RECENSIONI
Carlo Melograni
Architettura italiana sotto il fascismo
Bollati Boringhieri, Pag. 329 Euro 24,00
Chissà quanti sanno, tra quelli che entrano a Roma per via ferroviaria, che uno degli esempi più significativi dell'architettura fascista è proprio la Stazione Termini: e quella sua lunga propaggine chiara che sacrifica indecentemente il bel tempio di Minerva Medica (in realtà una bianca ala che nella parte estrema doveva servire come dormitorio e in quella più centrale come punto di ristorazione che, anche gli attuali visitatori tutt'oggi, possono 'ammirare' nella sua lungimiranza dechirichiana).
Prototipo ideale dello stile 'littorio', che ebbe come uno dei maggiori esponenti proprio l'architetto che disegnò Termini, Angiolo Mazzoni, ma che non fu l'unica linea del passato regime.
Esplicativo in proposito il sottotitolo del presente saggio: l'orgoglio della modestia contro la retorica monumentale 1926-1945.
Cioè a dire, il tentativo, parzialmente riuscito, di una scuola di pensiero di non farsi fagocitare dalla propensione 'imperiale' di Mussolini e dei suoi accoliti. Perché se Mazzoni aveva idee 'grandiose' (fu scartato un suo progetto faraonico della stazione fiorentina di santa Maria Novella, per fortuna realizzata da un gruppo di nuovi architetti che concretizzò uno dei primi esempi di modernità a tutto tondo), se Marcello Piacentini si scagliò contro la 'fronda' razionalista che si basa essenzialmente sul più rigoroso utilitarismo, sulla negazione del bello, sull'impiego dei materiali più umili e vili e provvisori (...) sulla uguaglianza assoluta di trattamento di ogni tema, sull'abolizione di ogni gerarchia architettonica, e se dopo la conquista dell'Etiopia si ebbe un cospicuo 'adattamento' ad uno stile atto alla celebrazione della retorica imperialista (pensiamo al Foro Mussolini, Palazzo del littorio, dal 1940 destinato al Ministero degli esteri e che secondo l'autore è forse tra gli edifici costruiti in Italia il meno dissimile dall'architettura nazista di Albert Speer), tuttavia una vena chiamiamola 'indipendente' ebbe una sua ragione d'essere nonostante il clima politico fosse impegnato nel rito dell'edificazione del regime onnicomprensivo.
Comunque non bastò ad evitare sfregi alla capitale che ancora oggi i romani, ed il mondo intero, pagano nella percezione visiva della totalità della città: basti pensare alla 'creazione' di Via dei Fori Imperiali e l'apertura di via della Conciliazione, con la demolizione di Borgo davanti a San Pietro (voluta tra l'altro sempre dal Piacentini) che distrussero l'effetto che il Bernini aveva ottenuto disponendo l'asse maggiore dello spazio circondato dal colonnato in senso perpendicolare all'asse principale della chiesa e al percorso che dal fiume conduce al tempio.
Leggendo con attenzione il testo si ha l'impressione però che , nonostante i 'crimini' perpetrati al livello stilistico ed edilizio, l'architettura sotto il regime riuscisse a gestire le proprie idee e i propri convincimenti con un pizzico di libertà in più rispetto ad altri settori e che la 'credenza' che, allo stato delle cose, tutto quello realizzato dal regime debba essere buttato alle ortiche sarebbe ora che venisse giustamente superato.
di Alfredo Ronci
Prototipo ideale dello stile 'littorio', che ebbe come uno dei maggiori esponenti proprio l'architetto che disegnò Termini, Angiolo Mazzoni, ma che non fu l'unica linea del passato regime.
Esplicativo in proposito il sottotitolo del presente saggio: l'orgoglio della modestia contro la retorica monumentale 1926-1945.
Cioè a dire, il tentativo, parzialmente riuscito, di una scuola di pensiero di non farsi fagocitare dalla propensione 'imperiale' di Mussolini e dei suoi accoliti. Perché se Mazzoni aveva idee 'grandiose' (fu scartato un suo progetto faraonico della stazione fiorentina di santa Maria Novella, per fortuna realizzata da un gruppo di nuovi architetti che concretizzò uno dei primi esempi di modernità a tutto tondo), se Marcello Piacentini si scagliò contro la 'fronda' razionalista che si basa essenzialmente sul più rigoroso utilitarismo, sulla negazione del bello, sull'impiego dei materiali più umili e vili e provvisori (...) sulla uguaglianza assoluta di trattamento di ogni tema, sull'abolizione di ogni gerarchia architettonica, e se dopo la conquista dell'Etiopia si ebbe un cospicuo 'adattamento' ad uno stile atto alla celebrazione della retorica imperialista (pensiamo al Foro Mussolini, Palazzo del littorio, dal 1940 destinato al Ministero degli esteri e che secondo l'autore è forse tra gli edifici costruiti in Italia il meno dissimile dall'architettura nazista di Albert Speer), tuttavia una vena chiamiamola 'indipendente' ebbe una sua ragione d'essere nonostante il clima politico fosse impegnato nel rito dell'edificazione del regime onnicomprensivo.
Comunque non bastò ad evitare sfregi alla capitale che ancora oggi i romani, ed il mondo intero, pagano nella percezione visiva della totalità della città: basti pensare alla 'creazione' di Via dei Fori Imperiali e l'apertura di via della Conciliazione, con la demolizione di Borgo davanti a San Pietro (voluta tra l'altro sempre dal Piacentini) che distrussero l'effetto che il Bernini aveva ottenuto disponendo l'asse maggiore dello spazio circondato dal colonnato in senso perpendicolare all'asse principale della chiesa e al percorso che dal fiume conduce al tempio.
Leggendo con attenzione il testo si ha l'impressione però che , nonostante i 'crimini' perpetrati al livello stilistico ed edilizio, l'architettura sotto il regime riuscisse a gestire le proprie idee e i propri convincimenti con un pizzico di libertà in più rispetto ad altri settori e che la 'credenza' che, allo stato delle cose, tutto quello realizzato dal regime debba essere buttato alle ortiche sarebbe ora che venisse giustamente superato.
di Alfredo Ronci
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