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Il Paradiso degli Orchi
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CINEMA E MUSICA

Adriano Angelini Sut

Il folgorante esordio dei Clock Opera è di quelli che lascerà il segno: 'Ways to forget'.

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Connelly, dismesse alcune sue varie creazioni, la band The Correction e poi i Fall out Trust, decide di rimettersi in gioco. Lo fa con un progetto a tutto elettro-pop. Uno di quelli che a pensarlo prima verrebbe da storcere naso e orecchi ma che se lo realizzi in questo modo rimani di stucco. Si chiama Ways to Forget, ed è un album pazzesco, da brividi. Dentro al quale ci vedo appena appena gli Elbow, qualche spruzzatina di Radiohead qui e là, ma, udite udite, molto, molto di più una strana salsa composta da lampi di Scissor Sisters, rimandi Bronskie Beat-iani e sicuramente una verve à la Maccabees che rende la voce di Connelly terribilmente vicina ma anche più imponente (nel senso che si impone) rispetto a quella di Orlando Weeks (che per il sottoscritto rimane comunque celestiale). Undici pezzi che non si sa da dove cominciare. Dai singoli, magari. In ordine di tempo, "Man Made" e "Lesson number 7". Il primo è un capolavoro da infarto che piglia tutti gli anni '80 e li frulla in un cocktail di synth e chitarre che quando lo bevi sembra di gustare i Vitamin Z mescolati ai Mission, per dire. "Man Made" (http://www.youtube.com/watch?v=PaWj1mhx35Y) è probabilmente il pezzo più bello dell'anno, che se fosse uscito negli anni'80 Deejay TV ce l'avrebbe proposto venti volte al giorno in rotazione da ipnosi. Il secondo è una cosa tipo "Smalltown boy" del nuovo millennio, a partire da quell'opera d'arte urbana che è il video clip (http://www.youtube.com/watch?v=WNlQwDr-eMA). "Lesson number 7" può diventare un inno generazionale. Un vessillo sonoro della ribellione urbana con quell'incedere incalzante di chitarre finali da frenesia metropolitana, da rabbia espressa tutta insieme un'inutile manifestazione contro il potere che a rimetterci è solo una vetrina o un'auto innocente. Il terzo capolavoro assoluto dell'album è "The Lost Buoys", qui fanno capolino i Radiohead morbidi di "Hail to The Thief" (arpeggi di chitarra e tastiera, cose che rincorrono gli Arcade Fire superandoli di gran lunga), un pezzo dove la voce di Connelly giocherella a fare l'ugola d'oro senza ritegno. Si passa a "Once and for all", strepitoso brano d'apertura i cui loop di tastiera iniziale sembrano trilli impazziti che preludono a una cavalcata imbizzarrita su note inarrivabili. Non so dove ce l'hanno visto Bowie, qui c'è il fantasma di Jimmy Sommerville che si aggira maramaldo fra gli arpeggi e i gorgheggi. Si passa a "11th Hour", ballatina elettro loopata più riflessiva, ma ugualmente spiazzante, onirica. Non crediate di cavarvela con un paio di ascolti. Ways to Forget vi entrerà dentro, prendendo il posto del sangue, dopo parecchi play. Non potrebbe essere diversamente con un pezzo come "Belongings", una ballata lenta e melò, spalmata su un piano aggraziato e fuggitivo, che si arrampica sui soliti loop incantati e implacabili fino a catapultarvi dalle parti dei primi Coldplay (quelli lontani dal delirio di onnipotenza). Eccoci a "Fail Better", chiusa elegiaca e sezionante, incapace di staccarsi dallo schema lento, crescendo, impazzimento. Tutto è catartico in questi undici pezzi, anche in quelli meno riusciti come "White Noise" (stiamo comunque parlando di ottimi componimenti) e "Move to the Mountains". Gustosa e mid-tempo, straniante è "A Piece of String" che, sincopata come una danza tronca, ti costringe a balbettare a suon di passi nevrotici (avete presente il Thom Yorke di "Lotus Flowers"?). Deliziosa. Si giunge alla fine dell'album e non hai capito che cosa hai ascoltato. Né in che epoca sei. Forse in quella in cui dalle ceneri e rimasugli del vecchio si può far nascere qualcosa di tanto, tanto bello.





Clock Opera

Ways to Forget

Mosh Moshi/ Islands Records 2012



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