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Il Paradiso degli Orchi
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ATTUALITA'

Alfredo Ronci

E basta con Rino Gaetano! Parliamo di veri poeti.

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Lo dico col cuore in mano: della letteratura contemporanea ne ho i coglioni pieni. Mi era venuto in mente anche di chiudere il Paradiso: perché cosa te ne fai di un 'sistema' che si autoalimenta sbandierando in continuazione eventi letterari per poi ritrovarsi tra le mani libercoli insignificanti e squalificanti? Cosa te ne fai di uno spazio 'interviste' quando gli scrittori se la tirano e pensano, coi loro pensierini da bignamino filosofico, di poter smuovere le coscienze delle masse diseducate? Che te ne fai dei raccontini degli esordienti che scrivono tutti allo stesso modo (beh, molti frequentano le scuole di scritture creative, no? Ma non sarebbe il caso di screativizzare qualche cervello?)?

Nel caso degli orchi, rimarrebbero due rubriche: 'la sinagoga degli iconoclasti', atta a grattarsi quando le palle girano, e il 'de falsu creditu' perché non c'è cosa migliore di crearsi il miglior libro letto quando lo stesso non esiste.

Rimpiango i tempi passati: e rimpiango la mia propensione ad aggrapparmi a qualcosa. Negli anni ottanta, quando vivevo i miei venti e più, rimasi folgorato dall'esordio di Aldo Busi. Il suo Seminario sulla gioventù, che tutt'ora reputo un'opera di grande spessore letterario, faceva 'a gara' in quei giorni con il romanzo dell'altra grande promessa della narrativa italiana, Rimini di Pier Vittorio Tondelli. So che quello che sto per dire darà fastidio a qualcuno (per la presunzione che ci sia sempre un lettore a leggerti), ma tra i due scorsi un abisso. Dove Busi era letterario, classico, poetico, drammaticamente convincente, straziante, sincero, Tondelli era banalmente consuetudinario, superficiale, retorico, zuccherino, inconcludente... e mi si passi l'azzardo: vuoto.

Capii subito dov'era lo spessore letterario e cosa distingue un grande scrittore da un 'sensibile' mestierante.

Negli anni '90 incontrai Scuola di nudo dell'allora professore ordinario di letteratura italiana a L'Aquila e gran conoscitore di Pasolini, Walter Siti. Anche lì un'eccitante epifania: ma se col tempo mi sono ricreduto sull'interesse che possono suscitarmi le argomentazioni ossessive della sua narrazione (per carità, basta con questi escort culturistici, non se ne può più), ma riconoscendogli un'altissima qualità stilistica, l'esordio di allora mantiene ancor oggi una straordinaria potenza rigeneratrice ed una frenesia contagiosa (the language is a virus, no?).

Mentirei se dicessi che negli anni duemila non ho incontrato nessuno: se qualcuno mi ha seguito su queste spazio sa benissimo quanto ho amato (ed ami tutt'ora) Le voci del fiume dello spagnolo Jaume Cabré. Credo che sia uno dei libri più importanti di questo nuovo decennio, in grado di non sfigurare accanto alle grandi 'dinastie' letterarie anche ottocentesche.

E i conti, mi pare ovvio, si fanno presto: è vero che, come in tutti i settori, l'abbondante offerta determina comunque una riconsiderazione di un'ipotetica scala di valori (della serie: si può cavare del sangue anche da una rapa, soprattutto se è rossa), ma se mi dicessero cosa portare su un'ipotetica isola deserta sceglierei appunto i tre libri citati e un volume di poesie di Sandro Penna.

Perché tutto questo preambolo? Perché mi accingo a parlare di un libro che non sarà all'altezza dei capolavori riportati (ma il tempo lo dirà, ancor più di noi), ma che scava un deciso fossato tra la mortificante letterarietà contemporanea(che definisce poeta persino un cantante scribacchino come Rino Gaetano, pace all'anima sua!) e l'arte dello scrivere.

In verità Monteverde (1) di Gianfranco Franchi è stato già trattato dal Paradiso, e precisamente dal nostro Adriano Angelini in una brillantissima e sentita recensione. Ma mi sento in dovere di aggiungere qualcosa in più perché conosco l'autore e perché la lettura mi ha suggerito considerazioni che non potevano essere sottaciute.

Scriveva anni fa Paolo Vita Finzi (diplomatico, fine politico e universalmente ritenuto il più grande parodista della nostra letteratura e a cui, fra poco, dedicherò una sinagoga):Creare una religione è l'industria più redditizia.

