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ATTUALITA'

Giovanna Repetto

C'è vita nella fantascienza italiana? Incontro con Emanuela Valentini

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   Non so se ci sia vita sugli altri pianeti, ma di sicuro ce n’è nella fantascienza italiana. A noi del Paradiso è venuta voglia di andare a metterci il naso per vedere che cosa bolle in pentola. Ne è nata una serie di incontri con le più interessanti personalità del settore.
   Cominciamo con Emanuela Valentini, il cui romanzo Angeli di plastica, finalista al Premio Urania e da poco uscito con Delos, è recensito in queste pagine. Nel 2013 ha pubblicato con Speechless Books la sua fiaba dark La bambina senza cuore, e con il marchio Gems Ophelia e le Officine del Tempo, finalista al Torneo Ioscrittore. Con Delos Digital ha pubblicato il serial Red Psychedelia. Nel 2016 ha vinto il Premio Robot con il racconto Diesel Arcadia. Poi è arrivato il successo di Milla, racconto scritto a due mani con Lorenzo Crescentini, che dopo aver vinto il Premio Space Prophecies indetto dalla Yavin4 è uscito sulla prestigiosa rivista americana Clarkesworld. Un grande traguardo, riservato a pochi autori italiani.
   L’abbiamo incontrata per soddisfare qualche curiosità, a partire da quelle relative ad Angeli di plastica.

Emanuela, leggendo il tuo romanzo si sente che è scritto con foga, passione, con una rabbia che spinge a scodellare parole sulla pagina proprio come i tuoi “angeli” vengono scodellati nel mondo. C’è un’impellenza: da dove nasce?
Quando a settembre del 2015 un amico mi ha segnalato il bando per partecipare al Premio Urania ero in una fase psicologica calante. Non scrivevo da un anno e sentivo di non essere più in grado di approcciarmi al foglio, non per cause letterarie ma a causa di problemi con me stessa. Mi sentivo delusa da me e dal mondo, da me, soprattutto, per la mia incapacità di reagire alle cose del mondo, alla gente cattiva, ai manipolatori, alle sconfitte. Il mio amico che lo sapeva benissimo, non ha desistito di fronte ai miei dubbi e ai miei rifiuti. “Scriviamo insieme”, mi ha detto. “Facciamo due romanzi gemelli, li scriviamo insieme: tu aiuti me e io aiuto te e poi per festeggiare li mandiamo al concorso. La nostra vittoria però sarà averli scritti. Ci stai?” Ho detto sì. E così, in poco più di due mesi è nata Mei.

Mei, la protagonista di Angeli di plastica. È anche il titolo che avevi dato in origine al tuo romanzo. Da dove è partita l’idea?

Mei nasce dal vuoto, da un vuoto reale che era dentro di me. Nasce dalla perdita della speranza, dallo scoramento. Mei nasce dall’abbraccio di un amico che ha saputo raccogliere quanto restava in piedi di me, della mia voglia di fare e di creare, della mia immaginazione. Durante la stesura non sono stata a curare troppo la tecnica: ho scritto e basta. Ho raccontato una storia di dolore e disperazione, la storia a senso unico di anime perdute e sole. Mei è stato scritto durante le pause pranzo a lavoro e di notte quando io e il mio socio in quella folle avventura ci scambiavamo in mail i capitoli scritti quel giorno e ce li leggevamo e correggevamo a vicenda, prima di cedere al sonno. Per sapere chi è vi basta aprire il libro e leggere la dedica che, con tutto il cuore, rinnovo oggi al ricordo.

Questa è già una bella storia. E mi conferma nell’idea che ci sia un forte contenuto autobiografico. Mei ti assomiglia?
Al contrario di quanto si pensi, io non sono Mei. Quella che molti lettori hanno sentito e scambiato per somiglianza è invece una fortissima empatia, un vero e proprio amore viscerale per Mei. Empatia nei confronti di una creatura che a un certo punto mi ha preso la mano e da qui la scrittura “fluviale” e poco controllata, disperata, squilibrata, a tratti persino delirante che caratterizza l’intero romanzo. Tutto voluto. Quando ho capito che attraverso il percorso di Mei sarei tornata la donna che ero prima l’ho lasciata agire deliberatamente. Ho scelto di non fare pesare la mia presenza di autrice all’interno del testo e di lasciare campo libero ai personaggi.

Tutto il romanzo è permeato dalla dicotomia, ogni cosa o situazione ha il suo doppio e/o il suo contrario. Utopia contro distopia. A volte è come se tu avessi bisogno di creare un mondo sconosciuto tenero e dolce per compensare la durezza del mondo noto. Altre volte è come se al contrario volessi incrudelire la realtà per scontare un eccesso di felicità. Da un lato sembra l’elogio della fuga. D’altro canto c’è anche un lavoro di integrazione, di recupero e ricomposizione.

