RECENSIONI
Lisa Pietrobon
Se avesse avuto qualche certezza non sarebbe di certo la roccia che è ora.
Ibiskos Editrice Risolo, Pag.43 Euro 10,00
Non so se ci avete fatto caso, ma le strade assomigliano sempre di più a piccoli cimiteri: ogni tanto lungo i bordi o lungo i fossati vi è un mazzo di fiori, una foto consumata, una bandiera, uno sventolio di lenzuoli ingialliti che stanno ad indicare il luogo dove è morto un ragazzo. Perché sì, nella stragrande maggioranza dei casi, queste piccole soste da Via Crucis, sono un corollario delle tante "famigerate" stragi del sabato sera, e le vittime sempre giovani cuori spezzati.
Colpisce poi quel raccolto e silenzioso capannello di persone che staziona davanti alla nicchia cimiteriale che o per mano o tenendosi abbracciate suggellano un'amicizia anche attraverso una sorta di scaramantica e personale catena d'amore.
Nel primo racconto di questa brevissima antologia vi è proprio questo: un resoconto di una tragedia improvvisa. Un ragazzo di 20 anni che si schianta con la propria macchina contro un palo e l'istinto di sopravvivenza di chi gli è stato sempre accanto e che ora deve fare i conti con un'assenza che non è solo fisica.
Si dirà nulla di originale: ma non si chiede conto di questo, come non si chiede conto del resto dell'antologia, dove tra pennellate improvvise, confessioni post-puberali, incomunicabilità e vere e proprie resistenze al vivere, nessuno, tanto meno l'autrice, sembra voler scoprire l'acqua calda.
Il messaggio è un altro (e vivaddio: credo che la Pietrobon voglia proprio lanciarlo, e lasciare agli esegeti del nulla l'incarico di dire che la letteratura non deve e non vuole mandare proposte): la consapevolezza di sopravvivere, parafrasando Pavese, stanca e che l'urlo di sofferenza e di insofferenza che si alza, deciso e rumoroso, appartiene a tutti malgrado la cattiva abitudine di pensare le generazioni distanti, legate semmai solo da vincoli di sangue e di interesse.
Jonny Rollino, detto anche Mastro Bongo, Zoe (... e non venitemi a dire Oooh, che nome strano, perché altrimenti dovrei iniziare proprio dal principio) e I.S. sono una perfetta trasposizione della tragedia giovanile: il primo crede di sopravvivere alla morte dell'amico; la seconda è incapace di fronte ad un atto d'amore di saperlo raccontare o addirittura trasfigurare (è convinta di vincere ma, noi lo sappiamo, perderà); l'ultimo, ingabbiato in contesti pre-stabiliti, crede di superare l'ostacolo facendo cinema.
Sono figure che hanno la consistenza della carta velina, che potrebbero strapparsi al primo soffio di vento incazzoso: perché dunque etichettarli, come si fa spesso, se sono proprio le etichette a "finirli" definitivamente?
Queste quarantatre pagine sono meglio di un saggio sociologico, molto meglio delle ennesime apparizione di una Grazziottin o del figo di quartiere Crepet. Sono un grido di dolore: qualcuno nel leggerle troverà i soliti riferimenti giovanilistici, le solite "svisate" (tanto per essere in tema) culturali. Di questo i nostri ragazzi si nutrono. E fanno bene.
Sono gli altri, il resto, che morti dentro, non sanno ascoltare più, parafrasando Fossati, la musica che gira attorno.
di Alfredo Ronci
Colpisce poi quel raccolto e silenzioso capannello di persone che staziona davanti alla nicchia cimiteriale che o per mano o tenendosi abbracciate suggellano un'amicizia anche attraverso una sorta di scaramantica e personale catena d'amore.
Nel primo racconto di questa brevissima antologia vi è proprio questo: un resoconto di una tragedia improvvisa. Un ragazzo di 20 anni che si schianta con la propria macchina contro un palo e l'istinto di sopravvivenza di chi gli è stato sempre accanto e che ora deve fare i conti con un'assenza che non è solo fisica.
Si dirà nulla di originale: ma non si chiede conto di questo, come non si chiede conto del resto dell'antologia, dove tra pennellate improvvise, confessioni post-puberali, incomunicabilità e vere e proprie resistenze al vivere, nessuno, tanto meno l'autrice, sembra voler scoprire l'acqua calda.
Il messaggio è un altro (e vivaddio: credo che la Pietrobon voglia proprio lanciarlo, e lasciare agli esegeti del nulla l'incarico di dire che la letteratura non deve e non vuole mandare proposte): la consapevolezza di sopravvivere, parafrasando Pavese, stanca e che l'urlo di sofferenza e di insofferenza che si alza, deciso e rumoroso, appartiene a tutti malgrado la cattiva abitudine di pensare le generazioni distanti, legate semmai solo da vincoli di sangue e di interesse.
Jonny Rollino, detto anche Mastro Bongo, Zoe (... e non venitemi a dire Oooh, che nome strano, perché altrimenti dovrei iniziare proprio dal principio) e I.S. sono una perfetta trasposizione della tragedia giovanile: il primo crede di sopravvivere alla morte dell'amico; la seconda è incapace di fronte ad un atto d'amore di saperlo raccontare o addirittura trasfigurare (è convinta di vincere ma, noi lo sappiamo, perderà); l'ultimo, ingabbiato in contesti pre-stabiliti, crede di superare l'ostacolo facendo cinema.
Sono figure che hanno la consistenza della carta velina, che potrebbero strapparsi al primo soffio di vento incazzoso: perché dunque etichettarli, come si fa spesso, se sono proprio le etichette a "finirli" definitivamente?
Queste quarantatre pagine sono meglio di un saggio sociologico, molto meglio delle ennesime apparizione di una Grazziottin o del figo di quartiere Crepet. Sono un grido di dolore: qualcuno nel leggerle troverà i soliti riferimenti giovanilistici, le solite "svisate" (tanto per essere in tema) culturali. Di questo i nostri ragazzi si nutrono. E fanno bene.
Sono gli altri, il resto, che morti dentro, non sanno ascoltare più, parafrasando Fossati, la musica che gira attorno.
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