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Il Paradiso degli Orchi
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INTERVISTE

Stefania Bonura

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Iniziamo dall'ABC, perché questa tua passione per l'Antico Egitto?



Il momento esatto in cui ho sviluppato questa mia passione mi è assolutamente oscuro. Di certo già alle medie leggevo articoli e saggi sulla terra dei faraoni. Probabilmente, e molto banalmente, è proprio sui banchi scolastici che va cercato questo mio interesse. Nel tempo ho collezionato opere di storia e di egittologia e per un certo periodo, alla fine del liceo, ho persino pensato di iscrivermi a Lettere antiche, ma ormai una passione più grande occupava la mia immaginazione: la politica. Tuttavia, nonostante gli anni, prima universitari poi legati alla mia attuale attività editoriale, dedicati all'analisi della società contemporanea, ho sempre tenuto vivo l'antico Egitto con letture, approfondimenti, e qualche viaggio, finché non è capitata l'occasione di cimentarmi in questa sfida, un libro cioè che provasse (e riuscisse, mi auguro) a trasmettere ad altri tutto il fascino subito di questa antichissima civiltà. L'Egitto in fin dei conti non ha bisogno di sollecitazioni. Rapisce, punto e basta. E io sono una delle tante vittime.



Ci spieghi la differenza fra l'Egitto Predinastico e quello Dinastico? Soprattutto, qual è il periodo che ci ha lasciato il retaggio storico culturale maggiore?



Prima del 3150 a.C. circa l'Egitto non è un'entità geopolitica unica. Il Nord e il Sud sono separati e probabilmente anche queste due aree sono delle aggregazioni di comunità. Né è stata ancora costituita la monarchia teocratica che regge l'intero paese attraverso il succedersi di faraoni. Tutto ciò che precede la fondazione di questa monarchia con le sue dinastie regnanti viene considerata, appunto, predinastica. Le dinamiche esatte della costituzione del regno faraonico non sono così nitide. L'evoluzione che porterà all'unificazione è senza dubbio un processo lento di aggregazione, tuttavia una cosa è certa: si arriva a una circostanza cruciale, sintetizzata magistralmente in una tavolozza di scisto che si può ammirare nel museo egizio del Cairo. Si tratta della tavolozza di Narmer. Narmer è uno dei primissimi faraoni d'Egitto, forse persino il primo se lo si identifica, il che è probabile, con quel leggendario Menes, una sorta di Romolo egizio, ancora ammantato di mistero, di cui persino Erodoto parla ma la cui esistenza non è stata accertata storicamente. Sul prezioso reperto viene raffigurato un momento essenziale della nascita della civiltà faraonica: il sud (Alto Egitto) conquista il nord (Basso Egitto). Proprio su questa suggestiva superficie verdastra di 40X60 cm due felini dal collo allungato si contrappongono, ma sono trattenuti, imbrigliati, mantenuti in un intreccio di simmetria ed equilibrio sotto il controllo di Narmer. Quello che viene rappresentato è uno dei principi fondanti della cultura egizia: la dualità. Le "Due Terre" è infatti uno dei nomi attribuiti al territorio egiziano. Da questo momento inizia l'epoca dinastica e la storia dell'antico Egitto ci regalerà nomi quali Cheope, Thutmosi, Hatshepsut e Ramses.



Cheope, Thutmosi, Hatshepsut e Ramses. Nel tuo libro vengono rievocati questi grandi faraoni. Ma ne compaiono anche altri meno conosciuti. Ce n'è uno che ti ha appassionata particolarmente e perché?



