay? All'argomento trattato o al fatto che chi l'ha prodotto si dichiara omosessuale? Gli interrogativi sono parecchi, c'è davvero motivo per essere perplessi. Capisco che è molto comodo, soprattutto per un giovane, entrare in una libreria e sapere che, lì, c'è un settore denominato "letteratura gay". Più facile informarsi, individuare quello che interessa. Ma, al di là di questo servizio, ho l'impressione che non ci sia un insieme di testi omogenei. Comunque, mi piacciono molto i libri di Alberto Arbasino, più nelle loro prime versioni che nei loro rifacimenti. Ma, con questo, non voglio includere Arbasino in una presunta letteratura gay. Immagino che ne sarebbe stizzito o, tuttalpiù, mi farebbe un sonoro sberleffo. Mi è piaciuto Pier Vittorio Tondelli, ma non l'ho mai riletto. Certe cose di Aldo Busi mi piacciono, certe altre no. Ricordo di aver letto con ammirazione le sue Sodomie in corpo 11. Ecco, questo ho chiaro: non mi piacciono libri come quelli di Edmund White, così sciropposi, con quelle noiose storie di coming out. Sono un estimatore incondizionato dei libri di Tony Duvert, che, però, è scomparso e temo abbia smesso di scrivere. Non sta più pubblicando, dal 1989. Estimatore lo sono pure dei romanzi di Alan Hollinghurst, più della Biblioteca della piscina e della Stella di Espero che dell'ultimo, un po' troppo alla Henry James. Anche Una casa alla fine del mondo e Carne e sangue di Michael Cunningham sono libri che mi hanno catturato. Di recente, ho letto Troie di Dennis Cooper e mi sono proposto di leggere altri titoli suoi. Anche se, anni fa, avevo già letto il suo Frisk e non me n'era rimasto niente.









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