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RACCONTI

Silvia Luscia

A piedi nudi verso est

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Ogni storia ha il suo caffè, lo sa bene Ester. Anni di cronaca a ogni costo, di interviste che non svelano né personaggi né eventi, ma di caffè che profumano l’aria pregna di ipocrisia. In un agosto insolitamente piovoso a Brescia, Ester si trovò a dover scrivere della caduta dei regimi dell’Est. Lei che quando cadde il muro di Berlino aveva solo nove anni, cosa poteva sapere dell’Est? Lei che aveva visto la caduta del muro su un maxi schermo, seduta nel salone di una scuola elementare di provincia, che emozioni avrebbe potuto trasmettere? Che comprensione sperava di stimolare nelle nuove generazioni? Ester sapeva che per ritrovare il senso della Grande Storia, questa volta avrebbe dovuto calarsi dentro le orme di chi aveva vissuto l’Est, orme occidentali di chi scalza aveva sentito la nudità della propria identità a contatto coi regimi. Il caffè di questa storia l’attendeva al civico 17 di via Trieste a Brescia. Non sarebbe stata questa volta un’intervista fredda, formale, ma un lasciarsi guidare nella comprensione di un mondo nuovo, da chi per anni l’aveva guidata nella comprensione di sé e della propria professionalità. La dottoressa Zoniman rappresentava per il mondo accademico un fulgido esempio di competenza storica, da anni ordinaria alla cattedra di storia contemporanea, aveva mantenuto con le sue alunne un rapporto privilegiato. Entrambe sapevano che non si trattava di una ricostruzione storica asettica, ma di qualcosa di più profondo che le riguardava da vicino: fare i conti con la privazione della libertà per ricercare i fondamenti della propria identità votata alla libera espressione. Non sarebbe stata un’intervista e non sarebbe stata una lezione di storia. Sarebbe stato un viaggio al profumo di caffè. La dottoressa Zoniman aveva identificato più volte nelle sue lezioni, come simboli di condensazione dei regimi stalinisti dell’Est, gli altoparlanti disseminati sui pali della luce e sui tralicci della corrente in tutti i paesi e le città dell’allora Cecoslovacchia, pronti a diffondere le verità del regime. Li aveva visti nel 1981, l’anno in cui Ester muoveva i suoi primi passi tra le mura di casa, e sembravano l’espressione del controllo che un Grande Fratello esercitava sulla popolazione, alla quale giungevano solo i messaggi delle autorità comuniste. Il vangelo dei suoi viaggi è sempre stato La fattoria degli animali di Orwell, satira della rivoluzione sovietica e di tutte le rivoluzioni che prima o poi si trasformano in nuove dittature. - Quando lessi questo libro - disse un giorno durante una lezione la Zoniman - cioè negli anni ’80, il comunismo era ancora in auge, anzi potente e di moda, e sembrava impossibile che potesse cadere prima o poi. Ma Orwell l’aveva profetizzato in un’altra opera intitolata 1984, nella quale si chiedeva se l’URSS sarebbe sopravvissuta sino a quella data. L’URSS e il comunismo sopravvissero ancora cinque anni, e poi tutto in breve crollò sotto il peso della rivolta morale, prima ancora che politica ed economica, contro il regime. - Orwell infatti in 1984 aveva teorizzato il controllo della popolazione da parte di un occulto, misterioso e potentissimo osservatore, chiamato il Grande Fratello, lo ricordava bene Ester nel momento in cui varcò il portone del civico 17. Questo nome, Grande Fratello, passò poi alla serie degli spettacoli televisivi omonimi e divenne noto a tutti noi: ma l’aveva creato Orwell. Non servirono domande introduttive o convenevoli. Non appena Ester sedette nello studio della dottoressa Zoniman essa, con naturalezza, guardando dalla finestra al grande orologio del loggiato interno all’Università, cominciò a scalzare i propri ricordi, svelando l’epidermide del proprio viaggio all’interno del totalitarismo comunista. - Il viaggio più significativo che mi ha portato alla comprensione di cosa fosse un totalitarismo di matrice staliniana - disse la Zoniman con un tono che non ricordava affatto