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Il Paradiso degli Orchi
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CINEMA E MUSICA

Roberto Mafarka

Un cuore di neve nera. Massimo Riva e i miei anni '80.

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Mentre il ciano riverbero dell’asfalto inghiottiva la vecchia Alfa Sud metallizzata, un sonoro legato  di cipressi, lentischi e armenti riempivano i miei sguardi da dietro il finestrino: l’aria si sperdeva rara sulla mia fronte asciutta, ristorandomi da tutta quella generosità ferragostina. Ricordo l’infinito distendersi dei campi di grano, diroccati i graniti cocenti, come accecanti gorgoni dirompevano fra la bestie della campagna. Cosa potevo essere, io, perché me ne ricordassi, il figlio dell’uomo o forse un bambino tradito dal tempo, che si addormenta in un viale di mandorli.
Rutilavano fra le crepe dei muri a secco, le litanie delle cicale e tutto intorno a me era un naturale divenire meccanico, trasmutava il mattino in un pomeriggio di frumento e banchi di cocomeri sventrati, che insanguinavano il cinabro dei miei ricodi, così veloci a raffica, come in un caleidoscopio vivente.
Chiesi a mio padre di accostare in una piazzola, così vuota e silenziosa da ricordare l’ultima volta in cui Maria Vergine pianse suo figlio, ma non facemmo a tempo.
Accostò nei pressi di un cavalcavia, un ventilato cimitero d’immondizia, dove il mio corpo aveva il peso di una piuma mentre la mia minuscola ombra si fondeva nella maternità di vecchi cartelloni affissi sui muri che andavano dalla D.C. all’ Embell Riva.
Non ne potevo più, dovevo pisciare e mentre mi apprestavo a levare i freni di quella freudiana sorgente che solo l’infanzia conosce, mi resi conto di urinare sui Camperos di qualcuno, poi… no, non era una sola persona, ma almeno cinque, ed ebbi come l’impressione di essermi perso in un’orgia di feticismo mandriano.
Mi balzò agli occhi perentoria una scritta enorme: (DAL TOUR DI ALZATI LA GONNA) STEVE ROGERS BAND, LIVE. LA BAND DI VASCO ROSSI .
In un baluginio di lampi mi dimenticai il bisogno fisiologico, ponendomi queste domande:
“Alzati la gonna? Cazzo vuoi, sto proprio per abbassarmi la lampo!
Steve Rogers band: Chi è Steve Rogers di questi cinque?
La band di Vasco Rossi: ma Vasco dov’è?”.
Essendo fin dalla tenera infanzia, un adorabile fracassacoglioni, decisi di piscargli gli stivali, anche se debbo dire, di avere meditato su, convinto che quel cartellone lo avesse affisso qualche loro scagnozzo, armato di pugnale piuttosto che di una chitarra e zippo Cartier.
In quei pochi minuti, attaccai a studiare nei minimi dettagli quelli che per me erano i migliori esempi da seguire: vidi in quell’estetica un’intera pedagogia in contromano.
Ricordo Solieri, come una versione dell’indiano Joe scampato alla primavera di Chernobyl, Mimmo Camporeale il Belushi che annegò Mozart sulle note di Lee Lewis, Beppe Leoncini il cattivo, che al seguire di un suo incontro, nel mezzogiorno di fuoco, non ti avrebbe certo fatto cantare l’albachiara seguente (abbiamo pazientato quarant’anni, ora basta!), Claudio Golinelli il biondo dagli occhi a taglio, che nemmeno in un secolo di decolorazioni discografiche Billy Idol avrebbe potuto raggiungere, insomma le New York Dolls, a confronto, erano messe insieme delle educande. Ne mancava uno, infatti, c’era lui: l’ultimo, un tipetto giovane rispetto agli altri, scarno in volto e con le pupille vive come una notte di giostre, aveva tutta l’aria di essere il fratello criminale di Micky Mouse, quello che pone fine ai tuoi patemi esistenziali, regalandoti una lametta e consigliandoti un bagno caldo.
Conobbi così Massimo Riva. Era il 1988 e in quell’estate così calda e ricca di appuntamenti con la piromania dolosa, nella mia infantile purezza entrò a far parte la Steve Rogers Band.
In quel marasma audiovisivo e culturale, che gli anni ottanta fornivano, non ero nuovo a immagini di quel tipo, tra una Sabrina che faceva usicre pazzi tutti i Boys una Samantha che rivendicava il palpeggio della sua generosa balaustra, Gimme Five alright ed il Crepuscolo della Italo Disco, dimenticai per un breve periodo l’incontro con i fascinosi eroi negativi.
Premetto che nella psicologia di un bambino degli anni ottanta non c’era differenza tra Terminator ed Annie Lennox o fra Rambo e Bruce Springsteen, in quel calderone consumistico, cinico e caotico come un groviglio di Keit Hering, anche un giro alla Rinascente veniva vissuto dalla mia generazione come una Fuga da New York.
La differenza però tra la Steve Rogers e le rock stars straniere, stava nel fatto che i primi li capivo benissimo e  con fermezza si imposero in un pomeriggio tra Dj Television e Francesco Salvi Show dicendo all’Italia di:”Alzarsi la gonna”.
Quella frase divenne quasi un mantra, se con le parolacce rischiavi qualche manrovescio, con questa canzone potevi essere apertamente e sottilmente maleducato.
