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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Cecilia Brighi

Il pavone e i generali

Baldini&Castoldi Dalai, Pag. 310 Euro 16,50
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Come si vive in un mondo che è diventato una prigione - meglio, un enorme e sciagurato incrocio tra lager e gulag? Domandatelo ai Birmani. Non ne conoscete? Fa niente. Potete leggere le storie (vere, coinvolgenti) di questo libro: il quale, tra le altre cose che fa scoprire, una ne ribadisce - la vanità d'aspettarsi che un sistema totalitario preveda nei suoi meccanismi il "consenso", ovvero che i "consenzienti" siano non solo al riparo ma addirittura prosperino, suo riflesso paraculo (o di tragica ingenuità: "Ah, se Stalin sapesse!", mormoravano i segregati nella Lubianka). Questo al massimo è vero per il ristretto girone della "cupola" (e anche lì, bisogna ben stare attenti a non farsi fare le scarpe di cemento, e a cadere in disgrazia e in una fossa), e per gli ossi spolpati e le breccole che, tramoggiando dalla tavola alta, nutricano i loro servi e i loro cani. E siccome cani e pescecani son fattispecie allegoriche dell'umano genere ben distribuite ovunque, non ci si aspetti che paesi quali Burma malcapitato siano esotici e remoti: le dittature scagliano ogni e qualsiasi antipode o regno del prete Gianni proprio dietro l'angolo (anche per il tornaconto che gli "esportatori di democrazia" lucrano sulle esecrate tirannidi, vedi pp. 14 e 214), e tanto più feroci e durature sono, tanto più questa prossimità si completa e fossilizza, fino a scivolare nel quotidiano - in particolare in un paese come il nostro, dove mafie, mafiette, camorre e corruzioni offrono assieme un modello (oggi in scala "ridotta") per l'immediata comprensione delle degenerazioni altrui, un germe per ogni futura tirannia (maieuti i vari "piani solo" e P2), e un'ottima scusa per ignorarle - spesso non senza motivo, intendendo e deprecando quell'abitudine a farsi coinvolgere da una causa in proporzione diretta alla sua distanza dalle chiappe - allegando frasi come "con i casini che abbiamo qua, ci andiamo impicciando dei fatti altrui?".

E qui andrebbe fatto un lungo discorso - vedi anche l'introduzione - sulla globalizzazione dei diritti umani, assieme sinergica e antagonista di quella vera. Senonché trovo scritto (p. 14 e, mutatis, p. 24) che parte dei guai derivano da "una errata interpretazione dei diritti umani fondamentali, che per molti ancora dovrebbe essere subordinata allo sviluppo e comunque alle diversità culturali, religiose ed etniche". Il che ci riporta a un problema annoso e di primaria importanza: fatto salvo che così dicendo gli Autori intendono che i diritti umani hanno la precedenza su ogni altra considerazione finché non si impongono con le armi, (vedi p. 12) tuttavia una così radicale dominanza potrebbe generare la discriminazione in civiltà "superiori" (quelle che applicano e anzi esportano democrazia e diritti umani assieme al latte in polvere e ai libri della Fallaci) e "inferiori", e spinte interventiste come quella che mosse l'Italia nel '35 a "liberare gli schiavi" etiopi.

Certo però che il racconto degli orrorosi fattacci riportati nel libro fa muovere i bordoni. Colpevole? Lo SLORC - no, non è "il nome di una di quelle cose che fuggono quando si alza un sasso" (Luttazzi): è la sigla che individua la giunta militare del Myanmar, e sta per State Law and Order Restoration Council (e io 'sto "legge e ordine" l'ho già sentito altrove). Una banda di criminali al potere, che non si fa mancare niente: tiene il paese del Pavone alla fame - un paese che, di suo, aveva ed ha tutti i presupposti per arrivare al benessere, compresi monumenti superbi e panorami spettacolari, indi turismo; manda in galera senza processo per tre anni un tipo che frega una latta mezza vuota di colore (è vero però che in altri luoghi, se questo è il tuo terzo reato, ti becchi l'ergastolo senza se e senza ma); utilizza i propri sudditi come schiavi, e se si ribellano li manganella, li imprigiona - un po' come a Genova - li tortura, li strazia, li violenta, li uccide (magari usandoli come "sminatori", cioè facendoli camminare sui campi minati (il vero "boom" del made in Italy)); fa soldati i bambini (non proprio come nelle accademie militari USA, ma insomma...) e realizza una continua pulizia etnica (come gli italiani in Slovenia nel '41-'43); "fa cassa" intraprendendo il fiorente commercio dell'oppio, ed ora delle pasticche da sballo; in una protesta durata più giorni, arriva a liberare dalle carceri migliaia di criminali, allo scopo di approfondire il caos e dargli una coloritura delinquenziale che possa venir accreditata ai rivoltosi. Fino al ridicolo di emettere banconote da 45 e 90 "kyat" (la valuta locale), siccome il nove è il numero fortunato del capo-ndrangheta.

