RECENSIONI
Flavio Giovanni Conti
I prigionieri italiani negli Stati Uniti
Il Mulino , Pag. 540 Euro 28,00
Lo storico Flavio Giovanni Conti, che già in altri volumi si era cimentato sull'argomento dei prigionieri di guerra, colma una lacuna non da poco nella storiografia riguardante la seconda guerra mondiale essendo l'argomento di evidente interesse per anche per la storia italiana. I prigionieri italiani negli Stati Uniti infatti raccontano con sistematica puntualità ed esauriente ricognizione dei fatti e delle condizioni di vita la complessa vicenda dei soldati italiani che furono catturati dagli americani e condotti oltre Atlantico negli anni più tragici del secolo scorso. Si tratta di 50.000 militari, molti dei quali fatti prigionieri in Nord Africa. La storia di queste prigionie sarà differente per molti di loro, ma lo storico sostiene che le loro condizioni furono nel complesso meno dure di quelle subite dai prigionieri degli inglesi (rappresentarono anche il numero più alto, quasi mezzo milione di persone) e soprattutto dei francesi – le vicende in Russia e Germania essendo d'altro genere.
Non tutti i prigionieri degli americani finirono negli Stati Uniti, alcune migliaia di essi restarono in Africa per esempio, ma Eisenhower considerò improduttivo e dispendioso lasciare i prigionieri in mano ai soldati impegnati a spendere le loro energie nel conflitto bellico. L'analisi di Conti investe la vita "americana" degli anni di prigionia (per lo più: 1942-1946) in tutti i suoi aspetti. Centrale appare quello dell'"indottrinamento": in forme non necessariamente diretto, ma ben presto, almeno dal settembre del '43, divenne chiaro il cambiamento di prospettiva, non solo bellica, ma strategica dei nuovi futuri assetti mondiali. Gli obiettivi geopolitici prefigurati dall'arrivo in Sicilia spinsero così i carcerieri americani – almeno, i loro capi – a "illustrare" in un certo senso ai prigionieri italiani un'immagine dell'uomo e del mondo "democratica" nel mentre sfruttavano le loro braccia in un momento di penuria della manodopera. Ciò fu favorito dalla presenza storica di molte comunità italiane che tentarono di influenzare l'opinione pubblica americana; ma non riguardò tutti i prigionieri. I campi erano disseminati ovunque, dalla California al Texas, dall'Arkansas a New York alle Hawaii; le differenze delle condizioni di vita registrabili in un posto e nell'altro si spiegavano anche in virtù di un fattore non proprio secondario: non furono pochi infatti i militari italiani catturati che dopo l'8 settembre non mostrarono nessuna intenzione di rivedere le proprie convinzioni. Molti erano fascisti e lo restarono, in quei casi non ci fu alcuna cooperazione con le autorità americane né con la popolazione civile che pure svolse un ruolo non trascurabile nell'avvicinamento dei prigionieri a una vita che non fosse di pura cattività. Il corposo volume ne descrive e racconta le condizioni con meticolosa e capillare acribia documentale.
di Michele Lupo
Non tutti i prigionieri degli americani finirono negli Stati Uniti, alcune migliaia di essi restarono in Africa per esempio, ma Eisenhower considerò improduttivo e dispendioso lasciare i prigionieri in mano ai soldati impegnati a spendere le loro energie nel conflitto bellico. L'analisi di Conti investe la vita "americana" degli anni di prigionia (per lo più: 1942-1946) in tutti i suoi aspetti. Centrale appare quello dell'"indottrinamento": in forme non necessariamente diretto, ma ben presto, almeno dal settembre del '43, divenne chiaro il cambiamento di prospettiva, non solo bellica, ma strategica dei nuovi futuri assetti mondiali. Gli obiettivi geopolitici prefigurati dall'arrivo in Sicilia spinsero così i carcerieri americani – almeno, i loro capi – a "illustrare" in un certo senso ai prigionieri italiani un'immagine dell'uomo e del mondo "democratica" nel mentre sfruttavano le loro braccia in un momento di penuria della manodopera. Ciò fu favorito dalla presenza storica di molte comunità italiane che tentarono di influenzare l'opinione pubblica americana; ma non riguardò tutti i prigionieri. I campi erano disseminati ovunque, dalla California al Texas, dall'Arkansas a New York alle Hawaii; le differenze delle condizioni di vita registrabili in un posto e nell'altro si spiegavano anche in virtù di un fattore non proprio secondario: non furono pochi infatti i militari italiani catturati che dopo l'8 settembre non mostrarono nessuna intenzione di rivedere le proprie convinzioni. Molti erano fascisti e lo restarono, in quei casi non ci fu alcuna cooperazione con le autorità americane né con la popolazione civile che pure svolse un ruolo non trascurabile nell'avvicinamento dei prigionieri a una vita che non fosse di pura cattività. Il corposo volume ne descrive e racconta le condizioni con meticolosa e capillare acribia documentale.
di Michele Lupo
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