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CLASSICI

Alfredo Ronci

Le virtù naturali di Giuseppe Berto: “Guerra in camicia nera”.

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C’è una domanda seria da farsi prima di leggere questo romanzo-diario: perché Giuseppe Berto decise di scriverlo nel 1955 quando i contenuti del libro riguardano il 1942/43, cioè la guerra in Africa, appena prima della sua cattura avvenuta il 13 maggio 1943?
Sembra una pinzillacchera, ma in realtà non è così. Sentiamo cosa dice lo stesso Berto in proposito: “Ho scritto questo libro a più di dieci anni di distanza dai fatti che vi sono raccontati, col solo aiuto  di un’agendina nella quale, oltre alle date e agli spostamenti, avevo annotato poche altre cose: ghibli, attesa, combattimento, sfacelo. (…) Ad ogni modo non è questo che importa: io non mi proponevo di scrivere una cronaca, ma un’opera più genericamente umana, che testimoniasse in me, e in tanti altri che come me servirono il fascismo con la convinzione di servire la patria, una essenza morale ancora valida oggi”.
Ebbene sì, durante la scrittura del romanzo-diario, Berto ribadisce più volte la sua appartenenza al fascismo. Pag. 55 “Il primo è che, di questa guerra, io mi sento responsabile nella misura giusta, cioè quanto ne spetta a ciascun italiano che abbia capacità di intendere e di volere. Se non si volevano il fascismo e la guerra, bisognava pensarci prima”.
Pag. 177: “Ma il fascismo conta tra i giovani delle forze intelligenti e generose, capaci di farlo evolvere in un senso meno stupido e più umano. Disgraziatamente molti di questi giovani, appunto perché generosi, muoiono in guerra”.
In realtà l’idea che Berto si fece poi del fascismo si racchiude in una formula abbastanza convincente, anche se apparentemente scaltra: “… io non ho mai voluto essere antifascista, prima di tutto perché non mi riconosco il diritto di esserlo (soffro, come ho già detto, di un senso di colpa) e poi perché avrei paura ad essere antifascista; vedo troppi antifascisti che si tirano dietro i difetti del fascismo. Il mio impegno, dal 1944 ad oggi, è sempre stato di essere non-fascista, cosa che ritengo assai più difficile e completa che non essere antifascista (nella mia condizione si capisce, non nella condizione di Parri o di Terracini). Essere non fascisti significa liberarsi dai difetti propri del fascismo: intolleranza, violenza, prepotenza, retorica nazionalista e non nazionalista”.
Sapevano i nostri intellettuali di questa posizione, apparentemente furba ma, considerando anche le conclusioni di questo romanzo-diario, del tutto razionale e coerente? Fu Natalia Ginzburg la prima a venire a conoscenza di questo libro. Che lo consigliò anche a Calvino, dicendogli: “A me piace molto. E’ sotto forma di diario e succede in Africa. Si capisce bene cos’è stata la guerra in Africa, cos’è una guerra persa, si capisce persino cos’era il fascismo eppure lui ne parla quasi niente”.
Non è ancora ben chiaro come mai Calvino non riuscì a far pubblicare il testo per i Coralli einaudiani (uscì per Garzanti), si parla addirittura di una mancanza d’indirizzo di dove risiedeva allora il Berto. Certo però che l’editoria nostrana, in quegli anni, piena di ricordi e di nostalgie neorealiste, era assai partecipe di un’avventura antifascista: nel 1950 uscì Tiro al piccione di Giose Rimanelli. Nel 1951 un altro pezzo forte della letteratura: Il deserto della Libia del tenente medico Mario Tobino. Per non parlare poi delle stesse opere di Calvino e della Ginzburg.
Dunque Guerra in camicia nera uscì nel 1955 per Garzanti. E’ vero, la rappresentazione che Berto fa dell’organizzazione fascista è abbastanza aleatoria e incalcolabile e la lettura della prima parte del romanzo, quella in cui ci sono spesso le soste dei militari nullafacenti, ad un lettore contemporaneo può comportare qualche problema di comprensione. Ma il proseguo fila dritto ed onesto fino agli avvenimenti che precedono la cattura dello stesso Berto.
Il quale si sente pesare la colpa di aver voluto la guerra, e la colpa di non essere morto per la Patria, sopravvivendo a molti camerati. E a Giancarlo Vigorelli, suo amico e confidente, durante un’intervista confidò: “All’umorismo credo di essere arrivato perché è l’unica via per sfuggire alla paralisi della nevrosi”.


L’edizione da noi considerata è:

Giuseppe Berto
Guerra in camicia nera
Neri Pozza



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