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Il Paradiso degli Orchi
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INTERVISTE

Mario Perniola

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Gentile professore, il suo ultimo interessantissimo libro, 'Miracoli e traumi della comunicazione', è anche denso di snodi concettuali a prima vista non sempre ovvi. La prima domanda è questa: l'epoca della comunicazione (questo regime, in sintesi, dell'opinione in cui siamo immersi, che svaluta il sapere e l'esercizio illuministico della critica in favore della pubblicità e della chiacchiera) secondo lei comincerebbe esattamente quando? Con la fine della seconda guerra mondiale o con il '68? E quali, eventualmente, le differenze?



A differenza di pensatori ai quali sono stato spesso assimilato, che ritengono di vivere in un mondo fatto solo di finzioni, il mio punto di vista è realistico nel senso politico del termine: dalla Seconda guerra mondiale ad oggi, nulla di sostanziale è cambiato, poiché sono i cinque vincitori di quella guerra a tenere tuttora il mondo sotto controllo. Fino agli anni Sessanta tuttavia questo controllo era esercitato mediante le armi tradizionali della propaganda. E' stata la "contro-cultura", che in Italia chiamiamo "contestazione" a introdurre un altro regime, quello della comunicazione mass-mediatica, la quale poi è stata assimilata e fatta propria da coloro che voleva combattere. Del resto, la stessa cosa è avvenuta nell'economia: la new-economy, come mostra Boltanski, è il ricupero delle istanze di autonomia, di libertà e di creatività a favore del capitalismo. Anche l'oscurantismo nella forma che conosciamo nasce proprio negli anni Sessanta, mediante la confusione tra autoritarismo e autorevolezza. Esso ri-presenta in una forma soft in Occidente e in una forma hard in Oriente (la rivoluzione culturale maoista e il regime dei Khmer Rossi in Cambogia).



Lei articola quest'epoca in quattro fasi fondamentali, che rappresentano ulteriori sviluppi, o slittamenti peggiorativi della comunicazione. La comprensione razionale delle cose e la stessa razionalità della storia lasciano spazio a un'oscillazione di miracoli e traumi. Con la fine degli anni Settanta si accentua tale regime percettivo ed entriamo nell'età della deregolamentazione. Vorrebbe spiegare qual è il rapporto che con tutto ciò ha l'esperienza della rivoluzione iraniana di cui parla nel libro?



Come ho sostenuto nel mio libro, il fondamentalismo sciita implica una profonda deregolamentazione dello sciismo classico, le cui origini devono essere cercate nell'influsso dell'esistenzialismo francese. Inoltre fin dall'inizio è esistita una tensione interna alla Rivoluzione iraniana tra una linea cultural-religiosa (rappresentata dai seguaci di Sharati e di Khomeini) e gli studenti populisti che occuparono l'ambasciata americana all'insaputa degli ayatollah. Nelle ultime elezioni questo conflitto è esploso.



Lei scrive che gli storici hanno difficoltà a misurarsi con gli anni successivi al '68 perché non hanno davvero compreso il passaggio dall'epoca dell'azione a quella della comunicazione. Abbiamo da poco intervistato lo storico Guido Crainz, il quale esprime fortissime riserve sul '77. Egli non depreca soltanto il tasso di violenza o il distacco rispetto alla classe operaia ma anche l'enfasi appunto comunicativa, spettacolare di quel momento (indiani metropolitani, Bifo etc). Ci piacerebbe sentire la sua su questo.



Sono d'accordo con questa interpretazione: io del resto l'avevo già colto proprio nel '77 a Bologna in una conferenza che tenni il 20 aprile 1977, a Bologna, organizzata dall'Ente delle Manifestazioni Artistiche proprio in Piazza Maggiore. Questo testo sta nel libro collettivo Fare e insegnare l'arte (Bologna, Cappelli, 1979).



Uno degli effetti del regime comunicativo in cui viviamo a suo avviso è l'anedonia, ossia l'incapacità di provare piacere. Eravamo convinti di vivere in un orizzonte marcatamente edonistico: ci spiega questa apparente contraddizione?



