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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Davide Garbero

Lingue morte

Alacràn, Pag.115 Euro 12,80
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Questa Casa Editrice milanese si presenta, sulla quarta del proprio catalogo, così: "Il criterio secondo cui scegliamo che cosa pubblicare è la qualità della scrittura: qualità significa leggibilità, che significa intrattenimento, che significa vendibilità". Ma bene! Ma molto bene!! Ma benissimo!!! Infine, un Editore che mette le carte in tavola, e si presenta al suo pubblico senza inutili infingimenti culturalòidi: pubblichiamo una letteratura senza fronzoli, vogliamo che il Lettore abbia la sua distensione attraverso la tensione, miriamo all'esaurirsi delle scorte di magazzeno. Lodevoli obiettivi.

E bisogna ammettere che questo campionario di Garbero soddisfa ognuna di tali condizioni - perché "campionario"? Lo dirò. Ma tra poco. Prima, vorrei evitare di dire che il libro m'ha annoiato, che il trito di budella con schizzi di sangue sulla tappezzeria - di questo si parla - non è il genere di letteratura che frequento né che preferisco, e simili "excusationes" non richieste - perché, essendo non richieste, anche quando sincere, puzzerebbero d'ipocrita presa di distanza: metti le mani avanti per non cascare indietro.

Sicché, ricordo a me stesso che si dànno tre casi: o la letteratura è forma, e allora importa come si parla di qualcosa, e affatto di cosa si parli, fratture esposte e secreti sparsi compresi. O è contenuto, ma allora l'Iliade e i Promessi Sposi sarebbero la medesima storia: un uomo ama una donna che ama un altro uomo. Oppure, che ogni contenuto vuole una forma che lo esprima in modo da rivelarne il senso, e ogni forma dev'essere calibrata perché sveli ciò che il contenuto nasconde. A mio giudizio, così funziona. Difatti: se leggo Aldo Nove, trovo una materia per alcuni versi affine a quella spappolata da Garbero. La differenza sta nel fatto che l'intuizione poetica di Nove fa corrispondere al piscio, alla merda, ai pompini fatti dalle quindicenni "un attimino belle", all'abuso e all'incesto una costruzione che ne rivela lo squallore attraverso lo squallore di cose infinitamente più quotidiane: infiltrando così in noi il dubbio che ciò che vediamo come "estremo" sia la continuazione della normalità con altri mezzi, nasca e si nutra di umori che non sono l'eccezione, ma la regola. Per rifarsi a un esempio che si trova in Superwoobinda (Einaudi): con lo sciatto e rigonfio linguaggio delle televendite e delle tv commerciali - e, più importante, con la loro psicologia, la loro forma mentis - Nove dice d'un figliolino preadolescente il quale, ogni volta che prende un brutto voto a scuola, il padre lo violenta guardando l'unica cassetta porno che possiede (assieme allla prole) - parodia di quel "diritto alla correzione" che ha un appiglio nell'articolo 55 del codice (se non erro); ma proprio questa caricatura fa cogliere nel "diritto di punire" la medesima essenza d'abuso dell'inchiappettamento, solo nascosta dall'assenza del vituperato sesso (sempre spacciato - a proposito o a sproposito - dalla "pubblica ottusità" come problema, al posto della violenza).

Ecco dunque che quel che sembrava un (as)saggio d'un perverso laboratorio letterario, intriso d'umor nero di discutibile gusto, diviene una critica sulla vita che si compie nel "cuore delle città dalle città senza cuore" (V. Sereni); o almeno, un atto linguistico che insinua delle incertezze sulla pretesa di vivere nel "migliore dei mondi possibili", e sulle sue priorità morali.

Garbero invece agisce come un cronista medievale. E' noto che, nei secoli di mezzo - veramente, sin quasi ai giorni nostri - abbondavano spettacoli al cui confronto perfino gli "snuff-movie" (dato e non concesso che esistano) sarebbero filmine della cresima. Il pubblico del tempo era abituato a vedersi davvero lanciare in faccia brani di pelle sanguinolenta, a incontrare ogni giorno teste umane mozze appiccate a ganci, e a vivere non solo la vista ma le urla dei malcapitati, gli afrori della morte violenta e della putrefazione. Impassibile in questa digressione dantesca - disjecta membra, davvero -, il cronista badava a riportare con pignoleria qualità e quantità delle torture, numero, genere e casi dei condannati, affluenza di pubblico e cronaca mondana - è il caso di dirlo - dei maggiorenti che con l'esserci avevano dato un tocco di classe alla manifestazione. Mancava solo il saluto del presidente della Pro Loco.

La stessa imperturbabilità affligge il linguaggio dell'Autore - perché è di questo di cui si parla, non della persona, ovvio, che di suo farà il chierichetto alla "messa granda": e questo mi faceva parlare di "campionario". La prima lingua morta, ahimè, è proprio la sua: dove non mette in scena il suo general mayhem portfolio, s'affloscia in un dialogo da telenovela italiana o da bruttacopia dei "Soprano's", in descrizioni da ripetente di corso di scrittura narrativa - "un pezzo di biancheria che in passato dovrebbe aver avuto un colore più sgargiante". (p. 48) Trovo un poco di elaborazione formale solo nel racconto "Trentin Quarantino", (sic!) ove tra forma del testo e casi narrati c'è una certa omologia.

E poi, a dire il vero: anche nell'aprire i suoi "musei de coràte e de ciorcèlli", (G. Belli) non mi pare che lo scrittore abbia grande mano. Da chi s'incarica di manipolare una plastica del genere, vogliamo Sade, non De Sade, Sadik, Hessa la nazista o Zora la vampira - i giornaletti zozzi che io, ragazzino implume, e i miei coetanei carogna ci giocavamo a carte, per poi sfinirci a pippe e peggio nella rimessa dei motorini. All'epoca questo ci bastava: oggi pretendiamo di essere maturi, indi vogliamo non la macelleria, ma la filosofia. Perché è il compito della letteratura: discutere i rapporti fra parole e cose, sorvegliare le parole e i sensi loro, distinguere tra morale e moralismo (epistemologia, analisi del linguaggio, etica) . E anche perché - date condizioni normali - il danno sociale che narrare provoca, anche quando è di bassa lega, è minimo: ho ricordato le mie frequentazioni infantili dei giornalacci sado-porno-omofobo-razzisto-misogino-fallocratici per sottolineare come, malgrado mi ci sia slogato i polsi a leggerli - e anche a culo non sto troppo bene -, sono un adulto mediamente imbecille ma non vado in giro a squassare le tope o a scannare i fiolìni. E i miei amichetti "non plus".

Insomma, Garbero va rimandato in filosofia. A meno che... non essendo esperto di questo genere letterario, io non abbia preso cazzi per fischietti, leggendo i pregi come difetti. Ossia: i dialoghi e le descrizioni sono poveri e nudi perché queste sono le regole del gioco - così come un sonetto ha quattordici endecasillabi in due quartine e due terzine, rimate e accentate secondo schemi fissi; i testi richiamano "Sadik" perché quello è il modello dichiarato; gli squartamenti per tutti ogni tre righe seguono una dinamica determinata dalla "polpa" fiction, dall'immaginario sbalestrato della fumetteria d'ovvio e di categoria Z. E si pubblicano perché la loro offerta possa catalizzare una domanda (si dice così, no?). Ma se le cose stanno così, tanto vale bypassare la copia, e andare all'originale: perché leggersi Garbero, insomma, quando si può avere the real thing, Satanik?

Non dico della presentazione di Pinketts perché è chiaramente una marchetta.



di Giulio Lascàris


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