Fa il doppio con un commento che il Franchi inserisce di straforo e che si rischia anche di farselo sfuggire (e sarebbe un delitto): Voglio scazzottarmi con dio, voglio scaraventarlo sulla terra (pag.235). E' l'idea alta di una religione 'terrena', della stretta necessità di fare i conti anche con qualcosa di divino, ma che, ossimoricamente, abbia i piedi per terra : perché, e mi prendo tutta la responsabilità dell'appunto, lo scrittore romano, attraverso il suo romanzo parzialmente autobiografico (autobiografico lo è veramente, ma come ha scritto lo stesso autore, si ha sempre necessità d'imbastardirlo con la finzione: altrimenti che letteratura è?) racconta una sua personale Via Crucis.

E non si faccia della spiccia ironia se mi viene la voglia d'indicarne anche 'le stazioni' come se davvero fosse una sacra rappresentazione di una esistenza (giovane, anzi, giovanissima).

Prima stazione: la condanna a morte (vere: Gesù è condannato a morte): 'Catafalco' è il racconto della morte del nonno, ma un bambino non accetta un concetto in particolare. Che qualcuno o qualcosa possa morire, perché significherebbe che quel qualcuno non è più vero, non è più reale, e quindi non è possibile.

In realtà è possibile capire l'intuizione del piccolo Guido (alter ego di Gianfranco): nel momento in cui la verità avviene attraverso la riconoscibilità del nulla e quindi della sua esistenza vi è una condanna alla morte, come comprensione della stessa.

Seconda stazione: caricarsi dei pesi (vere: Gesù è caricato della croce). Sembra considerazione, di questi tempi, banale e sfruttata, ma davvero Monteverde è un lucido resoconto del precariato giovanile e dell'arte dell'arrabattarsi: Ero un giovane neolaureato, affascinato dal mondo del lavoro e dalle prospettive che inevitabilmente si sarebbero spalancate a un ragazzo così giovane, brillante e cum laude. I tanti lavori del giovane Guido (arbitro, programmatore radiofonico, insegnante...) – tra l'altro vale la pena mettere in evidenza l'innesto stupendo tra l'essere quasi sempre offerente e in un caso addirittura un richiedente per conto terzi – rappresentano una formazione, con tanto di cadute e ricadute pesanti (terza stazione: fallimento. Vere: Gesù cade per la prima volta) però lungi dall'essere culturale. L'aspetto più propriamente educativo in Guido è una sorta di felice immanenza.

Quarta stazione: l'incontro con la madre (vere: Gesù incontra sua Madre). 'Nebbia' è l'episodio del libro più straziante, dove la commistione tra viaggio onirico e rappresentazione mnemonica rasenta la perfezione. Cosa c'è in realtà dietro questo guardarsi e poi fuggire? Cosa ci suggerisce l'autore in questa sua spasmodica ricerca d'amore? Dove va la madre? Perché fugge?: Non riesco a dire niente perché mia madre e io ce ne siamo andati sul treno sbagliato e non abbiamo mai avuto il coraggio di restare. Aveva senso questo, amare(notare quella virgola, tra 'questo' e 'amare': un mondo).Non voglio più guardare non voglio più guardare. Non guardarmi. Basta.

E' un drammatico intervallo – mi ricorda la scena della nebbia in Amarcord, dove la realtà sfugge completamente anche se è a portata di mano – ma che non intacca la capacità resistenziale dell'autore e di chi attorno si affaccenda per lui (quinta stazione: il sostegno. Vere: Simone di Cirene porta la croce di Gesù): Ho scartato quella scatola gigantesca, piena di scritte, e mi sono tornati in testa gli scatoloni che mi mandava Simone e poi le scatole e le buste piene, tutti i giorni, dei regali dell'infanzia; e la stessa smorfia di gioia e di piacere e di contenteza, e subito dopo il senso di indegnità ed inadeguatezza, e la voglia di non aprire niente perché se è troppo misento fuori posto e se non mi piace mi sento superiore.

Sesta stazione: l'assistenza (vere: La Veronica asciuga il volto di Gesù). A Guido la dimensione fantastica piace (quando a Primo Levi si chiedeva il perché dei suoi racconti di fantascienza rispondeva che la necessità partiva dall'idea che l'essersi bruciato come testimone, come narratore di una certa realtà storica, doveva necessariamente portare ad un'evoluzione, ad una urgenza di dire cose con un linguaggio diverso e differente) e quando leggiamo che la sua 'Micia' gli viene in aiuto e gli suggerisce un racconto in cui in una dimensione parallella, la birra è un medicinale, capiamo quanto di questo amore per la scrittura sia in realtà un amore del mondo, un amore degli spazi, una 'magnifica ossessione' come direbbe Ghezzi (non è forse vero che traslando il significato della parola il Franchi scrive: L'amore è un atto impulsivo, creatività d'ossessi e diktat di carne che chiede: carne?).

