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CLASSICI

Alfredo Ronci

Lo scrittore a due facce: “La casa di via Valadier” . Di Carlo Cassola.

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Nella mia ricerca di “verità” letterarie, prendendo in mano il libro di Silvano Ceccherini La traduzione (che a breve “rileggeremo” su questa rubrica) ho letto nella seconda di copertina: Quando Carlo Cassola, alcuni mesi fa, ci inviò il dattiloscritto di questo romanzo, accompagnandolo con una lettera raccomandatoria dalla quale apprendemmo che l’autore, Silvano Ceccherini, si trovava in carcere da quasi vent’anni (ci si trova tutt’ora), non riuscimmo a reprimere un moto di diffidenza.
Ora, non voglio ovviamente parlare dei rapporti di Cassola con Ceccherini e nemmeno della poca intuizione di quelli della Feltrinelli. No. Quello di cui voglio parlare è della centralità letteraria di Cassola. Cioè di quello che fece e di quanto contasse. Perché se vogliamo dirla tutta, lo scrittore toscano fu uno dei più chiacchierati (ed anche insultati, visto quello che si disse ai tempi del Gruppo 63) scrittori del tempo, e lui stesso non si sottrasse alle critiche (tanto per intenderci, La ragazza di Bube fu premio Strega, e grande successo editoriale, ma lo stesso autore non fu molto soddisfatto della riuscita) tanto che proprio in questo periodo (il periodo de La casa di via Valadier, primi anni sessanta), Cassola era diviso tra un neorealismo di facciata, ma ben congeniato, ed un superamento delle dinamiche di guerra e un approccio più consolidato alle dinamiche sociali del tempo.
Anche i libri di Cassola che abbiamo preso in considerazione rispecchiano tale dinamica: sia Il soldato che Cuore arido in qualche modo stanno dalla parte del cuore, anche perché la resistenza e le condizioni di vita sotto il fascismo, dovevano in qualche modo essere conclusi e che i romanzi successivi a quelli che gli avevano portato successo (La ragazza di Bube appunto e Il soldato) avrebbero dovuto affrontare argomenti e situazioni del tutto diverse.
La casa di via Valadier appartiene invece al momento in cui Cassola capisce che, al di là di certe sottili disquisizioni, e perché no, anche quel processo che vide tanti fautori del neorealismo insistere sui temi della guerra, nonostante quasi tutta la letteratura andasse in tutt’altra direzione, la resistenza e le condizioni di vita sotto il regime andassero ancora qualificate.
Il libro in questione fu scritto tra il 1953 e il 1956. In particolare, Cassola nel ’53 scrive La casa sul Lungotevere, primo nucleo dei due racconti, Esiliati e La casa di via Valadier, apparsi con il titolo del secondo presso Einaudi, appunto nel 1956.
Esiliati narra gli sforzi, i dubbi e le frustrazioni di un gruppo di operai socialisti costretti a trasferirsi a Roma dalla Toscana per sfuggire alle persecuzioni fasciste (La domenica dopo conobbero la famiglia. Avevano l’aria di gente per bene; il padre era un usciere in pensione. Ma il fatto stesso che parlassero romanesco metteva Maggiorelli a disagio. Era tutto un mondo diverso, nella parlata, nel modo di fare, nelle abitudini.). La casa di via Valadier si incentra invece sulle vicende di alcuni antifascisti di estrazione piccolo-borghese: ne è protagonista Anita Turri, la vedova di un noto dirigente socialista, o piuttosto la sua casa di via Valadier, dove gli amici del marito si incontrano, discutono, lottano. Legati idealmente dalla presenza di uno stesso personaggio Maggiorelli – un operaio socialista – e dall’ambiente romano che fa da sfondo, i due racconti propongono una cronaca precisa dell’Italia democratica durante il fascismo.
Si tratta comunque di un libro di singolare rilievo dove qualsiasi lettore ha conservato dentro sé una parte vitale della storia. Prendiamo ad esempio Michele Prisco che parlando di Anita Turri, la vedova di un dirigente socialista dice: una creatura d’eccezione, non solo nella vita, ma nella vita dell’arte, che è cosa più difficile.
O Pietro Citati, che affascinato dal percorso storico afferma: Ma come non accorgersi, proprio qui, dove è il Cassola migliore, che una atroce premeditazione guida la sua mano? Che la vita è sempre, per lui, un 1932, patito sotto il fascismo?
Personalmente ritengo che ci sia anche altro e che in parte è già stato citato: la casa di via Valadier. Certo, ci sono le resistenze degli attori all’atmosfera romana chiusa e gretta del periodo, soprattutto le persecuzioni del regime, ci sono le lotte e le organizzazioni, ma il punto centrale è una dimensione quasi onirica di un paesaggio che solo alla fine troverà una soluzione. E ci stanno soprattutto loro: Anche se la mettono bianca o turchina li riconosco. Io per i fascisti ho acquistato una specie di sesto senso. Li fiuto da lontano. Anche senza camicia nera, anche senza il distintivo: li riconosco dalle facce. Mi prende male allo stomaco appena li vedo. Porci.




L’edizione da noi considerata è:

Carlo Cassola
La casa di via Valadier
Oscar Mondadori



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