Senza dubbio una delle più appassionanti figure che hanno regnato in Egitto, e per un periodo tanto breve quanto intenso, è Akhenaton, il faraone eretico. Pensa che salì al potere nel 1359 a.C. e in soli diciassette anni riuscì a rivoluzionare l'arte, la religione e la scrittura. Il suo nome è legato alla cosiddetta "rivoluzione atoniana". Si tratta di una vera e propria riforma religiosa in cui l'ortodossia religiosa legata al culto di Amon, l'allora re degli dèi, viene messa in crisi dall'ascesa e dall'affermazione di un nuovo dio: Aton, il disco solare. Questa divinità non solo ha un che di astratto, poiché non ha l'aspetto né di uomo né di animale ma si presenta come una palla infuocata con braccia e mani, ma finisce per essere elevato da Akhenaton al rango di dio universale. Questo è il motivo per cui molti lo hanno interpretato come primo monoteismo della storia, compreso Freud che vi dedicò un libro. Questo processo inizia dal quinto anno di regno di Akhenaton, nel momento in cui il faraone cambia il suo nome. Infatti, il suo primo nome è Amenofi (Amenhotep) IV, che in egiziano significa il dio "Amon è soddisfatto". Possiamo immaginarci quale frustrazione poté subire il più potente e ricco clero dell'epoca a vedersi così privato di tanto splendore dai raggi infuocati dell'altro dio, quando il faraone regnante decise di farsi chiamare "gradito ad Aton" (Akhenaton). Cosa portò l'eretico a farsi erigere una città a metà strada tra Menfi e Tebe e a trasferirvisi l'anno dopo, quali pressioni dové subire per molti anni e cosa lo portò infine ad assumere un'intransigenza tale nei confronti degli altri culti da trasformarsi in vero e proprio persecutore, tutto ciò non ha ancora risposte certe, solo supposizioni. Ma non è finita qui. Questa figura si ammanta ancora di più di mistero per via del suo corpo deforme. Nel 1925 a Karnak vengono portate alla conoscenza di un mondo sbigottito ed estasiato le statue di Akhenaton. Si trattava di colossi dalle caratteristiche del tutto inusuali: viso scarno, mento allungato, labbra gonfie, ventre prominente, fianchi larghi. Quanto distante era questa immagine dall'idealizzazione classica del re-dio! Gli espressionisti tedeschi, sensibili alla deformazione dei corpi, nonché artisti come Modigliani e Giacometti vennero subito conquistati dal volto allungato di Akhenaton, ma anche le pieghe e le rotondità del corpo fecero breccia sull'immaginazione degli europei che videro in questo faraone un personaggio dai contorni nettamente contrapposti. Da un lato un riformatore pacifico pervaso di senso religioso e amante dell'arte, dall'altro un pusillanime, un fanatico e un eccentrico. Ci fu persino chi interpretò questi elementi "naturalistici" o se si preferisce "espressionisti" della sua immagine come una malattia. Fu infatti ipotizzato che potesse avere "gravi tare fisiche" e persino il famoso egittologo Auguste Mariette sostenne che fosse stato evirato per via dei tratti effeminati e per il ritrovamento di una statua asessuata. Districarsi in questo panorama intriso di zone d'ombra è difficile. Chi sia veramente Akhenaton è un mistero destinato a perdurare ancora a lungo.



Una delle parti più interessanti del libro è quella relativa alle mummie e all'imbalsamazione. La cosa divertente è che l'etimo della parola di origine persiana mŭm vuol dire bitume, in realtà oggi la mummia viene associata alle bende bianche. Ci spieghi questa contraddizione?



Sì, la cosa effettivamente è divertente. Che noi associamo la mummia al bianco delle bende deriva dal fatto che, sebbene molte civiltà abbiano utilizzato la pratica dell'imbalsamazione, di fatto è quella egizia che appare ai nostri occhi la cultura che per eccellenza fece della preservazione dei corpi una vera e propria arte. Quello che però spesso non si sa è che questi corpi prima di essere fasciati venivano, dopo la procedura di disidratazione e di estrazione degli organi, cosparsi di unguenti, in particolare una sorta di pece che finiva per dare ai corpi un colore molto scuro. Poiché i greci conoscevano già questa sostanza bituminosa, anche se per altri usi, finirono per estendere il termine di origine persiana a quei corpi che ne erano interamente ricoperti.



Invece di 101 misteri si potrebbe parlare di 101 storie sull'Antico Egitto quelle che hai raccontato. Quanto c'è ancora di non raccontato su questa civiltà?



Cosa non è stato raccontato dell'antico Egitto? La verità è che su questa civiltà si è detto tutto e il contrario di tutto. L'egittomania è un male antico che colpì i greci, i romani, gli umanisti, gli avventurieri dello scorso millennio e ancora oggi miete le sue vittime. Il punto è che di tutto quello che c'è da raccontare dell'antico Egitto, si finisce sempre per prediligere i soliti argomenti, quasi il mondo fosse ossessionato da pochi punti oscuri. In verità di misteri, ma anche di altri aspetti non più impenetrabili ma altrettanto affascinanti, ce ne sono molti che non hanno subito, a mio avviso a torto, la stessa attenzione di quelli ipertransitati. E' vero, dunque, si potrebbe anche, e forse più correttamente, parlare di 101 storie, e ti assicuro che ce ne sono alcune che vale proprio la pena portare alla conoscenza del lettore. Ti faccio due esempi. Sinhue l'egiziano, divenuto famoso grazie a Hollywood, fu il protagonista del primo vero bestseller dell'antichità, letto riletto studiato ricopiato per generazioni e generazioni. Inoltre, sai che ben tre millenni prima della rivoluzione industriale un gruppo di lavoratori aveva già compreso come far valere i propri diritti attraverso l'astensione collettiva dal lavoro? E' il primo sciopero documentato della storia: a realizzarlo è la comunità operaia di Deir el Medina, nella Tebe del 1155 a.C.



Gli egiziani possono insegnarci moltissimo su un argomento che per noi moderni occidentali è tabù: la morte. Questa era parte essenziale di tutta la vita. L'unico problema era che i riti funerari erano riservati solo al faraone e al clero. E il popolo, come moriva?