la sua carismatica presenza su una cattedra quando veniva osservata da centinaia di studenti, - fu quello compiuto a Berlino Ovest e Berlino Est nella primavera del 1974 con la visione del Muro, prima da Berlino Ovest, dove esistevano piattaforme sopraelevate per osservare il Muro, i reticolati, e le case al di là del Muro stesso, poi da Berlino Est. Avevamo ottenuto il permesso per un breve passaggio da Ovest a Est per motivi turistici: erano i giorni di Pasqua. Prendemmo la metropolitana da Berlino Ovest e arrivammo alla stazione della Friedrichstrasse, la via di Federico, il nome che poi diedi al mio primo figlio, luogo dove finiva il tratto occidentale, si scendeva dal treno, si passava la frontiera e si entrava nella Berlino Est. Il momento del controllo dei passaporti e del visto, poiché erano necessari l’uno e altro, furono drammatici. Eravamo in una grande salone insieme a pochi altri turisti, e a molti berlinesi o tedeschi in genere, che avevano parenti, familiari o amici all’Est. Dovemmo consegnare ai Vopos, i poliziotti di frontiera, i passaporti per i controlli, in cambio di un pezzo di carta su cui era segnato un numero che serviva a identificarci. Attendemmo per circa un’ora la restituzione. Nel frattempo eravamo senza documenti: essere senza documenti all’Est significava essere privi di una forma minima di protezione, e ci faceva sentire esposti a ogni pericolo. Ogni tanto un altoparlante gracchiante chiamava il numero di qualcuno dei presenti: solo in tedesco naturalmente, e con una velocità e indifferenza tale che anche i tedeschi del posto capivano poco, si guardavano in giro interrogandosi, chiedevano se qualcuno aveva sentito meglio il numero, o sorridevano amaro. Venne il nostro turno e ci riconsegnarono i passaporti, ma mancava quello di mia cugina, eravamo in cinque. Provammo a chiedere allo sportello, ma non ci venne risposto niente, se non di attendere. La paura cresceva, e non solo di mia cugina, ma di noi tutti. Finalmente dopo un’altra mezz’ora venne gracchiato dall’altoparlante un altro numero, quello giusto che attendevamo. Così potemmo salire sul treno della metropolitana dall’altra parte del Muro e dalla Friedrichstrasse riuscimmo ad arrivare alla famosa Alexander Platz, la piazza centrale di Berlino Est. Era la piazza delle parate del comunismo e delle riunioni oceaniche di massa. Da lì iniziammo la nostra visita alla città. E lì poi la finimmo all’ora di pranzo, quando mangiammo in un ristorante della centralissima piazza: un ristorante che era simile a una nostra mensa aziendale, ma non quelle di oggi, quelle dell’epoca. Ricordo che a un certo punto del pranzo chiedemmo del pane in più: la cameriera giunonica e rozza che ci serviva rispose decisa: “Kein Brot mehr!”, cioè “Niente pane in più!”. Pagammo coi marchi della DDR, che valevano forse un terzo dei marchi della Germania Ovest, ma che alla frontiera avevamo dovuto cambiare alla pari: 1 a 1. - Ester la interruppe e le pose una domanda che si era mostrata nella sua mente con una forza prorompente via via che la Zoniman si addentrava nel  proprio racconto:  Come il tuo io occidentale ha incontrato il tuo io dell’Est durante questi  viaggi e quanto la contrapposizione politica di quell’Europa può essere stata paradigma  della contraddittorietà dell’animo del singolo uomo, che vive quella frattura culturale?- Una breve pausa si frappose  fra il tintinnio della tazzina,  che ricercava la propria sede nel piattino bianco, in bilico, come un acrobata circense, e le parole  che ne seguirono: - Se le guardie di frontiera tra Cecoslovacchia e Polonia mi sequestrarono nel 1981 la rivista Time che conteneva le fotografie del matrimonio tra Carlo d’Inghilterra e Diana - disse - non lo facevano solo perché la stampa occidentale era proibita nei Paesi dell’Est. Lo facevano anche perché piaceva pure a loro guardare e ammirare Diana, simbolo della bellezza e del benessere occidentale. In questo senso l’io da una parte della cortina di ferro si riconosceva nell’io dall’altra parte, perché Diana piaceva a tutti. Invece non si riconosceva più dal punto di vista ideologico, quando agli uni, cioè a noi, era consentito ammirarla ufficialmente e apertamente, agli altri invece solo clandestinamente. Anche io stessa ho vissuto una frattura culturale lancinante, quella del mio essere cristiana nel viaggio dell’ateismo imposto in queste repubbliche socialiste dell’Est.  