RECENSIONI
Simon Beckett
I sussurri della morte
Best thriller – Superpocket, Pag. 454 Euro 6,90
La collana Superpocket inaugura una nuova veste tipografica con l'ultima 'avventura' dell'antropologo forense David Hunter, di cui il Paradiso si era già interessato a suo tempo nel recensire La chimica della morte.
E di questo si diceva: rimane un "noir" godibile, che si legge anche con passione, ma che alla fine mostra il fiato, a cominciare dal movente dei delitti che, francamente, ci sembra risibile. Le prossime avventure forse scioglieranno i nostri dubbi e ci faranno capire se il dottor David Hunter potrà inserirsi nella lunghissima, ormai, schiera di personaggi che ci piace con costanza seguire.
L'antropologo è una sorta di globetrotter: sarà che la globalizzazione e la mancanza di lavoro hanno reso tutto un po' difficile, ma l'investigatore nella 'puntata precedente' aveva deciso di fare semplicemente il medico condotto in uno sperduto villaggio inglese, ora si ritrova addirittura ad operare nel Centro di Antropologia Forense, la leggendaria "Body Farm" di Knoxville nel Tennesse (esiste davvero e pare che abbia davvero ispirato Beckett a diventare scrittore di polizieschi).
I dubbi di cui sopra purtroppo rimangono e non ci sentiamo di annoverare il giallista inglese tra le nostre 'penne' preferite. La risibilità del movente dei delitti di questo ennesimo serial killer è il difetto più grosso (come lo era stato per La chimica della morte) e non basta una gradevole imbastitura generale della storia per farne un 'noir' riuscito.
Ci sorgono spontanee delle domande? Alcune inerenti a Beckett e altre più 'generaliste':
David Hunter vuole forse essere la risposta europea a Kay Scarpetta?
Beckett non sente alle spalle il fiato caldo e pesante dell'antropologia forense televisiva?
E' sicuro, sempre Beckett, che il serial-killeraggio sia la risposta più pronta ad un'eventuale crisi del poliziesco? O forse la formula, al di là di tutti i dubbi e considerazioni, è ormai una loffa carta da giocare?
La specificità dell'indagine (ne sanno qualcosa i cultori di CSI e di tutti i figliocci apparsi dopo) non è forse un freno alla 'fascinazione' del delitto?
Chiudiamo con una domanda rivolta a noi stessi.
Dal momento che in Italia sono apparsi già cinque libri di Beckett, riteniamo noi orchi imprescindibile una terza lettura delle avventure di David Hunter?
A questa si può rispondere tranquillamente senza tema di smentite.
Diciamo di sì, ma probabilmente l'ultima. Dove Beckett scelga, proprio per costituire un contraltare, un setting meno metropolitano, più ristretto e a portata di mano, in modo che la scientificità del suo operato si ricolleghi alla vecchia tradizione della golden age del delitto. Perché tutto sommato se ne ha un po' di nostalgia.
di Eleonora del Poggio
E di questo si diceva: rimane un "noir" godibile, che si legge anche con passione, ma che alla fine mostra il fiato, a cominciare dal movente dei delitti che, francamente, ci sembra risibile. Le prossime avventure forse scioglieranno i nostri dubbi e ci faranno capire se il dottor David Hunter potrà inserirsi nella lunghissima, ormai, schiera di personaggi che ci piace con costanza seguire.
L'antropologo è una sorta di globetrotter: sarà che la globalizzazione e la mancanza di lavoro hanno reso tutto un po' difficile, ma l'investigatore nella 'puntata precedente' aveva deciso di fare semplicemente il medico condotto in uno sperduto villaggio inglese, ora si ritrova addirittura ad operare nel Centro di Antropologia Forense, la leggendaria "Body Farm" di Knoxville nel Tennesse (esiste davvero e pare che abbia davvero ispirato Beckett a diventare scrittore di polizieschi).
I dubbi di cui sopra purtroppo rimangono e non ci sentiamo di annoverare il giallista inglese tra le nostre 'penne' preferite. La risibilità del movente dei delitti di questo ennesimo serial killer è il difetto più grosso (come lo era stato per La chimica della morte) e non basta una gradevole imbastitura generale della storia per farne un 'noir' riuscito.
Ci sorgono spontanee delle domande? Alcune inerenti a Beckett e altre più 'generaliste':
David Hunter vuole forse essere la risposta europea a Kay Scarpetta?
Beckett non sente alle spalle il fiato caldo e pesante dell'antropologia forense televisiva?
E' sicuro, sempre Beckett, che il serial-killeraggio sia la risposta più pronta ad un'eventuale crisi del poliziesco? O forse la formula, al di là di tutti i dubbi e considerazioni, è ormai una loffa carta da giocare?
La specificità dell'indagine (ne sanno qualcosa i cultori di CSI e di tutti i figliocci apparsi dopo) non è forse un freno alla 'fascinazione' del delitto?
Chiudiamo con una domanda rivolta a noi stessi.
Dal momento che in Italia sono apparsi già cinque libri di Beckett, riteniamo noi orchi imprescindibile una terza lettura delle avventure di David Hunter?
A questa si può rispondere tranquillamente senza tema di smentite.
Diciamo di sì, ma probabilmente l'ultima. Dove Beckett scelga, proprio per costituire un contraltare, un setting meno metropolitano, più ristretto e a portata di mano, in modo che la scientificità del suo operato si ricolleghi alla vecchia tradizione della golden age del delitto. Perché tutto sommato se ne ha un po' di nostalgia.
di Eleonora del Poggio
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Simon Beckett
La chimica della morte
Super Pocket, Pag. 444 Euro 5,60Mi vado sempre più convincendo che la strada del noir parta da un centro per poi diramarsi per tre sentieri diversi.
Cerchiamo di capire quali sono: il primo è quello che si confronta con la tecnologia, o meglio, con le innovazioni tecnologiche, ed in genere il deus ex machina della situazione, pur se perde colpi ogni giorno che passa, è il serial killer.
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