Il videoclip, nell’era in cui le boy bands erano prossime allo Step by Step, ed erano ancora delle baby boy bands, divenne appuntamento liturgico del dopopranzo, in quell’Italia scanzonata di Cotugno e dove le donne oltre alle gambe avevano di più.
Si andava ad affermare un fiorire post-terroristico, anni luce ormai dal cantautorato di parte, ed i giovani (spesso anche quelli che disponevano di scarsi mezzi dialogici e culturali) in qualche modo potevano riconoscersi nel profilo sociale di un rocker, che se ne fotteva degli esempi oltreoceano, esprimendo direttamente attraverso questo tormentone  ciò di cui avevano bisogno, così, magari dall’uscio di una salagiochi di periferia o dalla piazzetta del paese.
Quel ritornello, volutamente maschilista e scorretto politicamente, rovesciava in maniera del tutto paradossale anche i ruoli sessuali, dove la donna in realtà non era più vista a mero oggetto o sessualmente svalutata, ma la vede liberata completamente da ogni inibizione e futuristicamente assassina di quel chiaro di luna, che il mondo tradizionale gli aveva sempre imputato: per certi versi quell’imperativo suona più come un’implorazione, ed in effetti lo è.
Qualcuno storcerà il naso, ma la Steve Rogers Band, anche se ai molti è conosciuta solo per quella hit, in qualche modo segnarono in maniera indelebile la memoria di chi li ha ascoltati.
Si pensi a brani come “Questa sera Rock’n’roll” per proiettarsi in un giorno di licenza militare, tra un testa e coda di Uno Turbo e Ritmo Cabrio o “Tanto è lo stesso”, dove hai ragione tu ed io non sono un uomo! Puttanate antropologiche come quelle odierne, che rivendicano il genderless e vedono femminicidi ovunque, fanno apparire il Mondo contemporaneo sterile e bigotto a confronto; questo accade perché si è perduta la purezza, l’ingenuità creativa che non prevede compromessi di sorta e dove la provocazione e la libertà non venivano barattati con una volgarità autoreferenziale, vi era insomma la possibilità di mettere le manette ai fiori, ma non per spezzarli, bensì per farli vivere in eterno, toccandoli nel debole della loro giovinezza, dedicandogli Bambolina, che affiora alla mia memoria in un tardo pomeriggio natalizio, un intro da qui alla fine del millennio, anno in cui Massimo Riva si spense.
Questo scritto, non vuole assumere tristi venature e nemmeno essere celebrativo, non richiede una scheletrica quanto più anoressica analisi discografica, ma piuttosto  testimonia di quella che è stata una figura importante della musica italiana di un tempo e non solo, di quello che ha significato da un punto di vista estetico, culturale e linguistico. Oggi a distanza di trent’anni, la stampa ufficiale si scandalizza per le tematiche trattate da alcuni autori, mentre dovrebbe fare attenzione alla scarsità di contenuti di certa musica o di ciò che viene spacciato per tale, quando Massimo Riva faceva il chigno sui palchi del Festivalbar era quasi cosa normale, proprio perché quel contrapporsi gestuale veniva dettato da naturale isitinto di ribellione piuttosto che da un tornaconto mediatico.
Scardinava in maniera poetica, una volgarità che ai tempi d’oggi è gratuita, quasi d’obbligo e perciò esangue, gridando a pieni polmoni al povero malcapitato di turno, che la sua donna lo faceva impazzire e addirittura star male.
Non ritengo che Riva fosse solo “Il chitarrista di Vasco”. Quando lo si cita, centinaia di ragazzi ravvivano lo sguardo, apostrofandolo quasi come una vecchia conoscenza. Proprio questa è stata la sua caratteristica propulsiva, quell’essere in subbuglio, arrafazzonato e chiassoso, sempre di fronte al palco piuttosto che sopra, lo ha trasformato in un micidiale esempio di infiniti ritratti sociali per le generazioni che lo hanno conosciuto.
Sono sicuramente dissonanti le mie posizioni, a confronto con chi le ritiene nostalgiche: le persone non hanno una banale nostalgia di Riva e del passato, ma semplicemente vorrebbero quest’ultimo ancora nell’attuale presente.
E quando nei live Vasco grida:” W Massimo Riva”, non voglio cucire una striminzita veste semantica a questa frase, ma pensarla in senso più ampio, dove il “Viva” è percepito in qualità di metempsicosi, evitando quindi la caduta degli dei e permettendo ai mortali di restare in piedi fra le rovine; si configura un quadro di cannibalismo sonoro dove la voce assume i connotati di un corpo autonomo da quello fatto di carne e d’ossa, poiché spesso la vita è fatta di due elementi contrastanti, dove da una parte vi sono le parole e dall’altra troviamo il Mondo, ma quando questi due elementi convengono a complementarietà, il lupo può andare con l’agnello e gli angeli ad abitare la terra, ed essere senza le ali.
Ciao Massimo.




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