RECENSIONI
Alberto Bracci Testasecca
Il treno
E/O, Pag.170 Euro 15,00
Qui si spara sulla Croce Rossa. Ci mancava pure, viste le condizioni in cui versano le Ferrovie dello Stato, un romanzetto (per via delle pagine, suvvia!) che trattasse di ritardi e soste improvvise ed inspiegabili di treni passeggeri in desolate campagne. Ora che anche il ministro Di Pietro ha bloccato i fondi UE per il traffico sui binari, scorticare il vecchio Ente e tutte le Società che gli girano attorno è sport facile e peraltro comodo cinismo.
Si scherza ovvio (dunque sparate pure!). In realtà la fermata indesiderata di un treno diretto a Torino è occasione per l'autore per imbastire una vicenda che ho trovato personalmente durrenmattiana (qualcuno di voi ricorda Il tunnel? Un racconto, anch'esso guarda caso di ispirazione ferroviaria, dove un convoglio passeggeri entra in un tunnel e non esce più). Quattro passeggeri, stanchi di aspettare che il treno riprenda la corsa, scendono dal loro vagone per respirare un po' d'aria, ma colti dall'improvvisa partenza del mezzo, quindi appiedati e in mezzo ad una campagna desolata ed assolata, s'incamminano verso un sentiero dove incontrano un uomo che si rivelerà una miniera di sorprese.
I quattro personaggi più che in cerca di autore, sembrano essere alla ricerca di una dimensione: Lilli, anziana donna, ma dal carattere risoluto, è stanca del parentado, Aurelio, che vuol mettere su un negozio di vestiti usati, è sfiduciato e depresso, Rossella, che ha messo su un Agenzia di eventi mondani, non ne può più del marito e Francesco, scrittore di successo, ha il terrore della "pagina bianca" e non ha più ispirazione (oh gesù, fosse uno spietato ritratto autobiografico?).
Sembra un gioco e probabilmente lo è, ma sfugge a questa spiccia catalogazione un'ambigua valutazione del reale, quasi una borgesiana commedia dell'equivocità: «Certo...» osservò in una nuvola di fumo, «certo che tu sei proprio l'uomo dei boschi, l'hobbit, il saggio della montagna, Siddaharta... E' tutto così autentico qui. Pare finto» (Pag.123).
Vi è nel racconto anche una sorta di sospensione onirica (e ci viene il sospetto che sia dovuta all'uso di erbe che nel giardino del fantomatico signor Mario, si trovano con una certa facilità. Un po' come quando, e non mi sgridino gli studiosi più seri, lo storico Camporesi discettando di alimentazione popolare sosteneva che, dal momento che chi faceva il pane una volta usava erbe anche con proprietà allucinogene, i contadini di un tempo potevano risultare anche un pochino allegrotti).
Romanzo questo che si snoda con rapidità e con robuste dosi di ironia. Perché l'aspetto "fantastico" delle vicende non ha la pretesa di essere preso sul serio, ma solo avanzo (inteso come sovrastruttura, suvvia!) e suggello di uno studio sul malcontento ed irrequietudine dei giorni nostri.
Oddio oddio, che mare di banalità... Perché non gli veniva nessuna idea, cavolo? Gli stimoli. Non c'erano stimoli. Il mondo non gli dava stimoli. Era il mondo ad essere scontato e banale, non lui. (Pag.36).
Forse.
di Alfredo Ronci
Si scherza ovvio (dunque sparate pure!). In realtà la fermata indesiderata di un treno diretto a Torino è occasione per l'autore per imbastire una vicenda che ho trovato personalmente durrenmattiana (qualcuno di voi ricorda Il tunnel? Un racconto, anch'esso guarda caso di ispirazione ferroviaria, dove un convoglio passeggeri entra in un tunnel e non esce più). Quattro passeggeri, stanchi di aspettare che il treno riprenda la corsa, scendono dal loro vagone per respirare un po' d'aria, ma colti dall'improvvisa partenza del mezzo, quindi appiedati e in mezzo ad una campagna desolata ed assolata, s'incamminano verso un sentiero dove incontrano un uomo che si rivelerà una miniera di sorprese.
I quattro personaggi più che in cerca di autore, sembrano essere alla ricerca di una dimensione: Lilli, anziana donna, ma dal carattere risoluto, è stanca del parentado, Aurelio, che vuol mettere su un negozio di vestiti usati, è sfiduciato e depresso, Rossella, che ha messo su un Agenzia di eventi mondani, non ne può più del marito e Francesco, scrittore di successo, ha il terrore della "pagina bianca" e non ha più ispirazione (oh gesù, fosse uno spietato ritratto autobiografico?).
Sembra un gioco e probabilmente lo è, ma sfugge a questa spiccia catalogazione un'ambigua valutazione del reale, quasi una borgesiana commedia dell'equivocità: «Certo...» osservò in una nuvola di fumo, «certo che tu sei proprio l'uomo dei boschi, l'hobbit, il saggio della montagna, Siddaharta... E' tutto così autentico qui. Pare finto» (Pag.123).
Vi è nel racconto anche una sorta di sospensione onirica (e ci viene il sospetto che sia dovuta all'uso di erbe che nel giardino del fantomatico signor Mario, si trovano con una certa facilità. Un po' come quando, e non mi sgridino gli studiosi più seri, lo storico Camporesi discettando di alimentazione popolare sosteneva che, dal momento che chi faceva il pane una volta usava erbe anche con proprietà allucinogene, i contadini di un tempo potevano risultare anche un pochino allegrotti).
Romanzo questo che si snoda con rapidità e con robuste dosi di ironia. Perché l'aspetto "fantastico" delle vicende non ha la pretesa di essere preso sul serio, ma solo avanzo (inteso come sovrastruttura, suvvia!) e suggello di uno studio sul malcontento ed irrequietudine dei giorni nostri.
Oddio oddio, che mare di banalità... Perché non gli veniva nessuna idea, cavolo? Gli stimoli. Non c'erano stimoli. Il mondo non gli dava stimoli. Era il mondo ad essere scontato e banale, non lui. (Pag.36).
Forse.
di Alfredo Ronci
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