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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Domenico Santoro

Il dipinto magico

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I miei sono mancati quando avevo otto anni. Sono cresciuto in una casa-famiglia. Fra la loro dipartita e il periodo cogli altri orfani ho vissuto per due mesi da un professore di lettere e sua moglie. Ospitavano ragazzi nei periodi di transizione. Non avevano figli.
Il professore e la moglie erano carissime persone. Lui era alto, colla pancia e i baffi da tricheco, e indossava lungi gilet di lana. Aveva un fare molto ironico. Anche all’età di otto anni potevo rendermi conto che era una persona speciale.
«Vieni» mi disse, dopo che mi fu mostrata la mia stanza «ti faccio vedere il quadro col cavallo bianco. È magico.»
Un quando magico. Era in corridoio. Si trattava d’un paesaggio autunnale, foglie gialle lungo un fiume azzurro che correva verso l’orizzonte. Al lato del corso d’acqua, un cavallo bianco che cavalcava da solo, senza sella.
«È magico» mi disse il professore, strizzando l’occhio.
«Perché?»
«Te ne accorgerai.»
Andammo a cena. Non si mangiava molto bene in quella casa, ma era piena d’amore. Ho sempre rimpianto quel periodo della mia vita. Non ho mai capito perché non permettessero a un orfano, come me, di restare lì con loro. Forse ritenevano d’avere amore in eccesso e di volerlo dare a tanti altri.
In stanza lessi dei fumetti che m’avevano fatto trovare e m’addormentai come un sasso.
Il giorno dopo, il cavallo bianco era sparito.
Lo stesso quadro, la veduta autunnale, ma non c’era più il cavallo. Era l’unico dipinto del corridoio. Non potevo sbagliarmi.
A colazione, il professore stava leggendo il giornale a tavola. La moglie serviva a me e a lui caffè d’orzo e fette biscottate con burro e marmellata. Lo guardai, come a volergli accennare del mistero del quadro, ma lui portò il dito indice sotto i baffi per dire di fare silenzio. Capii che non si poteva parlare ad alta voce del cavallo bianco, perché altrimenti la magia non avrebbe avuto più efficacia.
Passai la giornata a bighellonare per casa, guardando i vecchi libri del professore, troppo difficili per me, e leggendo fumetti. Ogni tanto guardavo il dipinto. Del cavallo nessuna traccia.
Il mattino dopo, preso dalla curiosità, andai subito in corridoio. Il cavallo era ricomparso. Era un quadro magico, non c’era altra soluzione.
Restai due mesi in quella casa, circondato dall’amore e dalla magia d’un quadro con un cavallo che appariva e scompariva a giorni alterni. Poi, dovetti andare nella casa-famiglia.
Passarono così molti anni. Durante l’adolescenza ebbi un periodo difficile, divenni una testa calda. Ebbi anche problemi con la legge. Per fortuna mi calmai e, da adulto, riuscii a laurearmi e a trovare un buon lavoro. Una storia comune, come tante, ma non è quella che voglio raccontarvi. Ogni tanto pensavo al professore, a sua moglie e al cavallo bianco. Un ricordo di bambino che, nella razionalità dell’adulto, attribuivo alla mia innocenza. Qualcosa che dovevo essermi inventato, o che avevo frainteso.
Poi un’educatrice della casa-famiglia, con cui ero rimasto in contatto, mi disse che il professore era venuto improvvisamente a mancare. Restai interdetto. La verità era che non era mai stato felice come quando ero stato da lui, e mi pentivo di non essere rimasto in contatto. Una parte di me diceva che per il professore sarebbe stato troppo doloroso ricevere notizie dai suoi ospiti provvisori. Ma, probabilmente, mentivo a me stesso.
Abitavo ancora nella stessa città e tornai nella casa per rendere omaggio. Era piena d’orfani come me e di ex alunni. La moglie del professore, seduta al caminetto, raccontava con tutta calma storie sul marito e offriva tè agli astanti.
«Aveva tanto amore per voi» diceva la donna. «Ognuno era speciale per lui. Non lo sapete, ma si teneva informato su ciascuno.»
Quella frase mi dispiacque. Aveva saputo quanto avevo combinato durante l’adolescenza? Adesso, però, stavo bene. Ero un laureato. Aveva anche saputo di ciò?
«Amava tanto i suoi orfani e i suoi studenti» disse la donna, commuovendosi leggermente.
«Aveva un grande cuore. E poi era divertente, faceva morire dal ridere» disse un’altra dei suoi vecchi ospiti.
«Quando l’hai conosciuto?» le chiesi.
«Avevo sedici anni» disse lei. «Appena entrai in casa, mi mostrò il dipinto magico.»
Il paesaggio col cavallo che spariva e ricompariva. Allora non era un falso ricordo della mia infanzia. C’era davvero.
«Il quadro!» disse la moglie del prof, cominciando a ridere.
«Lo avete ancora?» chiesi.
«Certo, è in corridoio.»
Era un dipinto celebre. Tutti lo conoscevamo. Andammo a vederlo.
«Il cavallo bianco. Naturalmente, ora rimarrà per sempre al galoppo» disse la donna «nessuno lo farà più sparire.»
«In che senso?» chiesi.
La donna continuò a sorridere.
«Venite, vi faccio vedere la copia.»
Andammo allo sgabuzzino. Lo aprì e accese la luce. Adagiato di lato, lo stesso identico quadro, senza il cavallo.
«Era il suo scherzo favorito. Fede dipingere quei due quadri a un suo amico pittore. Quello col cavallo, e quello senza. Di notte li sostituiva, e diceva a voi che era un quadro magico.»
«E questo l’ha fatto per…»
«Trent’anni. Anche quando non avevamo più ospiti, nell’ultimo periodo. Era un’abitudine.»
«Per trent’anni s’è svegliato di notte e ha sostituito il dipinto.»
«Sì.»
«Per farci uno scherzo.»
«Per farvi credere» concluse la moglie «che in questa casa dove siete cresciuti c’era un quadro magico.»



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