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Stefano Torossi

Ritornare bambini

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A Natale si ritorna bambini. Dev’essere per questa ragione che ieri ci siamo trovati al Bioparco a guardare questi strani frutti maturati su un albero spoglio (voi certo capirete subito di che si tratta, noi ci abbiamo messo un po’).
Di questi tempi ci solleticano solo le stranezze. Che fare, contrastare l’inclinazione del momento o (più saggio e anche molto più comodo) lasciarsi andare?
E allora, via con la curiosità! (Rigorosamente infantile e anche, magari, un po’ scema).
Lasciamo perdere la natura e andiamo a frugare nell’ambiente che, qui a Roma, di curiosità ce ne ha da offrire quante ne vogliamo.  Le chiese.



       Sull’unica isoletta del Tevere, da sempre sede di ospedali, c’era una volta un tempio. Naturalmente, come è successo a tutti i templi pagani dell’antica Roma attraverso i secoli tenebrosissimi del medio evo, il posto è rimasto, la destinazione sacra anche, ma è cambiato lo stile architettonico, l’arredamento e soprattutto il nome del titolare, che prima era Esculapio, dio della medicina, e poi è diventato San Bartolomeo.
La pianta dell’edificio sarebbe anche rimasta la stessa, ma l’umidità in risalita dal fiume deve averle procurato una deformazione da artrite perché da rettangolare che era, ecco cosa è diventata.
Pssst…nei sotterranei della chiesa c’è una di quelle macabre e divertenti mostre di ossa umane che in passato facevano la gioia dei frati arredatori di cripte. In questo caso le ossa sono degli annegati nel fiume: bollite, scarnificate e usate come ornamento: una costola qui, un cranio là…e poi, il meglio per decorare: femori a bizzeffe.


A Santa Maria dell’Anima, invece, ci sono le prove di un problema di tipo linguistico – ideologico.
La chiesa è, fin dalla sua fondazione, la sede religiosa della comunità germanica di Roma.
Ma è anche una chiesa cattolica apostolica romana, con obbligo, soprattutto in quei tempi, di usare il latino come lingua ufficiale nei suoi riti, compresa la sepoltura.
Ecco allora il problema che emerge sulle lapidi, belle e numerose che ornano le sepolture dei facoltosi rappresentanti di quella nazione: i nomi tedeschi e le dediche in latino.
Si è sempre trattato di arrampicarsi sugli specchi, anzi sui marmi levigatissimi e quindi scivolosissimi.
Ma, bene o male, possiamo dire che se la sono cavata (secoli di esperienza serviranno pure a qualcosa, no?).


Il Cristo peloso di S. Agostino. Blasfemia? Mancanza di rispetto? Macché: semplice inosservanza dell’immagine codificata del personaggio.
Di solito Gesù è raccontato (non si sa bene perché) come un giovanottone alto, biondo e muscoloso; in generale con un look nordeuropeo. Scelta davvero incomprensibile: da sempre è noto che si trattava di un mediorientale, quindi con caratteristiche fisiognomiche ben diverse.
Finalmente nella chiesa di S. Agostino, eccolo qui il Cristo pasoliniano, esile e scuro di pelle e di pelo (abbondante e ben disegnato).
Mai abbiamo visto altre rappresentazioni del crocifisso con così evidente vello ascellare, toracico e perfino pubico. Come dicevamo, quasi blasfemo, ma così umano…



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