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CLASSICI

Alfredo Ronci

Un tributo: Emanuele Artom. I diari.

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Nel giorno della memoria si dimentica spesso Emanuele Artom. Forse perché ebreo sì, ma partigiano. Meglio ancora: nella suddivisione a compartimenti del dolore o si appartiene ad una categoria o ad un'altra. Sarebbe ricordata la sua figura, a imperituro ricordo, se fosse stato deportato (rischio a cui andò incontro spesso) e finito in un campo di concentramento. Morì invece, perché sfinito dalla sevizie e dalle violenze a cui fu sottoposto sin dal giorno della sua cattura il 26 marzo del '44, il sette di aprile dello stesso anno.

I diari che vanno dal primo gennaio del 1940 al 23 febbraio del 1944 sono non solo una forte testimonianza storica, ma un ulteriore tassello per la comprensione di alcuni anni tragici, e nello stesso tempo sconnessi, del nostro paese.

Sul valore di questa documentazione leggiamo quel che scrive lo stesso Artom: Può essere che il mio diario non venga mai letto da nessuno, neppure più da me, ma non sarà stato piccolo il suo ufficio, se di giorno in giorno mi avrà calmato e consolato, assorbendo le mie confessioni: sono pagine candide di fuori, luride di dentro, come i sepolcri di cui parla Gesù nella famosa parabola.

Emanuele Artom crebbe in un ambiente familiare colto ed aperto, fedele alla tradizione ebraica intesa come eredità spirituale e culturale (Colpito dalla lotta antisemita, pensai che se si voleva salvare l'Ebraismo, era necessario andare in Palestina, poiché ovunque prima o poi saremmo stati perseguitati) e avrebbe proseguito i suoi studi umanitari se la guerra non gli avesse 'suggerito' una destinazione diversa. Di fronte all'eventualità di una fuga o di una supina accettazione di una tragedia di là a venire, Artom scelse la lotta partigiana. Nell'introduzione al volume l'opzione del giovane letterato viene vista soprattutto dalla parte della sua 'etnia', cioè come istinto di conservazione e rivendicazione di un diritto ad essere ebreo e soprattutto ad un ebraismo come entità fisica e spirituale. Di certo i diari in questione ci consegnano un Artom assolutamente inserito in una realtà politica al di là della sua appartenenza religiosa, ed una lucidità di interpretare i fatti che, dopo molti anni dagli avvenimenti, mostrano una prodigiosa capacità di sintesi della tragedia stessa. Pensiamo come nel giro di quattro righe illustra lo 'stato delle cose' della povera Italia agli inizi del settembre '43: Si parla dell'abdicazione del re. Si dice che Farinacci è a Torino, che Mussolini è stato liberato, che i fascisti si sono uniti ai tedeschi ecc. Che cosa c'è di vero? Solo che mezza Italia è tedesca, mezza inglese e non c'è più un'Italia italiana.

La scelta di Artom di scendere 'in guerra' aderendo come partigiano al Partito d'Azione fu paradossalmente dettata dalla ricerca di un senso civico della pace: riconosceva innanzi tutto nella popolazione un accresciuto distacco dal regime (Parlando con la gente si comprende che le idee di repubblica e di internazionalismo fanno grandi passi), in più la sua analisi cristallina del movimento partigiano lo induceva a credere in un'idea dell'unicità al di là delle sostanziali differenze con l'ala più oltranzista. Pensiamo ai dissapori coi comunisti che vedevano la possibilità di una scissione non solo col Partito d'Azione, ma con lo stesso Fronte Nazionale: La cosa si comprende, perché il Comunismo è una religione, e come ogni religione sinceramente professata, è intollerante. Pensiamo alle intemperanze che giovani partigiani, 'eccitati' da un'idea elementare della lotta, anche se genuina, mostravano nei confronti di chi tentava un distinguo più intellettuale del confronto: L'altro ieri uno dichiarava che ora non ci sono più ufficiali e soldati, mentre un altro si riprometteva di far sua una villa di Agnelli.

Come già si è detto prima, Artom possedeva un'innata capacità alla comprensione del fenomeno tutto: già alla caduta di Mussolini, esprimeva moltissime riserve sulla formazione del governo Badoglio: il proclama dello stato d'assedio privilegia le chiesa cattolica, i nuovi ministri sono sì dei competenti senza colore politico, ma tutti iscritti al partito fascista, senza eccezione; ieri le fotografie pubblicate sui giornali arrivavano solo al collo, per nascondere il distintivo dell'occhiello. E con una capacità premonitrice non comune interrogandosi sulle capacità individuali di fronte alla guerra e quindi alle urgenze scaturite da essa annotava sul diario: Bisogna scrivere questi fatti, perché fra qualche decennio una nuova rettorica patriottarda o pseudo liberale non venga ad esaltare le formazioni dei purissimi eroi, siamo quello che siamo: un complesso di individui, in parte disinteressati e in buona fede, in parte arrivisti politici, in parte soldati sbandati che temono la deportazione in Germania, in parte spinti dal desiderio di avventura, in parte da quello di rapina. Gli uomini sono uomini.

Paradossale che in questo elenco tutto sommato non troppo edificante, ma lontano da qualsivoglia retorica buonista e fanfarona, manchi l'elemento che poi spinse lo stesso Artom a scendere nell'agone politico: la ricerca di libertà. Parola quest'ultima sbandierata senza senso nel nostro presente e che agli occhi del giovane intellettuale ebreo assurse a testimonianza di lotta. Per essa perse la vita: martoriata e sfinita dopo più di dieci giorni di sevizie e torture.

Questo tributo, al di là dell'indubbia bellezza letteraria del libro, andava fatto.





L'edizione da noi considerata è:



Emanuele Artom

Diari Gennaio 1940 – Febbraio 1944

Centro di documentazione ebraica contemporanea - 1966







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