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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Francesco Scardone

Bimbi Fluo

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La prima volta che ne ho visto uno se ne stava, tutto infreddolito, in punta di piedi affacciato al davanzale; scalzo.
Era notte, chiaramente; e il suo camice sottile svolazzava come la velina di un pan di zucchero al vento caldo, ammorbante.
Era nella sua gola, insomma, o comunque giù di lì: una monocroma farfalla immobilizzata per sempre nel suo volo ad ali spiegate.
La fluorescenza irradiava una luce strana; concentrata.
Non faceva pulviscolo come il disturbo magnetico di un televisore rotto, non prendeva fuoco nell'opalescenza polverosa di un tramonto sulla caligine del deserto: era una luce che illuminava solo se stessa; eppure, lì intorno, ma sapevi comunque che il bambino c'era – e forse, tra l'altro, c'era a maggior ragione se quella radiazione voleva cancellarlo.
Poi, comunque, dopo un po' che ci avevo fatto l'occhio anch'io, mi capitava di vederli sempre più spesso: infrattati nelle corsie, durante i cambi turno, in quei loro nascondini termici; a frotte nei bagni sul piano per sanguinose battaglie a colpi di dentifrici al fluoro; nei loro lettini poi, sotto le coperte, a leggersi da soli un racconto dell'orrore grazie alle loro congenite torce.
Tossivano, questo sì, a volte così forte che dovevano reggersi al muro per non cadere: e capitava allora di passare dopo ore e di ritrovare i loro sputi bioluminescenti lungo i corridoi tristi, vuoti; la loro saliva ad ultravioletti come un percorso luminoso in quella così dolorosa tenebra.
Mi ricordo di uno, in particolare, che, giorno dopo giorno (notte dopo notte, più precisamente), accendeva un lumino nuovo ogni volta in una parte diversa del suo piccolo corpo, affaticato; e allora, come trascinato da un nugolo di lucciole, se ne andava lo stesso in giro tra un piano e l'altro, continuava comunque a ficcarsi sotto i letti per stanarne i mostri.
Cominciavano di solito con piccole pepite dorate, a forma di melette; innocui fagioli placcati. Poi lo smalto intaccava altri punti, spesso a caso; monetine incandescenti nei loro sistemi periferici, come creme abbronzanti spalmate alla cieca sulle fresche epidermidi.
Raramente, ma comunque succedeva, si evidenziavano nell'oscurità i loro tessuti encefalici, le circonlocuzioni laminate di quella polpa molle; dolce. Le terminazioni spinali rilucevano come steli di fiori giganti, fino alle corolle aracnoidee dei loro circuiti limbici, delle loro aree di Broca. C'erano alcuni interamente tenuti su solo nel fulgore delle loro stesse impalcature ossee, scheletri radioattivi come per un costume di Halloween.
La maggior parte, però, rimescolava continuamente le linfe di quelle così tremende dialisi di luce, irradiava ovunque le anastomosi cardiovascolari di quel fluido denso, sempre in circolo. Il flusso ininterrotto scorreva come un fiume già congelato, che non va da nessuna parte.
Tutti, comunque, alla fine, attraversando quelle notti sempre più lunghe, si ritagliavano intere nel buio le loro sagome di bimbi, contestavano al crepuscolo la fiaccola delle loro infanzie: li vedevi stampati sulle pareti nere in tutto il loro metro e cinquanta, sospesi supini infine per quell'ultimo sonno.
A un certo punto non distinguevi più la fluorescenza dal loro corpo: perché erano tutta fluorescenza.
Quando si spegnevano poi, così, all'improvviso, non ti rimaneva il tempo nemmeno di soffiare sul moccolo delle loro brevi vite; e anche a me, il loro oncologo, nonostante tutti gli sforzi, non restava altro che piangerli.



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