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CLASSICI

Giovanna Repetto

Un prodotto del maccartismo: ‘L’occhio nel cielo’ di Philip K. Dick

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   Oserò fare la recensione a un romanzo di Philip Dick? No, non oserò. Ormai tutto è stato detto e ci si può solo inchinare al maestro. Le icone sacre non si recensiscono. Però una rilettura si può fare anche in chiave diversa, per esempio cercando di ricostruire la genesi del romanzo. È quello che ho fatto dopo aver letto la biografia di Philip Dick scritta da Emmanuel Carrère (e qui recensita). Perché mi è sembrato gustoso l’aspetto aneddotico della faccenda.
   Racconta Carrère che nell’inverno del 1955 si presentò a casa di Dick una strana coppia di agenti, simile a quelle coppie che hanno fatto la fortuna del cinema comico. Uno era alto e grasso, l’altro basso e magro, tutt’e due vestiti inappuntabilmente. Lo scrittore li scambiò per venditori porta a porta, ma erano dell’FBI. Subito si evidenziò il divario insanabile fra il punto di vista di Dick e quello degli agenti. Il fatto che scrivesse fantascienza era secondo lui la cosa che avrebbe dovuto interessarli e insospettirli. Al contrario ai loro occhi quello era l’aspetto innocuo della faccenda. La loro attenzione era stata attirata da certe riunioni politiche a cui partecipava sua moglie. Quasi offeso, e deluso dal fatto che si presentassero in modo tanto banale anziché tendergli fantasiosi agguati, ma coltivando il sospetto che il tranello ci fosse e fosse così ben nascosto da non farsi scprire, lo scrittore non smetteva più di rimuginare. Fra un equivoco e l’altro gli agenti continuavano a frequentare casa sua tanto che a un certo punto Dick instaurò con uno dei due, George Scruggs, un rapporto quasi amichevole. George gli dava lezioni di guida, ma spesso ricadevano in lunghe elucubrazioni sulla possibilità di capire davvero, in quell’ostinata caccia ai comunisti, che cosa passasse nella mente di una persona. Era comunista chi sbandierava certe idee, o al contrario chi le nascondeva sotto tutt’altra apparenza? L’agente, confuso dalla sofisticata dialettica dello scrittore, finì per ammettere che di quel passo sarebbe stato Richard Nixon (allora governatore della California) a corrispondere all’immagine del comunista perfetto.
   Insomma, secondo Carrère fu tutto questo arzigogolare a far scoccare la scintilla dell’ispirazione per il romanzo. Ne L’occhio nel cielo la moglie del protagonista è giudicata sospetta dagli agenti, proprio come la moglie di Dick, ma nel frattempo un incidente occorso al deflettore di fasci protonici del bevatrone altera il mondo degli sfortunati visitatori presenti al momento dell’incidente. La realtà si distorce fino ad assumere gli aspetti determinati dalla mentalità dell’uno o dell’altro di loro, in un’agghiacciante successione di mondi più o meno distopici. Agghiacciante ma anche divertente, perché pur essendo perseguitato dai suoi personali incubi, Philip Dick non perde mai l’ironia e il senso dell’umorismo.
   - Profeta – gli disse, - sarà meglio che ti dica subito perché sono qui. (…) Per quel che ne penso io, questo è un universo di pazzi. La Luna grossa come un pisello… Ma è assurdo! Il Sole geocentrico, che gira intorno alla Terra più grande di lui! (…) E anche il concetto di Dio è arcaico. Il Vecchio che fa piovere addosso serpenti o monete, che fa sorgere piaghe e ascessi.
   Dopo la pubblicazione del libro l’agente Georges Scrubbs ebbe la sua copia omaggio, ma a quanto pare le implicazioni politiche e filosofiche gli erano sfuggite quasi del tutto. Nel frattempo, però, anche la caccia alle streghe era terminata.

L’edizione da noi considerata è

Philip K. Dick
L’occhio nel cielo
Traduzione di Beata Della Frattina
Classici Fantascienza
Mondadori Urania
Settembre 1980



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