RECENSIONI
Julia Deck
Proprietà privata.
Prehistorica Editore, Traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala, Pag. 180 Euro 17.00
Il delinearsi di una mondializzazione tout-court ci porta a pensare che tutto il “paesaggismo” letterario dei nostri giorni sia davvero uguale per ogni lettore. Chiariamoci subito: non esistono più i luoghi decentrati di un Maigret anche in pensione e quindi anche di un Simenon preso dietro storie non poliziesche, così come non esiste più la suburra metropolitana di un Gadda preso dal dialettismo romano.
In questo decennio, e chissà per quanto tempo ancora, tutto sarò stabile e se anche chi scrive è un po’ lontano da noi, crediamo, senza troppi problemi, che sia invece vicino. Assai vicino.
E’ il caso di Julia Deck, scrittrice che, al di là di quello che ha scritto, non è del tutto sconosciuta al pubblico italiano, basti pensare al libro, edito da Adelphi, Viviane Elisabeth Fauville. Di padre francese e di madre britannica, ha scelto di preferire la Francia e così nella lingua transalpina ha decido di confrontarsi.
Perché dicevamo, in precedenza, che la mondializzazione culturale ha fatto tabula rasa delle differenze? Perché Julia Deck ne è un esempio centrale (e centrato). Proprietà privata è la storia di un rapporto appena complesso tra un marito e una moglie (con intorno a loro una miriade di conoscenti che fanno di tutto per non essere amici) è un luogo dove abitano che, molto semplicemente, potrebbe assomigliare a qualsiasi centro di residenza di un certo prestigio.
Non me ne vogliano gli estimatori della Deck, ma all’inizio del romanzo la cosa che più mi entrava nella testa erano i movimenti e le vicissitudini delle quattro sparute protagoniste di Desperate housewives nelle loro affascinanti dimore borghesi.
Poi però la storia ha una “deviazione” (deviazione che però di questi empi è assai ben poca cosa): una donna, abitante nello stesso posto in cui stanno tutti gli altri, viene a mancare. Indagini, ricerche, prima un fermo poi un altro e alla fine la verità viene a galla circondata da una molteplicità di misfatti quotidiani. Della serie: il meglio ha la rogna.
Julia Deck è abile a costruire una vicenda di sospetti (a cominciare dalla “distruzione” di un gatto). Forse accentuando di più questo fattore avrebbe dato più spessore al romanzo. Abile dunque, ma non determinante.
di Adelina Seymour
In questo decennio, e chissà per quanto tempo ancora, tutto sarò stabile e se anche chi scrive è un po’ lontano da noi, crediamo, senza troppi problemi, che sia invece vicino. Assai vicino.
E’ il caso di Julia Deck, scrittrice che, al di là di quello che ha scritto, non è del tutto sconosciuta al pubblico italiano, basti pensare al libro, edito da Adelphi, Viviane Elisabeth Fauville. Di padre francese e di madre britannica, ha scelto di preferire la Francia e così nella lingua transalpina ha decido di confrontarsi.
Perché dicevamo, in precedenza, che la mondializzazione culturale ha fatto tabula rasa delle differenze? Perché Julia Deck ne è un esempio centrale (e centrato). Proprietà privata è la storia di un rapporto appena complesso tra un marito e una moglie (con intorno a loro una miriade di conoscenti che fanno di tutto per non essere amici) è un luogo dove abitano che, molto semplicemente, potrebbe assomigliare a qualsiasi centro di residenza di un certo prestigio.
Non me ne vogliano gli estimatori della Deck, ma all’inizio del romanzo la cosa che più mi entrava nella testa erano i movimenti e le vicissitudini delle quattro sparute protagoniste di Desperate housewives nelle loro affascinanti dimore borghesi.
Poi però la storia ha una “deviazione” (deviazione che però di questi empi è assai ben poca cosa): una donna, abitante nello stesso posto in cui stanno tutti gli altri, viene a mancare. Indagini, ricerche, prima un fermo poi un altro e alla fine la verità viene a galla circondata da una molteplicità di misfatti quotidiani. Della serie: il meglio ha la rogna.
Julia Deck è abile a costruire una vicenda di sospetti (a cominciare dalla “distruzione” di un gatto). Forse accentuando di più questo fattore avrebbe dato più spessore al romanzo. Abile dunque, ma non determinante.
di Adelina Seymour
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