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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Maurizio Chiararia

Resoconto di una storia senza tempo

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   La casa tremava tutta. Un incessante rumore la pervadeva. Sulle scale la ringhiera traballava, le porte scricchiolavano, gli scalini di marmo vibravano. I topi non trovavano scampo.
   La casa era deserta. Le stanze vuote e polverose. Mucchi di carta negli angoli. Gli scaffali contenevano oggetti corrosi dal tempo e mangiucchiati dai tarli. Le pareti erano uno sfacelo. Screpolate, alcune erano per metà abbattute. Si poteva passare da un appartamento all'altro liberamente. L'eco si diffondeva per le stanze e non vi sfuggiva più. Ora era un ululo accompagnato da un ronzio sommesso, quasi venisse dagli interstizi fra i mattoni, ora un rombo cupo che pareva sorgere da sottoterra. Ogni cosa era come incollata al suo luogo abituale. Tremava sì, si sfaldava, si allentava, si piegava, ma non cadeva. I mobili ondulavano, dalle ante gementi. I quadri oscillavamo, ma erano indivisibili dal chiodo. I topi stessi si tenevano ben fissi al suolo. Una leggera polvere bianca nevicava dal soffitto, ma poca, quasi il suo intonaco si fosse consolidato maggiormente e l'usura degli anni l'avesse rafforzato anziché demolirlo. Insomma, se c'era una forza devastatrice, essa non riusciva che a scuotere di poco la costruzione.
   Ma il pericolo era più nelle fondamenta. Sbandavano paurosamente nei loro fori, producevano salti in verticale e ricadevano giù di colpo, squassando il fondo. Si dimenavano nelle loro angustie, si torcevano ognuna in senso contrario all'altra. Mancava che si liberassero per far crollare tutta la casa. Si piegavano ad arco e poi schioccavano all'improvviso sulle pareti. Il colpo era così forte che le pareti si sfaldavano, mollavano la presa. Ancora un poco ed esse erano libere.
   A un tratto tutto si fermò, la casa riprese la sua posizione normale, non un brivido pervadeva più le mura. I topi finalmente trovavano pace e potevano distendersi pancia all'aria a riposarsi dalla tensione. Ciò che prima era curvo sull'orlo, in procinto di cadere, si riassestò e rimase immobile, ciò che pendeva si raddrizzò, ciò che oscillava si quietò.
Un eterno presente calò sulla casa. Tutto era accaduto, ogni cosa aveva risentito di tremende scosse, ogni muro era stato per crollare. Le fondamenta stesse erano state per schizzare via e travolgere tutto il caseggiato. La forza che veniva dalla terra era stata trattenuta. Ma le cose facevano intravedere lo spasimo di quella lotta interna? Il vaso, ora fisso al suolo, sembrava teso nello sforzo di trattenere quello dal vibrare. La zampa del mobile, ora imperiosamente ferma, sembrava reggere con più forza quello contro il muro. I topi, infine, aspettavano come un agguato improvviso.
   Cos'era? Un brivido ora serpeggiava nelle vene del legno, fra i granellini della calce in ombra, in superficie qualcosa di invisibile scorreva sul pavimento, sul marmo delle scale, come una mano sfiorava il ferro battuto delle ringhiere. Si aspettava che qualcosa prendesse forma, si svelasse, mandasse all'aria ogni cosa o si rincantucciasse, appena giunta, in un angolo.
   Cos'era? Senza più costrizioni i mobili soffrivano di quell'attesa che non era solo attesa ma anche rilassamento dopo la tempesta. Ma proprio quel rilassamento diveniva per loro incauto, ingiustificato, proprio perché era gravato da quell'attesa. Nulla si salvava, nulla di indifferente si allontanava da quel forzato riposo. Tutto sicuro nell'attesa. Forse era meglio se fosse continuata la lotta per tenersi in piedi piuttosto che quella lotta ad ogni attimo contro qualcosa che non si svelava, per volontà sua, era certo, contro tutte quelle cose che giacevano prone, pronte, ma mai veramente sicure, a scattare.
   Il tarlo si insinuava nelle gallerie note, cercava miglior nascondiglio. Le sedie, piazzate alla rinfusa come erano rimaste alla fine della sarabanda, erano pronte al salto; le porte, ora semichiuse, al grido. Gli scalini erano saltellati ognuno a coprire la sua urna. Le finestre pendevano in un vuoto che le bloccava.
   Quindi arrivò il vento. I vetri furono i primi a percepirlo. Un leggero fruscio li vellicava fino a farli tentennare nello stucco sconnesso. Poi un impeto scosse le finestre per entrare nelle stanze. Vorticò negli spazi liberi, si insinuò fin dove c'era spazio. Poi, a suo piacere, cominciò a spostare gli oggetti per avere più sfogo. Fece cadere i vasi, che si spezzarono a terra, sparpagliandosi in milioni di frammenti, fece crollare i mobili, per scorrere più libero sulle pareti. Praticò buchi nel muro, correndo di stanza in stanza. Poi uscì sulle scale. Si aggrappò alla ringhiera e fece rotolare giù tutta la griglia, giù, fino al fondo della tromba delle scale. Si liberò, quindi, risalendo e disperdendosi in ogni piano. Infine ripercorse la via delle pareti e fuggì dalle finestre spalancate.
