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CLASSICI

Alfredo Ronci

Un caso letterario: "Misteri del chiostro napoletano". Di Enrichetta Caracciolo.

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Devo correggere un mio vecchio giudizio sulla letteratura. Precisamente sulla letteratura femminile. Che si voleva, fino a quattro o cinque anni fa, un mercatino di fastidiose nenie, prive di ogni connotazione politica e civile, e che si riduceva a diari personali, mai pubblici e pertanto fuori da ogni logica di mercato intellettuale.
Il problema, mio, e di siffatto ragionamento era che, proprio il mercato intellettuale, dunque maschile, spesso era, di fatto, pregno di una letterarietà bassa e povera e che tendeva ad elevarsi al mondo, al contrario chiudersi e farsi poco prezioso.
Il risultato di tutta questa panzana è che ora la divisione, per quanto a volte necessaria, è per lo più inutile e francamente dannosa e che la superiorità di un tempo si riduce (o al contrario si alza) ad una dimensione più lucida e consapevole. Della serie (attributo del tutto maschilista): anche le scrittrici, quelle buone (altrettanto dicasi per l’opposto) hanno le palle.
Una di queste è (era) Enrichetta Caracciolo. Nel 1864 scrive Misteri del chiostro napoletano autobiografia dolorosa e straniante di una donna, che contro le proprie convinzioni, viene fatta monaca di clausura e destinata ad una vita vuota e priva di ogni sentimento.
Il libro ottiene un successo incredibile tanto che in pochi anni arriva all’ottava edizione.
Assistiamo fin dall’inizio all’impari lotta della protagonista contro le sottili astuzie messe in atto dalla Chiesa per spingerla e piegarla alla condizione monastica, lei dotata di un temperamento portato al matrimonio e alla vita civile.
…la signorina Enrichetta de’ principi di Forino, giovine di rara pietà, si è determinata di ripudiare le vanità del mondo, per prendere il velo del monastero di San Gregorio.
In realtà la giovine di rara pietà, pur se costretta a quella condizione di vita, non recede di un solo passo dall’intenzione di uscir fuori da quella miserabile esistenza, pur se costretta ad assistere alle peggiori nefandezze a ai più abietti comportamenti umani.
Dice di un ecclesiastico che tentava di indurla a miglior attenzione: Non so perché, ma sin dal primo incontro egli mi sembrò un dandino, travestito da principe ecclesiastico.
Addirittura di fronte ad un cardinale si permetteva di esprimersi così: Allora, con vostra buona pace, fatela finita! Io detesto quell’uomo quanto un prigioniero di stato detesta l’autore del suo imprigionamento. Non è forse desso che a viva forza mi trattiene in questo stato di violenza?
E sui luoghi di contenimento dice: I conventi di Napoli sono stati d’ogni tempo, e sono tuttavia, i più accaniti propugnatori del dispotismo. Sì per insinuazione de’ superiori, che per impulso spontaneo,  le monache di San Gregorio solevano far delle preci pel re d’allora, preci in cui fra le altre si domandava a Dio lo sterminio  de’ malvagi, vale a dire de’ liberali.
Proprio quando sembrava che la sua pozione di monaca dovesse rimanere tale, riprenderà possesso del suo destino quando l’esercito di Garibaldi scaccerà i Borboni da Napoli e chiamerà al riscatto le popolazioni meridionali: a vent’anni dal giorno in cui era stata costretta al voto.
Enrichetta Caracciolo non era una rivoluzionaria, non poteva esserlo, fu soltanto una giovane donna che costretta ad una decisione innaturale tenta tutte le carte in suo possesso per riscattarsi. E ci riesce nonostante ai suoi tempi le uniche possibilità, appunto per una donna, erano o il matrimonio (ad Enrichetta andarono male alcune relazioni amorose, tanto che la madre si convinse di prendere delle precauzioni) e il convento.
Ma il convento non era il posto ideale per la giovane principessa, per quanto professata cattolica: Se  quello che voi chiamate cattolicismo in mano al papa, ai cardinali, ad altri vescovi e preti non dovesse essere altro che un mezzo d’industria, una macchina d’ignoranza e di servaggio, per fermo, io non sarei cattolica.
Intendiamoci: il discorso fin qui fatto è serio e consapevole. Gagliarda è stata la posizione di Enrichetta e i suoi pensieri e le sue azioni furono un colpo allo stomaco agli strati di potere cui poteva attingere l’amministrazione ecclesiale. Tutto giusto e inoppugnabile. Ma Misteri del chiostro napoletano non è un capolavoro letterario. E’ una sorta di diario del tempo, civile e nello stesso tempo doloroso, che ha testimoniato una vicenda seria e culturalmente impegnata. Come abbiamo già detto all’inizio: un caso letterario.
Ma è servito a molti, a cominciare dalle migliaia di copie vendute, e soprattutto è servito a quelle persone che credevano che… Il regno di Napoli – scriveva Victor Hugo – non ha che un’istituzione: la Polizia. Ogni distretto ha la sua commissione per le bastonate.
Misteri del chiostro napoletano servì a questo: ad allontanare negli italiani e soprattutto nei meridionali la paura del diverso, che allora era diverso da ora.


L’edizione da noi considerata è:
Enrichetta Caracciolo
Misteri  del chiostro napoletano
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