Mei è tutto questo. Nasce contraddittoria e muore in maniera trascendentale, questo accade proprio nella pura intenzione di esaltare luci e ombre, superficialità esasperante e abissi drammatici propri di ciascun personaggio. Nella ricerca dell’estremo c’era il bisogno di raccontare una storia senza limiti. Così nasce il mondo onirico di Mei e North, a contrastare la fogna di Tria e Sauro, a contrastare le attività illecite all’interno della PlasticArt, a regolare una realtà troppo atroce da sopportare. Questa storia non è solo scienza senza scrupoli contro un’etica punk, non è solo fuga e desiderio disperato di restare, ma raccoglie ogni sorta di contrasto fin quasi a scadere nella più cruda incoerenza. Molte persone dopo averlo letto mi hanno detto che il messaggio che passa una volta assorbita l’ultima parola è di speranza. Questo mi stupisce ma significa che alla fine la storia si è raccontata da sola; significa che ci sono riuscita. Significa che il lavoro intrinseco di ricostruzione, recupero e integrazione si è attivato autonomamente, nonostante me.

A volte capita che dopo aver scritto una storia si capisca più profondamente il nostro rapporto con essa.

Eh sì, questa storia è stata per me come una sorta di rinascita rabbiosa. Scrivendola, solo concependola, ho spaccato l’uovo di ipocrisia e illusione in cui ero prigioniera liberando forze ancestrali che neppure sospettavo di possedere. Dopo Angeli di Plastica l’approccio al romanzo per me non è più lo stesso.

Poco fa hai detto che hai preferito lasciare campo libero ai personaggi. È una dichiarazione impegnativa. Che rapporto hai con i tuoi personaggi?

Scrivo solo storie di empatie fortissime con i personaggi. Se quella magia non ha luogo, se non scatta quella scintilla la storia non è scritta, la mollo, non la sento viva. Questo non significa che i personaggi siano abbandonati a loro stessi o liberi di fare quello che vogliono; questo nelle mie storie non avviene mai. Ho lasciato libera Mei di esprimersi entro certi limiti, e l’ho  stoppata quando rischiava i esagerare. Questo per dire che comando io, sempre. E, sì. Amo e continuo ad amare le mie creature sempre. Sono vive. Vivono nel mondo delle storie dal quale vengono di volta in volta evocate. Le amo tutte, sempre. Sono cresciuta con la scuola di Ende, io: “Quello che accade tu lo scrivi” disse. “Quello che io scrivo, accade” fu la risposta.

Senza offesa, mi viene da dirti che sei anche tu un personaggio. Ti metti in gioco con tutto il tuo corpo, indossando abiti e colori che evocano sfere al di là del mondo quotidiano. Ti abbiamo vista indossare abiti steampunk, tingerti i capelli di azzurro come il personaggio che hai creato. Ti muovi nel mondo come se fossi l’ambasciatrice di un altro pianeta. Sembra ci sia qualcosa che vuoi esprimere, al di là dei contenuti sociali, che pure abbondano nelle tue pagine. Forse vuoi proclamare i diritti della fantasia, sconfiggere la banalità, o che altro?

Ti ringrazio per avermi trovato questa definizione che da oggi farò mia: ambasciatrice di un altro pianeta. Sì! Io voglio lasciare una traccia nel mondo, non mia, non personale ma fatta di parole come eredità di un amore che va oltre me e oltre la mia insignificante vita. Voglio e ho sempre desiderato essere una connessione tra il mondo delle storie, la dimensione immaginifica e questa in cui viviamo: ne voglio catturare più che posso e lasciarle scritte, lasciarle in dono a chi c’è già e a chi verrà poi a riprova del fatto che non siamo solo carne, sangue e morte. Noi siamo vita! Spiriti altissimi, giganti di fumo, spirali magiche, noi siamo quello che immaginiamo. Inspiegabili misteri. Ecco cosa cerco di dire al mondo. Le storie che leggevo da bambina mi hanno salvato da una strana infanzia fatta di mostri veri. Le storie hanno continuato a salvarmi per tutto il corso della mia vita, fino a oggi. Le storie sono il nutrimento, quello che mi tiene in piedi.

Vorrei che provassi a fare il punto sul mondo della fantascienza italiana, di cui pratichi gli ambienti. Mi sembra che ci sia vitalità, voglia di sperimentare. Molte iniziative, entusiasmo e anche allegria. Sbaglio?

Mondo di grosse contraddizioni, di clan, di piccole guerre di quartiere, la fantascienza italiana. Io la vivo come una grande famiglia ma parlo da privilegiata. Ho avuto la fortuna di essere introdotta nell’ambiente da un tutore, un mentore, una persona che ha saputo guidarmi e consigliarmi proprio come accade negli States, dove gli autori più forti e più “anziani” prendono sotto l’ala una giovane leva e la adottano, per così dire, ecco. Così è stato per me. Quando qualche anno fa Dario Tonani mi ha consigliato di scrivere un serial che fosse divertente, ipnotico, con un alto grado di continuità io non ho esitato. Così è nato Red Psychedelia. Da lì non mi sono più fermata e l’ho sempre avuto accanto. Stanca di essere sempre l’accompagnatrice o la moderatrice di qualcuno, nel 2015 avevo giurato a me stessa che nel 2016 sarei stata ospite di tutte le convention fantascientifiche italiane e grazie al lavoro fatto un anno prima così è stato!