L'aspetto psicologico sotto cui si presenta il cosiddetto "edonismo" è la dipendenza: la dipendenza genera frustrazione. Avrò modo di approfondire questo discorso nella conferenza che terrò a Roma, alla Casa delle Letterature il 10 giugno 2010, intitolata proprio "Piacere"; del resto l'essenziale sta già nel mio libro Del sentire (Torino, Einaudi).



Un argomento che mi sta molto a cuore è quello della scuola. E' ovvio che nel mondo della comunicazione essa gioca una partita quasi disperata. Dipendesse da lei, quali sarebbero le contromosse?



Il recente volume di Tullio De Mauro La cultura degli italiani (Roma-Bari, Laterza) è molto istruttivo a proposito. Nonostante le migliori intenzioni e l'essere stato ministro della Pubblica Istruzione per più di un anno (dall'aprile 2000 al giugno 2001), egli non nasconde il suo profondo avvilimento per la sordità della politica di ogni tendenza, che non vuole nemmeno sentir parlare di questo argomento: ma i politici non fanno che riflettere l'atteggiamento della società la quale ha delegato interamente all'industria mass-mediatica l'educazione dei figli.



Lei dirige una bella rivista di estetica e studi culturali, "Agalma" (che dispone anche di un sito, www.agalmaweb.org) nel cui manifesto leggiamo fra l'altro che "Agalma è la filosofia critica di internet". Poiché noi stiamo solo sul web, l'interesse, come dire, è obbligato. Può spiegare ai nostri lettori cosa intende con quella frase, e cosa significa la parola "ágalma"?



Quando la rivista fu fondata nel 2000, abbiamo descritto così descritto il suo programma: Ágalma vuol dire in greco antico "ornamento, dono, immagine, statua". La parola da cui la rivista prende il nome indica già gli argomenti su cui si focalizza la sua attenzione: i valori economico-sociali, i fenomeni estetici, i poteri simbolici, gli oggetti del desiderio. L'estetica delle merci, i modi culturali, le politiche della natura, il mondo fluttuante delle seduzioni, l'incanto dei riti, lo splendore e la miseria delle perversioni... questi alcuni temi della parte monografica di "Ágalma. Rivista di studi culturali e di estetica". Essa intende sottoporre gli eventi culturali ad una

riflessione globale insieme libera da vincoli disciplinari troppo stretti e metodologicamente giustificabile, affrancare l'estetica dalla pedanteria ed emanciparla dalla frivolezza, uscire dalla moda dell'abiezione e del disgusto senza sottrarsi all'esperienza del conflitto e della lotta. Articolata in varie sezioni (saggi, intervista, discussione, recensioni e schede), "Ágalma" si rivolge non solo ai cultori di scienze umane, di storia, d'arte e di filosofia, ma mira anche a promuovere un dibattito pubblico su temi emergenti e su nuovi aspetti della sensibilità e del costume. Avevamo colto molto bene che si era aperta la guerra sulle valutazioni, che ha progressivamente trovato in Internet il suo campo di battaglia. Infatti il significato originario della parola indica il valore nell'età greca arcaica prima dell'invenzione della moneta.



Noi al "Paradiso" ci occupiamo di letteratura. Trovo che le sue considerazioni sull'Occidente soffocato dal presentismo e dall'attualità aprano alla riflessione di chi fa letteratura stimoli imperdibili. Non siamo Kafka o Proust ma aspirare alla scrittura di un libro che tenga nel tempo, che quindi parli al di là della contingenza delle mode e delle occasioni personalmente la trovo una sfida necessaria. Che cosa dovrebbe avere un testo di finzione per reggere questa prova?



La letteratura intesa in senso ampio (e quindi non solo la fiction ma anche la saggistica) è un'attività artigianale che richiede molto tempo: si è sempre saputo che ciò che si crea in un baleno, scompare in un baleno.









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