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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Ugo Cornia

Le pratiche del disgusto

Sellerio, Pag. 102 Euro 9,00
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Si dice, o si è enunciato, che la necessità della descrizione, dell'enumerazione, della classificazione, del dominio sugli oggetti e gli spazi fosse imprescindibile per Perec per superare la sensazione del vuoto e sottrarsi all'oblio.

Mi chiedo, quale ossessione o quale sensazione di angoscia ha sentito in cuor suo Ugo Cornia tale da indurlo a scrivere un racconto come Le pratiche del disgusto?

Perché, se vogliamo, in questa storia non succede nulla – e di per sé l'affermazione è contraddittoria, perché l'evolversi di una vicenda presuppone qualche accadimento o qualche accidente. E il discorso potrebbe diventare pericolosamente duplice. Da un alto chiedersi come deve essere una storia perché sia considerata tale e dall'altro chiedersi cosa debba contenere uno scritto perché debba considerarsi letteratura (problema questo che Raul Mordenti, ha tentato di discettare su L'altra critica, la nuova critica della letteratura fra studi culturali, didattica e informatica (Meltemi) e su cui torneremo presto con una recensione ad hoc).

Innanzi tutto chiariamo: cosa sono queste pratiche del disgusto?

Dice l'autore: tra l'altro penso che questo delle Pratiche del Disgusto, sarebbe anche un bel titolo per un saggio: Indagine sulle pratiche del disgusto, e sulle facce di chi lo pratica, perché a mio giudizio, ammettendo che chi sta praticando il disgusto abbia la tendenza a mascherare il fatto che sta praticando il disgusto, se tu lo guardi bene in faccia, oppure se stai ad ascoltare bene il suo tono di voce, ti accorgi che sta praticando il disgusto. Tutta la corruzione morale e la corruzione intellettuale che c'è in giro, se stai attento alla faccia, la vedi...

Insomma, ma non prendeteci troppo sul serio, Cornia sembra essere affetto da celentanite, quel morbo della favella che spesso prende a chi s'intorcina con le parole nel tentativo di esprime un concetto apparentemente elementare, ma con risvolti problematici.

Orsù si scherza, perché è tecnica narrativa questa già letta e quindi sviscerata: anni fa , un giovane autore, ora cresciuto e sembra apprezzato, Francesco Piccolo, nel suo esordio letterario masticava siffatta sostanza, adulando l'intreccio, il contorcimento fine a se stesso.

Il bello è che in Cornia (lasciamo Piccolo al suo destino per ora) la manfrina funziona: vuoi per una metodologia della punteggiatura che sottraendo, guarda caso, rincara, vuoi per una predisposizione intimista che a tratti fa gridare al miracolo (bellissimo il passaggio dove un suo amico lo guarda leggere, per un quarto d'ora, un fumetto, in assoluto silenzio, suggerendo poi all'autore una considerazione sull'amore universale che può diventare cosmico senza i tranelli delle classificazioni sentimental-erotiche), vuoi per uno stile volutamente discorsivo.

Insomma, sto racconto va letto, tutto d'un fiato, perché si sospetta scritto allo stesso modo: in più vi trovate curiose e divertenti considerazioni, incistite del più dell'intorcinamento – come si diceva prima – sull'amicizia e sulle presupponenze psicoanalitiche.

Lo so, sono stuzzichi, come quando si va ad un compleanno e si mangiano gli antipastini che spesso e volentieri sono più appetitosi del grosso che arriva poscia.

Cornia ha precedenti, sempre per Sellerio, anche un premio città di Bergamo: io preferirei vederlo dopo. O matura la schizofrenia, e allora ne possono succedere delle belle, o s'ammoscia. In ogni caso qualche seme l'ha interrato.





di Alfredo Ronci


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Se poi nelle bandelle si legge l'accorata nota descrittiva che dell'autore fa Ermanno Cavazzoni...

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