La morte entra a far parte della vita per gli egizi perché è come un'altra regione di uno stesso universo. Le tombe, di qualsiasi tipologia fossero, a partire dai tumuli di epoca predinastica, erano piene di utensili, vettovaglie, vasellame, indumenti, corredi, perché potessero rendere l'altra vita comoda e piacevole come quella terrena. Anzi la vita ultraterrena alla fin fine si risolveva nella possibilità di poter accedere a un piccolo appezzamento di terra da coltivare nei campi elisi del dio sole Ra. I riti funerari, la stessa tomba, i corredi erano, è vero, appannaggio di pochi, famiglia regale e alti dignitari per la precisione, ma la storia dell'antico Egitto è lunga tremila anni e, nonostante si tratti di una società conservatrice, lente e inesorabili evoluzioni colpirono anche la mentalità egizia, anzi si può dire che se ci furono rivoluzioni sociali sfociarono più in una democratizzazione della morte che della vita. Accade così che nel Nuovo regno, finalmente, anche nei villaggi di artigiani e operai ci sono tombe decorate e ricche di corredi e anche per loro è possibile accedere al giudizio divino per varcare la soglia dell'oltretomba.



Le donne nell'antico Egitto. Com'era la situazione?



Chiaramente ci sarebbe molto da dire sulle donne dell'antico Egitto e sulle differenze culturali e di condizione sociale rispetto alle donne di altre antiche civiltà, soprattutto quelle a noi più vicine. Mi soffermerò solo su un elemento. La legittimità dinastica in Egitto passava per via femminile, ovvero gli eredi al trono dovevano avere il sangue blu delle madri e non dei padri. In mancanza di questo, quando cioè mancava l'erede maschio con quel lignaggio, il rampollo predestinato a regnare doveva quantomeno sposare una donna che recasse nelle vene il sangue dei re divini. Questo di certo non succedeva nell'antica Roma e neanche nelle corti europee dei secoli successivi. Ma c'è di più. Le grandi spose reali erano abituate a condividere spesso il potere con gli uomini e ci sono diversi esempi di questa partecipazione femminile soprattutto nella XVIII dinastia, la più famosa d'Egitto, quella che diede i natali ai Thutmosi e allo stesso Akhenaton. La regina più rappresentativa di questa casata è Hatshepsut, che finì per usurpare il trono al nipote e indossare gli abiti maschili pur di farsi accettare come vero e proprio faraone. Probabilmente questa donna mal tollerò il fatto che pur essendo l'unica discendente della famiglia tebana che aveva liberato gli egizi dagli hyksos, l'unica vera ereditiera di quel nobile sangue, dovesse rinunciare al potere solo per una questione di genere!



Non ti chiederò chi ha costruito le piramidi (e come le hanno erette) perché qui le teorie come sai sono contrastanti. Però ti chiedo: ma perché una piramide come tomba o monumento funerario? Solo per vanità?



La piramide, a tutti gli effetti, è un monumento funebre che ospita la camera funeraria del sovrano. Perché una tomba così vistosa? C'è un motivo politico-religioso dietro. Considera che la prima piramide della storia risale al 2660 a.C. ed è uno ziggurat, ovvero una gradinata per il cielo. Parlo della piramide a gradoni di Saqqara, voluta da Gioser, il capostipite della III dinastia, e progettata da Imothep, uno degli uomini più saggi dell'antichità. Dietro questa scelta, quella cioè di innalzare la tomba diffusa fino ad allora, un semplice parallelepipedo noto oggi come "mastaba", in una sovrapposizione di ben sei strati, c'è una volontà politica, o meglio un potere in ascesa, quello del clero di Eliopoli, il centro del culto solare. Non bisogna dimenticare che, tra le sue innumerevoli cariche, Imothep è il gran sacerdote di Eliopoli e, senza dubbio, oltre ad altre grandi doti, se era arrivato ad essere l'uomo più importante del regno dopo il faraone non doveva mancare di una certa dose di opportunismo politico. Che significato assume allora questa grandiosa costruzione? Quella della nascita stessa dell'Egitto e della vita del cosmo, almeno nella concezione teologica di Eliopoli. Rappresenta il colle su cui il dio sole Ra plasmò il creato. Un'immagine questa che si ripeteva davanti agli occhi degli egiziani ogni anno, quando la terra veniva inondata dalla piena del Nilo e un monticello fangoso, fertile e limaccioso, pronto a generare vita emergeva dalle acque del caos. In sostanza quella piramide è la prima più importante affermazione di un potere politico e religioso che tenderà persino a crescere più tardi, finendo inesorabilmente col contrapporsi al potere regale. Ma questa è un'altra storia.



So che hai fatto diversi viaggi in quella terra. Il prossimo?



Natale-Capodanno prossimo. Diciotto giorni da Nord a Sud e poi di nuovo da Sud a Nord passando per le oasi, attraverso un percorso cronologico, dall'antico al nuovo regno, fino all'epoca di Alessandro Magno e dei suoi eredi. Già Amelia Edwards, la fondatrice dell'Egypt Exploration Society, l'istituto che più tardi finanzierà i maggiori scavi archeologici inglesi sul suolo faraonico, nei suoi diari di viaggio, riteneva insensato affrontare il percorso diversamente, per esempio come già molti turisti allora facevano, partendo da Sud, o da Alessandria, poiché la direzione della storia egizia naviga fluida lungo le sponde del Nilo rigorosamente da Menfi a Tebe per poi risalire da Tebe fino al Delta. Fino ad Alessandria, cioè, l'ultimo capitolo della lunga storia egiziana.



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