RECENSIONI
Laurent Binet
HHhH Il cervello di Himmler si chiama Heydrich
Einaudi, Pag. 337 Euro 20,00
Questo libro per certi versi straordinario sta in mezzo a due affermazioni (uno dell'autore, e l'altra è una citazione); la prima: Credo di cominciare a capire: sto scrivendo un infra-romanzo. La seconda: Soprattutto non cercate di essere esaustivi di Roland Barthes.
Andiamo con ordine: Laurent Binet non è uno storico, ma ad un certo punto della sua vita ha deciso di raccontare le vicende della resistenza cecoslovacca durante l'occupazione nazista e la uccisione del braccio destro di Himmler e uomo potentissimo, Reynard Heydrich.
Non essendo uno storico dunque procede ad una rappresentazione che sta tra l'artificio romanzesco e l'adesione totale ai fatti accertati. Sembrerebbe un paradosso, ma in realtà non lo è affatto, e forse la dichiarazione dello stesso Binet di scrivere un infra-romanzo assume un significato più netto e comprensibile. Forse la scrittura è vista come azione di giustizia (da una parte riqualificare il ruolo della resistenza cecoslovacca – vecchia ed annosa questione, come quella di chiedersi come sia stato possibile che milioni di ebrei si siano lasciati sterminare senza controbattere – dall'altra dare lustro ad un episodio fondamentale per le ragioni politiche e territoriali del terzo Reich), come strumento per dar voce a quelli che pur nella determinazione di un atto eroico, sottostanno tutt'ora ad una cappa di silenzio.
La storia vera degli uomini che uccisero la Bestia Bionda (così veniva chiamato Heydrich), come recita il trafiletto nella prima di copertina (strano che non sia virgolettata la parola 'vera', come a dare alla ricostruzione di Binet un imprimatur di assoluta fedeltà alla Storia e sottolineare l'inaffidabilità di tutte le precedenti) rifiuta l'approssimazione: e su questo l'autore, come si suol dire 'spinge'. Curioso e sacrosanto ci pare l'appunto che questi fa a Littel, lo scrittore de Le benevole, anche lui alle prese con la cronaca dell'omicidio di Heydrich: Mi chiedo come faccia Jonathan Littel a sapere che Blobel, il responsabile alcolizzato del Sonderkommando IV dell'Einsatzgruppe C, in Ucraina, aveva una Opel. Se davvero Blobel viaggiava in Opel, tanto di cappello. La sua documentazione è migliore della mia. Ma se è un bluff, mette in crisi l'intera opera. Proprio così.
Il procedere di Binet è antistorico, ma non perché si contrappone all'onestà dello storico (il letterato che invece costruisce l'artifizio è proprio fuori gioco!), ma perché non usa gli strumenti tipici di quest'ultimo. Meglio ancora: utilizza sì le fonti storiche, ma le mette continuamente in discussione, spesso contraddicendosi e ammettendo l'errore, per paura che la fonte possa essere anche minimamente interpretata.
Ecco dunque che entra in campo la seconda delle due affermazioni iniziali, la barthesiana Soprattutto non cercate di essere esaustivi. Nella ricostruzione che fa della cattura del gruppo di resistenza responsabile dell'attentato a Heydrich, Binet immagina (attenzione: ho scritto 'immagina') di essere lì, spettatore insieme ad altri della tragica conclusione. Ma non commette l'errore di essere esaustivo, perché l'onestà intellettuale gli impedisce di farlo: azzarda, grazie anche a foto e a parziali testimonianze, un resoconto 'dettagliabile'. Sì, perché lui non è uno storico, pur avendo scritto un libro di storia e a tratti straordinario. Ma forse non solo a tratti.
di Alfredo Ronci
Andiamo con ordine: Laurent Binet non è uno storico, ma ad un certo punto della sua vita ha deciso di raccontare le vicende della resistenza cecoslovacca durante l'occupazione nazista e la uccisione del braccio destro di Himmler e uomo potentissimo, Reynard Heydrich.
Non essendo uno storico dunque procede ad una rappresentazione che sta tra l'artificio romanzesco e l'adesione totale ai fatti accertati. Sembrerebbe un paradosso, ma in realtà non lo è affatto, e forse la dichiarazione dello stesso Binet di scrivere un infra-romanzo assume un significato più netto e comprensibile. Forse la scrittura è vista come azione di giustizia (da una parte riqualificare il ruolo della resistenza cecoslovacca – vecchia ed annosa questione, come quella di chiedersi come sia stato possibile che milioni di ebrei si siano lasciati sterminare senza controbattere – dall'altra dare lustro ad un episodio fondamentale per le ragioni politiche e territoriali del terzo Reich), come strumento per dar voce a quelli che pur nella determinazione di un atto eroico, sottostanno tutt'ora ad una cappa di silenzio.
La storia vera degli uomini che uccisero la Bestia Bionda (così veniva chiamato Heydrich), come recita il trafiletto nella prima di copertina (strano che non sia virgolettata la parola 'vera', come a dare alla ricostruzione di Binet un imprimatur di assoluta fedeltà alla Storia e sottolineare l'inaffidabilità di tutte le precedenti) rifiuta l'approssimazione: e su questo l'autore, come si suol dire 'spinge'. Curioso e sacrosanto ci pare l'appunto che questi fa a Littel, lo scrittore de Le benevole, anche lui alle prese con la cronaca dell'omicidio di Heydrich: Mi chiedo come faccia Jonathan Littel a sapere che Blobel, il responsabile alcolizzato del Sonderkommando IV dell'Einsatzgruppe C, in Ucraina, aveva una Opel. Se davvero Blobel viaggiava in Opel, tanto di cappello. La sua documentazione è migliore della mia. Ma se è un bluff, mette in crisi l'intera opera. Proprio così.
Il procedere di Binet è antistorico, ma non perché si contrappone all'onestà dello storico (il letterato che invece costruisce l'artifizio è proprio fuori gioco!), ma perché non usa gli strumenti tipici di quest'ultimo. Meglio ancora: utilizza sì le fonti storiche, ma le mette continuamente in discussione, spesso contraddicendosi e ammettendo l'errore, per paura che la fonte possa essere anche minimamente interpretata.
Ecco dunque che entra in campo la seconda delle due affermazioni iniziali, la barthesiana Soprattutto non cercate di essere esaustivi. Nella ricostruzione che fa della cattura del gruppo di resistenza responsabile dell'attentato a Heydrich, Binet immagina (attenzione: ho scritto 'immagina') di essere lì, spettatore insieme ad altri della tragica conclusione. Ma non commette l'errore di essere esaustivo, perché l'onestà intellettuale gli impedisce di farlo: azzarda, grazie anche a foto e a parziali testimonianze, un resoconto 'dettagliabile'. Sì, perché lui non è uno storico, pur avendo scritto un libro di storia e a tratti straordinario. Ma forse non solo a tratti.
di Alfredo Ronci
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