   Le cose ora smaniavano, cercavano il buon vento che le violentasse. Le porte cigolavano, non più di paura ma di desiderio. Dov'era andato?  Così all'improvviso era vento che altrettanto all'improvviso disertava? Ora sì, certo, esse sapevano: vento, ma non avevano colto il suo respiro, non lo avevano avvinto nelle loro braccia, nei loro pori. Non avevano deciso: “Ora sta' qui!”. Era stato lui a decidere “No!”. Quasi quella loro attesa avesse guastato tutto, quel loro vano cercare avesse distrutto proprio sul venire l'immagine che si era creata. Non essa, ma il vento, aveva smentito le loro aspettative, e loro stesse, consapevoli soltanto di quell'attesa, avevano troppo distrattamente guardato, osservato, l'avvento, quasi chiudendo gli occhi di fronte al fatto che gli si presentava. Ora piangevano e si stringevano le une con le altre, vanamente. Giravano intorno gli occhi smarrite, sperando in un'altra manifestazione, certo più alta della precedente.
   A stento ora si reggevano, in quel luogo deserto, ricominciavano la tela. Rinforzarono, riabbellirono ogni cosa, vinsero il tempo, notte e giorno più non si avvicendarono in quella casa. Rizzarono di nuovo la ringhiera, quasi fosse la loro anima, riabilitarono gli scalini, sempre mossi e mai fermi. Riassestarono le finestre, che lasciarono spalancate, uniche bocche davanti al vuoto. Dentro, minuziosamente, quasi fino al tormento, aggiustarono gli oggetti, fratelli dispersi, e persino i muri rattopparono.
   Fu un'orgia di vita, dico, perché preparava certo l'avvento di una divinità. Una festa non passeggera, che costituiva un avvenimento. I topi ora non danzavano ma si riposavano nei loro buchi, guardinghi, rimettevano in sesto le loro tane, non per l'inverno ma per la rivelazione. Nulla che si muovesse, tutto, muto, in preghiera. Nulla che sonnecchiasse, tutto, vivo, in preghiera. Eppure, non un canto che si udisse, a glorificazione del vento già apparso. Nulla che ricordasse la precedente comparsa. Tutto era stato dimenticato nella preparazione, anche lo stimolo che l'aveva fatta sorgere. Nulla che ricominciasse, però. Ora non era più l'attesa paurosa, non più la tensione che poi, s'era visto, era sfumata nel nulla. Solo la partecipazione all'attesa.
Nulla. Le cose dicono “Nulla.”. Ora non è l'ignavia delle cose. Ora più grande la responsabilità. Ora nemmeno più esse dovrebbero esistere, la casa veramente sarebbe dovuta crollare, invece di rimanere così miseramente in vita. Eppure lo sforzo è giustificabile, la beatitudine giusta. Cosa manca allora? Prima si diceva: “Cos'è?”. Era viva presenza dietro un velo. Ora manca anche il velo e il vuoto che circonda le cose non nasconde nulla.
   Hanno ragione le cose a dire: “Nulla.”. Cariche del peso degli anni e della continua attesa, esse, sempre vergini, sempre stupite di fronte alla parola che non si rivela, quasi sono inginocchiate, prostrate dalla loro meditazione. Ora non volgono più gli occhi intorno. I topi sembrano intontiti nel loro buio che pare durare eterno.
   Ora sussurri giungono dalle cose. Tutta la casa è un lieve sussurro. Negli angoli si raccolgono voci sommesse, sulla ringhiera scivolano bisbigli. E' la casa che ascolta se stessa. Ogni cosa impara il suo silenzio e sa che da lì può nascere la parola. Ora tormentosa giaculatoria che ha eternato un pesante buio di chiesa tra le mura. Ora anche i topi, intorpiditi, muovono le palle di polvere filate nelle loro notti. Il vaso non illumina e nemmeno riverbera, le carte frusciano senza colorire l'ambiente. Vagamente i mobili si ricordano le lotte, il loro languore è quasi eccessivo.
   Ma cosa è spento? Questo sonno eterno ridesta le creature, dà loro vita. Come si può dire che tutto sia finito, che l'attesa sia vana? E, del resto, come può dirsi la parola se non in mezzo al silenzio, se non a cose cui la familiarità con la preghiera sia diventata mezzo per una maggiore accettazione? La casa dorme, grande ed eterna, per essere giusto vaso alla parola.
   I topi dormono, non si può dire contenti, un grande sonno.
   Operosità? Certo, ora ricordo di operosità. Avete visto come hanno operato le cose, slanciandosi tutte nella lotta, oscillando nel turbine. Ora io non giudico, solo voglio portare ogni immagine a compimento. Se c'è un proponimento nello storico, esso è proprio quello di portare la sua opera a un suo fine, senza sviste o ripensamenti. L'ampia materia che ha davanti contrasta con la sua umanità peculiare, e proprio da queste forze che si scontrano nasce il vivo che spinge l'uomo a realizzarsi nella materia e a realizzare essa in sé. Egli non aspetta che la materia si definisca da sé, si esaurisca, ma vi procede e vi agisce come se proprio lui fosse il continuatore che la porterà a compimento. Egli non si fa giudice della materia, ma anima di essa per l'avvenire.



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