Settima stazione: cattivi pensieri. (Vere: Gesù cade per la seconda volta). Non trovavo lavoro ma non volevo suicidarmi, volevo solo che passasse il tempo. Era come durante gliattacchi di mal di testa, sapevo che Sarebbe finito tutto. Leggevo con piacere tutto quel che aveva a che fare con la morte, la sofferenza, il dolore, il suicidio; in fin dei conti, non ero il primo e non sarei stato l'ultimo, si trattava solo di cambiare prospettiva, di avere altra filosofia.

Può sembrare tematica trita: quest'idea del letterato maledetto, che il mondo schiaccia sotto il peso di un'insostenibile disperazione. Inoltre Guido 'traduce' in comportamenti, anzi, in cattivi pensieri le azioni dei suoi punti di riferimeno (soprattutto musicali: Ian Curtis e Kurt Kobain): ma non è imberbe giovanilismo, cioè la 'cattura' di un mondo che a volte si vuole obbligatorio, come un rito di passaggio. Nel protagonista di Monteverde tutto questo è una sorta di ascesi che però non lo distanzia dal cosmo: paradossalmente lo ridefinisce.

Ottava stazione: confessione (vere: Gesù ammonisce le donne di Gerusalemme). E' il momento del libro, almeno per me, più risoluto,dove Guido (o il Franchi, c'est la même chose) ammonisce il mondo sulla sua idea della letteratura (e qui sta la sua grandezza): Io ho sempre creduto nella letteratura come menzogna, non ho avuto nessuna difficoltà a scrivere di luoghi, oggetti o persone che non ho mai incontrato né conosciuto; e nessuno, fino a questa pubblica confessione, m'ha mai sgamato (...) Le cose migliori della mia vita le ho scritte gratis, per me stesso e i miei lettori. Senza pubblicità, senza finanziamento statale. Libero e suicida. Lezioso, vizioso!

Ragioniamoci: certo, questa è l'idea di come affrontare una passione, una magnifica ossessione, come si diceva poc'anzi, ma è anche, accostandoci di nuovo alla figura di Gesù, un vero e proprio grido di dolore esistenziale, una cacciata dei mercanti dal tempio. Ma è anche un archetipo che in questo mondo mercantile (appunto!) ha pochi punti di contatto: in una società dove vige l'apparenza ed il mercato (appunto!) scrivere per sé e gratis è azione addirittura rivoluzionaria. Ma nello stesso tempo è il contraltare del suicidio. Ti abbiamo, noi sì, sgamato Franchi: altro che cattivi pensieri, la tua idea del suicidio equivale ad avere un'immensa passione per la vita e per la letteratura. Perché come diceva un poeta (Pasquale Panella) la parola è come la carne (dunque come l'amore no?).

Ottava stazione: richiamo (un falso richiamo). (Vere: Gesù cade per la terza volta). Sono una sigaretta che non si spegne mai, e un calice che non s'esaurisce. Sono un caffè troppo amaro, così lo stomaco. Il malessere fatico a tollerarlo. Ogni mattina peggiora, non so come arginarlo. Il lavoro è un'ossessione, o un ricordo grottesco che ogni tanto fa male. Voglio dormire. Fammi dormire.

Nona stazione: il sentimento (vere: Gesù è spogliato delle vesti e abbeverato di aceto e fiele). Monteverde è anche cronaca di amori. Spesso falliti non per mancanza di passione, ma per una sorta di inadeguata adesione. E la conseguenza sono dialoghi quasi feriti, ma veri e reali più del re: «Proviamo così? Il primo che ha nostalgia chiama?» Col cazzo. «Va bene. Ma torniamo soltanto se stiamo bene e vogliamo soltanto questo». Come una commedia degli equivoci: ma non sono convinto che sia questa la partecipazione al mondo che il Franchi vuole. Il libro parla d'altro, e in parte lo abbiamo riportato in una specie, crediamo, di essenzialità dovuta. Parla della passione tout-court (musica, cinema, letteratura, donne, calcio...) e dei suoi distinguo, che a volte sono dei veri e propri atti di accusa.

E' per questo che volendo aderire, come fin qui ho fatto, alla scansione sistematica delle stazioni della Via Crucis, invece mi arrendo: l'undicesima (Gesù è inchiodato sulla croce), la dodicesima (Gesù muore sulla croce), la tredicesima (Gesù è deposto dalla croce) e la quattordicesima (Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro) sono, come avrebbe detto un uomo poltico di fine cervello, delle convergenze parallele. Convergono nell'immagine di un uomo (letterato, e l'identificazione va suggerita!) prostrato dagli eventi e dalla difficoltà dell'esistenza, ma scorrono parallele, e quindi distanti, nel percorso laico del vivere.

Forse riconvergono nella Resurrezione (momentanea) di Guido: la passione per il calcio, la Roma. Lo scudetto. Sempre, e comunque, relazioni di un poeta.



Gianfranco Franchi – Monteverde – Castelvecchi - 2009







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