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CLASSICI

Alfredo Ronci

Più che una rimostranza su 'Il bell'Antonio' di Vitaliano Brancati.

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Era un bel dire quello del Pedullà, quando affermava che il novecento letterario fu soprattutto dell'umorismo e del comico: Palazzeschi, Bontempelli, Pirandello, Campanile, Malerba, Gadda... insomma un plotone di nomi (l'elenco intero sarebbe assai noioso) 'pesanti' che utilizzò, con piacimento, l'arte doppia della tragedia in farsa o viceversa.

Manca oggidì questa regola: eppure se l'uomo del secolo scorso, ai primordi della psicanalisi, intuiva le nevrosi, facendone oggetto di paure, ma anche di facezie, cosa potrebbe combinare l'individuo del duemila che delle stesse ne è impastato fino al collo e a morirne sembra che ci metta poco? Macché, tranne rarissime eccezioni, la letteratura contemporanea marcisce di narcisismo e di un extra-io (che non è super) colloidale che fa ridere solo i polli.

Cappella per Brancati che, come tanti del passato secolo, è autore magistrale del sacro e del profano (con relative e riuscite rappresentazioni), ma che se preso per il verso sbagliato potrebbe propendere del tutto da una parte invece che dall'altra, e sarebbe delitto esecrabile.

Lo dico con sicurezza perché alla base di uno dei suoi più riusciti romanzi, appunto Il bell'Antonio, vi è un fraintendimento vistoso che non può passare inosservato.

L'unico che s'approcciò con correttezza all'opera fu Sciascia, che riteneva Brancati un suo maestro (ho sempre amato questo scrittore e gli debbo molto), ma che sul quel 'problema' tenne a precisare: Il tema è quello dell'impotenza sessuale; il sottotema è quello di una particolare società in un particolare momento storico.

Giudizio anch'esso sottostimato, crediamo noi, perché Il bell'Antonio è soprattutto storia di una vita vissuta pericolosamente dentro una dittatura e l'incapacità di questa (la vita, non la dittatura) di superarla a pie' pari.

Ma noi rivoltiamo qualsiasi assunto e nonostante da più parti si dica che il protagonista del romanzo è Antonio Magnano, ragazzo di rara bellezza, che fa innamorare tutte le ragazze che incontra, che millanta conoscenze politiche altolocate e che invece coram populo, subisce l'affronto della sua impotenza sessuale, affermiamo, senza tema di essere smentiti, che l'eroe (perché in quel tempo se ne aveva bisogno, il libro uscì nel 1949) è Edoardo Lentini, cugino di Antonio.

Alter ego del Brancati. La biografia dello scrittore siciliano ci viene in aiuto: la profonda crisi interiore che lo colpì dal '35, dopo esser stato sodale, ed in pieno, col fascismo, ed un progressivo allontanamento dalla dittatura fino all'uscita, nel '46, del volumetto I fascisti invecchiano, sono chiaramente riscontrabili nella figura di Edoardo.

Che non è di intellettuale prima integerrimo e poi critico con gli ideali mussoliniani, ma solo ragazzo preso nella ferrea morsa di una Catania prebellica ammorbata e conformista e che si ritrova, suo malgrado ad essere potestà, per poi abbandonare la carica con la scusa che Hitler non può dichiarare guerra perché è uomo senza coglioni (e non metaforicamente!). La realtà vera è che Edoardo esce praticamente dal fascismo perché si domanda: E' giusto che debba mentire per poter dire la verità? (...) E' giusto che per poter manifestare la mia ripugnanza verso Hitler io debba inghiottire quello che mi suscita il mio compare?

Dunque, mentre Antonio è devastato dalle dicerie sul suo conto e persino obnubilato dall'amore per Barbara Puglisi che ha sposato ma che ha dovuto abbandonare per non avere consumato il matrimonio dopo tre anni, suo cugino subirà altre angherie: trovarsi, nel '43, con l'arrivo degli americani a non essere più fascista, e a non contemplare la vittoria di una liberazione provvisoria, lo porterà a provare anche la prigionia alleata (Prima sono stato in carcere, poi in un campo di concentramento, poi di nuovo in carcere... Non rinnego per questo una sola mia parola: sono sempre della stessa opinione di una volta! Ma santo cielo, è curioso che uno abbia aspettato per tanti anni la libertà... e tu sai come l'ho aspettata!... e quando questa libertà arriva, per la prima volta mi si chiude in una cella con una porta di ferro, poi in un recinto di filo spinato, poi di nuovo in una cella con la porta di ferro. E' curioso, è curioso!

Ma dove l'angoscia e la tristezza del romanzo s'estrinsecano nel migliore dei modi è nel finale inaspettato: dove Antonio sogna di violentare la ragazza che le pulisce la casa materna bombardata e l'atto lo inorgoglisce agli occhi di Edoardo, mentre questi accusandolo di superficialità in un momento storico delicato, esce dall'appartamento e quasi violenta una ragazza capitata fra le mani per caso.

S'insinua in noi il dubbio, di Edoardo senz'altro e dello stesso Brancati, che spesso il risultato di una guerra non è la liberazione da una costrizione, ma il riacutizzarsi di una forma estrema, ed umana, cioè dell'essere uomo e maschio, di violenza che superi ogni forma di conciliazione.

Tremenda chiusura di un romanzo che si è voluto sempre adattato alla specificità più comoda (lo fece anche il film di Bolognini), ma che in realtà suscita riprovazione, pur nella conclamata ironia che lo ha fatto degno della migliore letteratura del novecento.





L'edizione da noi considerata è:



Vitaliano Brancati

Il bell'Antonio

Oscar Mondadori - 2001





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