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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Nicola Viceconti

Vieni via

Edizioni Ensemble, Pag. 198 Euro 12,00
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Dopo tanti anni stavo per presentarmi con la mia vera identità. Era la prima volta, la sensazione era quella di quando si vede la luce alla fine di una galleria e ci si avvicina sempre di più all’uscita. Ti affretti, cerchi l’aria, ma la paura dell’ignoto resta sempre, perché non sai mai cosa c’è oltre il buio. Presi fiato e pronunciai il mio vero nome con voce sonora e con un certo imbarazzo, come se stessi riferendomi a un’altra persona.
   Resta attaccata addosso, fin dalle prime pagine, la sensazione che si tratti di un resoconto autobiografico, costruito su minuziosi ricordi personali. Non è così, perché Vieni via è un romanzo. Non il primo né l’ultimo, così speriamo, di uno scrittore che ha ambientato le sue storie in posti diversi e in diversi momenti storici. Che poi tutti i romanzi siano legati fra loro da un robustissimo filo, è un fatto certo e ne parlerò fra poco. Tornando al senso di verosimiglianza che colpisce all’inizio e che permane, consolidandosi, fino alla fine, è una caratteristica che ormai si può considerare un tratto peculiare della scrittura di Viceconti. Credo che questo sia da attribuire non soltanto al suo profondo coinvolgimento nelle storie e nella psicologia dei personaggi (cosa abbastanza scontata per uno scrittore degno di tal nome) ma soprattutto al fatto che Nicola Viceconti si senta chiamato, con la sua scrittura, a svolgere il ruolo di testimone. Non un testimone diretto, ma una voce che si fa carico di interpretare le voci di coloro che hanno vissuto i fatti sulla propria pelle. E qui veniamo al filo conduttore di cui parlavo. Dal sanguinoso golpe degli anni Settanta in Argentina (argomento dei suoi primi romanzi) alla repressione della protesta studentesca in Messico al totalitarismo sovietico, l’anima della sua scrittura è la denuncia dell’oppressione politica in ogni sua forma.
   In questo romanzo è presente un altro grande tema. Il tema del viaggio, inteso come percorso geografico e come percorso nella memoria. E soprattutto, in definitiva, come consuntivo e reinterpretazione della propria vita. A facilitare questo processo è l’età del protagonista, un ottantenne italiano con un passato di comunista militante (che include un percorso universitario svolto in Unione Sovietica) e un presente torpido e dimentico di sé, poiché egli vive a Parigi protetto da un’identità fittizia che lo mette al riparo da se stesso più che da chiunque altro. Accade un fatto che rimette in moto all’improvviso la sua vita. Può apparire insolito un risveglio così repentino, eppure se ci guardiamo intorno è più frequente di quanto si pensi. A volte è un lutto che costringe a uscire allo scoperto e rimettersi in discussione (spesso accade a chi ha vissuto nell’ombra di qualcuno). Per Franco Solfi tutto comincia dalla morte dell’amico con cui divideva l’abitazione e la complicità di una vita nascosta. È questo il primo passo per rimettere in ordine le cose, in tutti i sensi. A voler interpretare gli eventi da un punto di vista simbolico, la visita nella cantina da riordinare è una visita nell’inconscio e nelle memorie sopite. Proprio da qui, dal vecchio cappotto ritrovato, si origina l’atto inconsapevolmente audace di infilare una mano nella tasca. Dentro c’è un biglietto da sempre ignorato, ma nascosto lì da così tanti anni da far riemergere le memorie di un altro tempo, di un’altra vita. È la richiesta di aiuto di una donna amata e perduta nelle pieghe della storia. Anzi la Storia, con la esse maiuscola, perché le vicende personali si intrecciano con i grandi eventi che hanno sconvolto il mondo. Non mi dilungo sulla trama, ma è essenziale parlare del viaggio che il protagonista intraprende alla ricerca della donna (e di se stesso, in definitiva) e che lo porta prima in Russia e poi in Messico. È da apprezzare il contrasto fra le diverse fasi del percorso, che si esprime dal punto di vista storico, psicologico e visivo. Dal bianco e nero della Russia comunista ai colori vivaci e caldi dell’America Latina. Dall’intransigenza ideologica della gioventù (con le cocenti delusioni ad essa conseguite) alla profonda e consapevole umanità dell’età matura. E soprattutto dal naufragio della ragione (testimoniato dal fallimento dell’utopia) al recupero dell’intuizione e del sentimento. L’incontro con una curandera (guaritrice) sarà determinante per rimettere in comunicazione le aree della mente di Franco, confinate in compartimenti stagni dalla rigidità delle sue difese.
   Un romanzo convincente e coinvolgente dall’inizio alla fine.
   In queste stesse pagine intervistiamo l’Autore per sapere qualcosa di più.

di Giovanna Repetto


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