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RECENSIONI

Amélie Nothomb

L'entrata di Cristo a Bruxelles

Voland, Pag. 112 Euro 12,00
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Strenna Voland: in elegante edizione cartonata, ecco, per il passato Natale 2008, due novelle della Nothomb: L'entrata di Cristo a Bruxelles e Senza nome, pubblicate originariamente su Elle, in Francia, rispettivamente nel 2004 e nel 2001. Piacevole sorpresa davvero per tutti gli aficionado della scrittrice belga.

L'entrata di Cristo a Bruxelles (il titolo omaggia un quadro di Ensor) è la para-edipica storia di Salvator, ventenne che non sopporta più sé stesso. Arrogante e orgoglioso, arrampicatore sociale instancabile, s'arrabatta per guadagnare una posizione economica che giudica prodromica al consenso sociale; lavora per uno zio per guadagnare la sua eredità, ritrovandosi, forse ingiustamente, benvoluto.

Un giorno, lo zio Nazaire gli presenta una sua quasi coetanea, Irène: entrambi diventano i suoi pupilli, e da pupilli vengono affiancati tutto il tempo. Peccato che lei aspetti un bambino proprio dallo zio. Offeso e sbalordito, il ragazzo tenta di uccidere il neonato piantandogli un chiodo in testa e fugge per Hong Kong, memore della letteratura di Van Gulik. A vendere ombrelli. L'impresa ha fortuna e assume respiro internazionale, e in men che non si dica Salvator diventa celebre. Sposa l'unica donna che non poteva avere, e si tratta di un matrimonio infelice. Passati circa vent'anni dalla sua precipitosa partenza, torna a Parigi. È l'inizio d'un nuovo amore adolescente, Zoe, totalizzante e inatteso; matrimonio, a dispetto delle sue incredibili emicranie invalidanti, e della sua fama di stupida. Fermiamoci qui, con la trama.

La prima novella ha, di nothombiano, la cattiveria e il retrogusto gotico; la letterarietà, e l'estetismo esasperato (la tela di Ensor diventerà diegetica, nel corso di un breve interludio belga); l'epilogo, forse prevedibile, è comunque decisamente ben scritto e la morale della favola (nera) strappa almeno un sorriso. Non siamo dalle parti dell'immortalità, ma della scrittura di qualità senza dubbio. Come sempre.

Veniamo a Senza nome. È un divertissement apparentemente delirante, e in realtà tutt'altro che fantastico o fantascientifico, sulle differenze tra Sud e Nord del pianeta, narrato da un io moltitudine di altri che si servono della mia penna per raccontare in cerca della dama dei suoi sogni, in Finlandia. Con tanto di slitta al seguito (e cani dalle funzioni, come dire, versatili) e di inatteso arrivo in una grande e misteriosa casa. È il principio di una serie di stravaganze e bizzarrie iniziatiche – Le voci sconosciute avevano un timbro bizzarro. Non sarei stato in grado di dire in cosa consistesse la stranezza. Era come se fosse troppo naturale per essere naturale. Mi tranquillizzai pensando che forse era un modo di parlare tipico della Finlandia (p. 55) – al limite del possibile (visioni abnormi di soap opera inconsistenti), e non estranea a osservazioni fulminanti:

Uno dei mali di quest'epoca è che non si può più domandare alla gente cosa fa. Questa domanda un tempo innocente suscita oggi un disagio troppo profondo. La disoccupazione è una delle cause. Io lo trovo un peccato. Se qualcuno mi dicesse molto semplicemente che nella vita non fa niente, avrei per lui parecchia ammirazione. È fantastico non fare niente.

Pochissima gente ne è capace
(p. 65)

Un'avventura, quella di Senza nome e della sua magnifica lezione di stile e di vita, degna della fama della Nothomb. Vedrete. La caustica lettura della società, dell'orribile dipendenza dal lavoro e della mediocrità del nostro stile di vita – senza entrare eccessivamente nei dettagli – è spiazzante per quanto arriva diretta, tutto a un tratto. E riesce nel miracolo di farmi rimpiangere di essermi fermato a Diario di rondine (2006), perplesso per quella che giudicavo una netta parabola discendente. D'altra parte, "Sans nom" è del 2001. Ma non ha importanza: finalmente ho una scusa per tornare sui miei passi. Rimedierò, e poco importa se rimarrò perplesso. La Nothomb è sempre una giusta causa.

Da leggere.



di Gianfranco Franchi


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Gustoso


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