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Stefano Torossi

Suicidio assistito

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Contemporaneo. Al Gianicolo, vicino al faro, in quello che un giorno era certamente un verde prato e ora è una landa desolata, si erge orgogliosa e inutile questa targa che ricorda il dono dell’Argentina a Roma, nel 2011, di ciò che immaginiamo fosse un esemplare vivo e vitale di seibo, la pianta simbolo di quella nazione. Quanto è bella. O meglio, quanto avrebbe potuto essere bella se fosse riuscita a crescere.
Ma noi sappiamo che è politica immutabile del servizio giardini della nostra città di piantare, sì, alberi e cespugli, anche regalati, ma innaffiarli, giammai!

Barocco. Piazza S. Pietro. Questa proprio non ce la spieghiamo (dal punto di vista chimico-fisico): le ringhiere metalliche e perfino i pilastrini di marmo che circondano la fontana di destra della piazza, solo in zona sottovento però, sono corrosi come se gli cadesse addosso una continua pioggia di acido muriatico.
E invece dalla fontana arriva solo acqua. D’accordo, è l’acqua di Roma, notoriamente molto calcarea ma non al punto di rosicchiare delle robuste sbarre di ferro e perfino i cippi di marmo, come si vede nella foto.
Ancora di più non ci riesce di capire come mai, (e questa volta non dal punto di vista della scienza, ma da quello dell’organizzazione) nella piazza più frequentata del mondo non abbiano ancora pensato di sostituirli, questi rugginosi rottami; eppure non crediamo che sia un’operazione particolarmente costosa. Oltretutto si tratterebbe di salvare la faccia, anzi, la facciata della sede del Pontefice Massimo.
Medievale. Andando, idealmente, indietro nel tempo e scendendo, materialmente, un bel numero di gradini da Via Nazionale, ai piedi del Palazzo delle Esposizioni ormai passato dal ruolo di museo a quello di mausoleo della fu Quadriennale, defunta di Covid, si incontra il portico di San Vitale, una bella chiesa del IV secolo, ricostruita nell’VIII in cui troviamo una delle tante dimostrazioni della noncuranza con cui a Roma si sono sempre trattate le testimonianze della civiltà precedente.
Certo, il Medio Evo era un periodo di povertà, di sicuro mancava il materiale, sappiamo che se costruivi qualcosa nel nome della nuova religione tutto quello che veniva dal passato poteva essere liberamente stuprato in quanto frutto di un’epoca blasfema.
Ecco perché una bella colonna romana di finissimo granito la piazzavano lì come stipite e non ci pensavano su due volte a scalpellarla per infilarci i cardini dei cancelli, cambiandogli continuamente la posizione. E ogni volta, giù buchi, senza minimamente preoccuparsi di distruggere l’opera di qualcuno che prima di loro aveva con cura e competenza arrotondato e lucidato un masso di pietra il quale senza quel lavoro non sarebbe stato niente.
Quando poi c’era la speranza di trovare le grappe metalliche interne di raccordo e rinforzo fra le lastre di un edificio, allora sì che il marmo diventava gruviera.
Per i sorci affamati di quell’epoca miserabile.



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