Una situazione particolare che ha caratterizzato appunto un altro viaggio; quello che feci dall’Austria alla Polonia attraverso l’Ungheria, la Cecoslovacchia, allora ancora unita sotto il comunismo e infine la Polonia. Eravamo appunto nel 1981, e in Ungheria essere cristiani significava vivere una religione esistente anche là, un po’ praticata, soprattutto dai vecchi nati prima della guerra, ma emarginata e considerata una sopravvivenza del passato. In Cecoslovacchia si aveva l’impressione di essere degli alieni, e soprattutto dei clandestini, perché pareva che tutto fosse vietato e poche cose consentite, in un clima di paura. Per esempio - ricordò - alla domanda di dove avevamo dormito la notte precedente in Ungheria, non ci fidammo a rispondere la verità.  Non dichiarammo di aver dormito nella canonica di un sacerdote, amico del padre Antonio Izmindy, profugo dall’Ungheria nel 1956 e divenuto a Brescia padre della Pace, ma affermammo di aver dormito in macchina, perché non avevamo ricevute di alberghi da esibire né volevamo mettere in difficoltà il prete ungherese. Totalmente diversa la situazione In Polonia, la Polonia che viveva la fede cattolica, praticata dalla grande maggioranza della popolazione, come un’alternativa al dogma comunista. Era la Polonia che da poco aveva visto diventare pontefice Giovanni Paolo II. Chiese affollate, preti e suore dappertutto: lì il nostro essere cristiani per tradizione entrò in crisi al confronto con la grande fede dei polacchi. Qui percepii per la prima volta l’Est come una casa e poggiai i piedi nudi della mia coscienza storica sulla pietra della cattedrale di Cracovia. - Non servì che Ester domandasse oltre, fu la Zoniman ad anticiparla - Questi viaggi mi hanno insegnato a insegnare non solo il rifiuto della dittatura, ma anche della propaganda ideologica, della capacità perversa di persuasione presso chi è più sprovveduto culturalmente e si lascia abbindolare facilmente. A insegnare che non bisogna lasciarsi trasportare dalle mode politiche, quando era di moda la corsa a sinistra o verso l’ultrasinistra, e neanche da quella in senso contrario, quando è diventato di moda essere di destra o di ultradestra. A insegnare che purtroppo non aveva ragione Cicerone a dire historia magistra vitae, cioè che la storia è maestra di vita, perché la storia non è maestra di un bel niente, visto che adesso in parecchi Paesi dell’Est, che hanno provato direttamente la dittatura, sono in auge partiti estremistici di destra o di sinistra, ed è in crisi la democrazia o l’idea stessa di Europa. La storia non insegna niente Ester, così come la tua cronaca, perché gli uomini si rinnovano di generazione in generazione, e ogni volta ci si sente in diritto di poter ricominciare da capo. -  Il profumo del caffè si era disperso quando la Zoniman le passò dall’armadio in cui custodiva le tesi di laurea delle sue allieve un libro dall’inconfondibile copertina azzurra, le opere montaliane della collana dei Meridiani Mondatori. Ester aprì la prima pagina e vi trovò estrapolati in una calligrafia frettolosa alcuni versi: “la storia non si snoda come una catena di anelli ininterrotta. In ogni caso molti anelli non tengono. La storia non somministra carezze o colpi di frusta. La storia non è magistra di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve a farla più vera e più giusta”. Quando Ester rialzò la testa la Zoniman se ne era già andata lasciando la porta socchiusa. La sua lezione sarebbe iniziata dopo pochi minuti e il battere ritmato dei suoi tacchi sul marmo del pavimento ricordava ad Ester il rassicurante suono delle macchine da scrivere che avevano fatto grande il giornalismo italiano.



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