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RECENSIONI

Amélie Nothomb

Una forma di vita

Voland, Pag. 128 Euro 14,00
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Una forma di vita non è il libro più riuscito di Amélie Nothomb - autrice che definire prolifica è poco e i cui romanzi non possono pretendere tutti la stessa altezza di risultati. Epperò, quante scrittrici italiane possono vantare la sua brillantezza, l'indole caustica ben assecondata dal sicuro dominio della prosa, la giusta misura ritmica dei dialoghi? – poi da noi anche la maggioranza degli scrittori maschi con i dialoghi non è che faccia scintille. Non si avventura Nothomb in improbabili sortite poetiche sempre sospese fra la lagna e la tomba, non gioca con le frasette monche che pretendono di rivelarci il senso della vita manco fossero di Ungaretti, non crede di doverci insegnare cos'è lo stile (che difatti non è niente) al modo pensoso delle prefiche a contratto con i più potenti editori della penisola.

Tradotta in quarantadue lingue, una vita consacrata alla lettura e alla scrittura, la Nothomb è un animale delle letteratura. Disciplina al servizio del talento naturale. Quello che dovrebbe essere. In più: disciplina "naturale". Peraltro, Nothomb intrattiene, ed è noto, una capricciosa corrispondenza con i suoi lettori – capricciosa perché giustamente è lei a decidere a chi e se e quando rispondere.

Una forma di vita (traduzione, di Monica Capuani) è tenuto ambiguamente in bilico tra finzione e resoconto; la narrazione si può supporre inventata - con il che non cambierebbe di una virgola, segno d'interpunzione che l'autrice domina con disinvoltura e senza iattanza – e s'intesse in una sorta di romanzo epistolare. L'interlocutore non è certo banale trattandosi di un soldato americano poco entusiasta della guerra che lo costringe a Bagdad. Il giovane Melvin Mapple anzi è così a pezzi da sviluppare – è il caso di dire – una preoccupante obesità. Non è l'unico sembra, in Iraq i soldati americani hanno sparato, ammazzato, torturato ma molti paiono esserne usciti a pezzi - col che testimoniando un residuo di umanità e una tentazione, in noi lettori, di supporre non del tutto infondata le fantasiose dottrine ispirate alla teodicea. Sulla quale la scrittrice belga e cosmopolita, non è improbabile si sia a sua volta fatta un'idea, essendo il suo orizzonte immaginativo non più bizzarro dell'ipotesi di cui sopra. Scrittrice compulsiva e vorace, avendo conosciuto in prima persona anoressia e bulimia, è persona bene informata sui fatti qui raccontati. Il motivo della fame fa ombra a quello della relazione stessa: mentre i due si scambiano le loro storie e riflessioni, noi li spiamo e impariamo cosa può significare il rapporto fra due individui così diversi, quali possibilità può aprire – e, va da sé, quale scempio sia la guerra, quale catastrofe provochi pure al di là di ciò che è più che bastevole vedere con i nostri occhi.

E non si può dire che Amélie Nothomb non abbia l'occhio lungo.



di Michele Lupo


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Voland, Pag. 153 Euro 13,00

No alla gente perbene non piace che uno segua una strada diversa dalla loro. Questa frase di una canzone di George Brassens che Amélie cita a metà libro chiarisce perfettamente quello che la Nothomb rappresenta nei suoi brevi romanzi efferati: la diversità. Sempre affiorano personaggi controversi che fanno cose che nessuno si aspetta, se non dai folli. Ci sono scelte coraggiose o codarde, fuori luogo spazio-temporali che risultano spiazzanti e stranianti. Non è da tutti allontanarsi dal facile tracciato che altri hanno disegnato per noi. La certezza è un demone le cui spire sono difficili da abbandonare.

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Amélie Nothomb

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Voland, Pag. 112 Euro 12,00

Strenna Voland: in elegante edizione cartonata, ecco, per il passato Natale 2008, due novelle della Nothomb: L'entrata di Cristo a Bruxelles e Senza nome, pubblicate originariamente su Elle, in Francia, rispettivamente nel 2004 e nel 2001. Piacevole sorpresa davvero per tutti gli aficionado della scrittrice belga.
L'entrata di Cristo a Bruxelles (il titolo omaggia un quadro di Ensor) è la para-edipica storia di Salvator, ventenne che non sopporta più sé stesso.

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