Vuoi citarne qualcuna?

A marzo sono stata ospite alla magnifica Deepcon in quel di Fiuggi, e due mesi dopo alla Starcon di Bellaria, fantascienza in riva al mare. Entrambe esperienze bellissime, in cui ho ricevuto premi e presentato i miei lavori. La convention milanese Stranimondi, che ha avuto luogo a ottobre, mi ha consacrato come la più folle autrice di fantascienza degli ultimi tempi. Avevo i capelli blu come Mei. Ho partecipato a due conferenze importanti con gente che è nell’ambiente da secoli, con autrici di livello internazionale come Tricia Sullivan (pubblicata da Zona42) e conosciuto persone stupende come Nicoletta Vallorani, prima e unica donna ad avere vinto il Premio Urania, oltre ad altre decine tra autori, editori, lettori, estimatori, collezionisti, pazzi per la narrativa di genere, sognatori! Quando sono alle convention io mi sento felice. Mi trovo a mio agio. Sono al posto giusto. Posso parlare di scrittura, di storie. Posso complimentarmi con gli autori che amo, posso creare nuovi legami, progetti, dare un volto a tutte quelle personalità che in genere seguo sul social.

Torniamo alle tendenze della fantascienza italiana.

La fantascienza italiana in questo momento è divisa in due correnti di pensiero. Una più conservatrice, che vuole restare legata al passato e male accetta le nuove voci e soprattutto le donne e l’altra che al contrario cerca di rompere i vecchi schemi e promuovere una narrativa di genere più pop, più fruibile, aperta e accogliente anche nei confronti delle quote rosa. Personalmente sono stata accolta come una figlia, a Stranimondi mi sono sentita a casa e sento di avere dato in cambio moltissimo in termini di energia, entusiasmo e grinta, cosa che continuerò a fare. Ai conservatori accaniti dico che niente potrà fermare il nuovo che avanza, senza nulla togliere alle glorie del passato, ai maestri e alle storie che sono destinate a vivere per sempre. 

Qual è per te l’eredità più importante lasciata dalla fantascienza del passato, gli autori che ti hanno aperto più orizzonti e quelli che hanno inciso di più sul destino di questo genere?

Questa è una riflessione che meriterebbe un saggio di approfondimento. Posso solo fare un breve elenco degli autori che sono stati importanti nella mia formazione. Mary Shelley, Jules Verne, Charles Dickens, Arthur Conan Doyle! Oscar Wilde, Frank Baum. I grandissimi autori di romanzi del passato sono questi. Questi sono i re e le regine del fantastico, della fantascienza, del weird e di tutto quello di cui ci vantiamo oggi. L’eredità che ci hanno lasciato è immensa, interminabile, senza fine. Sono veri e propri imperatori della letteratura. I più moderni che adoro e che leggo e studio sono Michael Ende, Philip Dick, Philip Pullman, Murakami Haruki, Neil Gaiman! Questa è gente che ha inventato qualcosa. Questa è gente che ha saputo e sa raccontare storie magnifiche fuori dal tempo. I lavori di questi scrittori escono dal genere e volano nella corrente della letteratura eterna. Tutto quello che scriviamo oggi deriva da loro. Tutti i film che guardiamo al cinema hanno attinto alle loro idee. Tutti i videogiochi, le ambientazioni, i villain più potenti, tutto quello che esiste lo hanno già inventato e interpretato loro. Ah dimenticavo. Edgar Allan Poe. Sempre sia lodato. 

A proposito: qual è la tua opinione sui “generi” letterari?

Il genere esiste e non è sminuente come taluni credono o cercano di lasciare intendere. Non ci sono bei generi o brutti generi, esistono storie scritte bene e storie scritte male, storie belle e storie meno belle. Mi piace quando è utile a classificare, mi piace meno quando serve a svilire e bistrattare. Come si fa a disprezzare un intero genere, peraltro a sua volta divisibile come la fantascienza e il fantasy in numerosi sottogeneri? Il fantastico è un genere antico, potente e nobile. È letteratura. Io adoro i generi letterari, mi piace spaziare, mescolarli, studiarli. Resto esterrefatta di fronte a esternazioni tipo “narrativa generale”, e che sarebbe ‘sta narrativa generale? Qual è la storia che non è ascrivibile in nessun genere? Devo ancora trovarla.

Secondo te le voci nuove e originali trovano spazio nell’editoria italiana?  

Questa è l’epoca del già visto e del già sentito. Se volete trovare l’originalità, il genio, l’invenzione, la ricerca, dovete frugare gli stand nelle fiere della piccola editoria e nelle convention di narrativa fantastica. Non è questione di genere, è questione di soldi, interessi, e mantenimento della sacra superficialità, la malattia del nostro tempo. Triste ma vero.  

Dovrei chiudere qui, ma mi sento di fare un’aggiunta. Finché esistono persone come te, che lottano con tanta passione, si può credere che ci sia speranza.



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