Tutto ciò, da quaranta e passa anni, spremendo un popolo che piange ormai centinaia di migliaia di cadaveri, ma che non s'è arreso in nessuno strato della società: il libro della Brighi mette in scena le prese di coscienza e i fatti conseguenti di giovani e vecchi, nati privilegiati e poveracci, forti uomini e donne fiere, membri del regime e discendenti dei padri della patria, timidi bravi ragazzi e discolacci che una ne fanno e cento ne pensano, credenti e atei, intellettuali e analfabeti. Un popolo intero che si fa massacrare per le strade ma non molla, che "resiste resiste resiste!" tenendo l'anima coi denti (e per vendetta i militari gli buttano i figli infanti sul fuoco, gli violentano le figlie), che cerca all'estero di organizzarsi per far conoscere la propria lotta, per trovare alleati per essa, per garantire che il "dopo" non sarà come l'"ora" e nemmeno com'era il "prima" (cfr. Giorni birmani, di Orwell), per diffondere notizie tra i rimasti a casa - anche ricorrendo a una "radionovela" accroccata grazie ai moderni aggeggi internettàri in India e in Thailandia, e (dico io terrone) grazie anche alla trasferta dello spirito di quel Pulcinella d'Acerra senz'età o patria che ridendo e scherzando, diceva la verità - esiste peraltro una versione birmana della sudista "fuitìna" (p. 33) che induce a credere che il buon Cetruòlo non debba trovarsi troppo spaesato abbàsc' a Bburma. Perché, con tutti i guai che passano 'sti poveri marònna, hanno pure voglia di "difendere l'allegria", di beffare l'idra che li sbrana (fregandogli - ai tempi - la salma di U Thant), di appassionarsi a Totti e a Zola - e non avevamo ancora vinto il mondiale.

Per quel che dice, per come lo dice, per ciò che ricorda a noi ciccioni distratti ("il mercato poteva essere scambiato per democrazia" (p. 52); "un eventuale processo di reale democratizzazione in Birmania" (può) "alimentare le speranze degli operai coreani, del sindacalismo democratico cinese, delle lotte dei lavoratori iraniani, delle donne di tanti Paesi di quelle parti del mondo", (p. 14) per questo è avversato) il testo della sindacalista si raccomanda da sé. Meno raccomandabile è la cura (meglio, la distrazione) con la quale l'hanno impresso. Borges diceva in un suo verso - da I giusti - che tale è il tipografo che compone bene anche le pagine che non gli piacciono: qui troviamo degli incommentabili "un terno all'otto", (p. 118) "ob torto (sic!) collo" (p. 143 e 164), e "Harward" per l'università nel Massachussets. (p. 228) Eróri sopportabili in qualche esordio della romanzeria italica, nelle volute furberie di qualche Scapino trèsc, o nell'ultima vasca (di Frascati) in stile libero forse: non in un libro come questo, di passione e ideologia. Al massimo, li accetteremmo in quella serie di articoli di viaggio d'uno squisito Autore italiano (tàccio il nome perché non l' ho conservata, e dunque la ricordo ma non posso fornirla come prova a carico) il quale si chiedeva come mai nei paesi sottoposti a dittatura le antiche vestigia si conservassero meglio che altrove. Ora lo sa.



di Marco Lanzòl


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