DE FALSU CREDITU
Micòl Lacolnaghi
La ragazza Ciarla
Lèungran-Milano Editori, Pag. 69 Euro 6,50
Gradita sorpresa, la riscoperta del dialetto in funzione però neo-post-moderna, et(n)ica, sperimentale. Confluenza delle due grandi correnti della letteratura novecentesca, la realistica seppur scaciàta e la "novissima", nel risultato di commistione citazionistica cara agli anni recenti, e di (ri)costruzione della realtà irreale, sui modelli d'un Siti - e di narrativa "esplosa", combinata e contaminata alla "cannibale". Tuttavia, afferma critico Filippo La Porta: "Quando tutti contaminano, bisogna andare a vedere come si contamina". Giusto. Qui siamo, a nostro giudizio, nella parte alta della classifica: Lacolnaghi, di mestiere moglie (di Panziero Panzieri, PR d'una grande industria della gomma) e madre (di Greta Gracco, coppaVolpi per la sua interpretazione in Carousal), ha compiuto un'operazione di archeologia del sapere, risvegliando e liberando dalle incrostazioni veristico-folkloriche alla Milanìn-Milanòn quel vernacolo meneghino che pareva scomparso ed invece torna, con questo solido racconto, a tramare una revivescenza "cosale", pasolinianamente "feticistica" (cfr. Lettere luterane) della visione del mondo, ma (pro)gettata in un'automatismo da flusso di (in)coscienza - Lacan voleva "l'inconscio strutturato come un linguaggio", Lacolnaghi ci indica che quel linguaggio non può che essere, psicologicamente e socioculturalmente, quello creaturale. Siamo un passo avanti all'intenzione dell'Autore Mario Fagiolo Dell'Arco, che distaccava il romanesco postpascarelliano dai modi anche granitici e sensuosi d'un Belli, per piegarlo ad un dettato novecentesco, statu(t)ariamente di lingua poetica moderna, psicologicamente strani(a)ta e neurotica - e anche dal lacustre-casalinghitudinato de La büba: Lacolnaghi agisce per lenta (de)costruzione, liberando strato a strato la parlata ambrosiana del tessìsmo neoceltico e baggiano (quelle pubblicità del "relòj del òmm de la dùna e del bagàj lumbàrd" sur una pubblicazione "verde"!), e ricostruendola su moduli di neokeltiké gaddo-arbasista, con belle puntature caloriche e sentimental-ironiche jannaccesche - il "sciùr cu la rädi in de l'armädi", la "Caterina che ama la fàbrica". Il tutto su un fondale di citazioni, rimandi, richiami, pasticci, intrecci, recuperi di materiale degradato o culto ma occulto, che dà spessore magmatico alla (non)storia del poemetto, che narra d'un "bloomday" d'una ragazza milanese, Ciarla appunto, tutt'indaffarata a liberarsi dal dialetto che una malattia mentale di geniale invenzione le ha impiantato nel cervello, al posto di quell'italiano che già all'inizio degli anni Novanta la linguista esperta Nora Galli De' Paratesi dava per renovato da una risciacquatura nella Martesana, e ch'ella praticava orgogliosamente nel call-center (ora ciàma-sü) ov'era interinale. Ecco dunque la bella antifrasi su cui si conduce il testo dell'Autrice: lotta per liberarsi d'un'indesiderato ospite, vissuto come parassita, essa diviene nel paradosso discoverta dell'"armadura naturale" della madrelingua - e, contemporaneamente, riacquisto della realtà velata dall'irreale. E non monta che alla fine, con chiara polemica, la ragazza "guarisca", italianizzandosi di quell'italiano che si vuole lombardo e dunque tecnico, preciso, "matter-of-facts", vero recipiente dell'intendinatùra acciaiosa dell'americano (come prima fu del germanico). Resta l'avventurarsi compiuto della riscoperta d'una lingua - d'una vita - altra, difforme, più radicale. Insomma: il "buscar el levante por el poniente" che caratterizza ogni scoperta basale, ogni principio di "brave new world".
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