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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Gianluca Fortini

Come allodole

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Era gelida Breslavia. L'inverno s'insinuava negli abiti, penetrava le ossa, non dava tregua.

Il piccolo centro, ricco del fascino della storia, era deserto. Sull'altra sponda del Danubio l'agognata emancipazione di gelido vetro e cemento disegnava moderne geometrie, offrendo al popolo quattro piani di progresso e annessi consumi, multisala e piste da bowling incluse.

Ma faceva caldo là dentro, era un rifugio ideale. E in quella moderna agorà il popolo poteva abbandonarsi tra negozi e scaffali, intrecci di scale mobili e corridoi senza fine, o trovare ristoro all'ombra di artificiali cascate d'acqua da isola felice.

Pure noi cedemmo, vi trovammo spesso riparo tra quelle moderne trionfali rovine. Ma la sera camminavamo per il centro, sfidando il gelo, godendoci la città ed il suo gioco di luci esaltato dalla neve appena deposta.

Molti locali, come spesso accade all'Est, si estendono nei seminterrati, oltre gli androni schiusi dei palazzi.

Fu in una di quelle tane notturne di arcate in pietra vista che lo conobbi.

Volevo solo bermi una birra in santa pace assieme alla mia compagna, e arrischiarmi, magari, a terminare quel piatto traboccante patate fritte affogate in strati di ketchup e maionese, quando il vecchio si accorse di noi.

Parlava con gente del luogo, soliti avventori. Lo conoscevano. Alcuni sorridevano, altri no, lo ignoravano e basta; e quando si sedette vicino a noi, la disponibilità ciarliera della mia lei lo galvanizzò a tal punto che cominciò a parlare e parlare e parlare e...che dall'emozione gli saltò via un incisivo.

Lo guardai risistemare la protesi ballerina con la punta della lingua, un gesto di grande abilità davvero, con una nonchalance tale da lasciarmi incantato.

Raccontò l'ironia di un luogo, quel luogo, locale clandestino ai tempi del Regime, spartano, precario, dove il pavimento era nient'altro che la terra dura, ora mausoleo di insensate nostalgie attira turisti.

KGB, lo avevano ribattezzato. Ed io ero seduto tra il quadro di uno Stalin sorridente ed il mezzo busto di un Lenin altrettanto bonario.

Si guardavano i due; e si sorridevano.

Il vecchio, intanto, narrava di fughe su auto scalcagnate, via dal Regime, verso presunte libertà. Storie, talvolta, davvero inverosimili. Verità e finzione si fondevano e confondevano in un solo lungo discorso.

Parlava un misto d'inglese, italiano, spagnolo, esperanto. A sentire lui, ne aveva passate parecchie, ed il volto, che non mente mai, a chi lo sa scrutare, sembrava confermare.

Disse: Io lo vedo quello che stanno facendo. L'ho già visto, è solo un altro Regime.

I suoi occhi scafati guardavano oltre le promesse di Libertà per tutti.

Disse: Immagina se i Sovietici avessero avuto le tecnologie di cui loro dispongono.

Ed io immaginavo, e immagino ancora, qui seduto, mentre sento ciarlare di Consapevolezza&Rivolta dai soliti stupidi esaltati.

Disperati si riversano nelle strade rivendicando il pane, una dignità che non c'è, e tutto questo sarebbe merito del web ? Che diavolo ne sa quella gente affamata, spinta da un'atavica ingiustizia, dalla disperazione di chi non ha più nulla da perdere, di blog e social network ?

Penso a quei disgraziati, a cui per lo meno una dignità è rimasta, e a questi sciocchi, figli dell'opulenza e di internet, a cui invece non è rimasto nulla, se non le favole che raccontano e si raccontano. E infine penso a loro, a chi sta in cima alla catena alimentare, e li osserva, li ascolta, e si frega le mani con un mezzo sorriso.

Hanno vinto ancora una volta.

Imprigionati in una trappola che appunto si chiama Rete, per la nostra e la loro gioia.

Ci hanno venduto una moderno inganno e lo hanno chiamato libertà.

Lucideremo le catene.





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