ATTUALITA'
Stefano Torossi
I FRATELLI MARCELLO. Benedetto Marcello 1686 – 1739 Alessandro Marcello 1673 – 1747

A Venezia, in visita a palazzo Marcello un giorno di fine seicento, c’è la principessa di Brunswick che è venuta a sentire suonare Alessandro. Dietro al clavicembalo si nasconde il piccolo Benedetto; la principessa chiede se suona qualcosa anche lui, Alessandro le risponde che, con il talento che ha, il fratellino al massimo gli può voltare le pagine dello spartito.
Offeso a morte, Benedetto giura a sé stesso di diventare il più grande musicista della famiglia. Così comincia la reciproca rincorsa di questi due fratelli che sfidandosi diventeranno famosi, ma anche confusi uno con l’altro, soprattutto nel condividere la paternità, mai veramente chiarita, (a un certo punto si affaccia perfino Vivaldi) del famosissimo concerto per oboe.
La famiglia, che fra le sue proprietà ha anche il teatro S. Angelo, è una delle più vecchie e nobili di Venezia; la madre scrive poesie e disegna paesaggi, il padre, coltissimo, suona il violino, è anche lui poeta e tutte le mattine, appena svegli, fa comporre un sonetto a ognuno dei figli.
Anche Benedetto pratica il violino, all’inizio con risultati molto scarsi (è l’epoca della visita della principessa), ma poi, punto sull’amor proprio, si butta nello studio della musica con una tale frenesia che rischia di rimetterci la salute. Questo della fatica nello studio sarà uno degli elementi forse di invidia, certo di contrasto con suo fratello Alessandro, dotato invece di una facilità naturale in tutto quello che fa: letteratura, musica, professione legale.
Infatti, forse per troppa facilità arriverà meno lontano.
Purtroppo, malgrado il suo entusiasmo di studente, appartenere a una così storica famiglia costringe Benedetto a seguire il corso degli onori (e oneri) obbligatorio per i giovani nobili, specialmente per i figli minori che, secondo le regole della categoria, devono, per così dire, guadagnarsi la vita.
Dal 1707 è avvocato ed entra nel Maggior Consiglio; poi segue tutta la serie dei pittoreschi incarichi della Serenissima: Officiale alla Messetteria, giudice all’Esaminador, officiale alla Ternaria Vecchia, membro della Quarantia, camerlengo a Brescia, provveditor a Pola e così via in giro per i possedimenti della Repubblica Veneta. Di questa routine obbligata che gli ruba spazio alla poesia e tempo alla musica si lamenta nella sua autobiografia satirica “Fantasia ditirambica eroicomica”. Eppure riesce lo stesso a mettere in musica i primi cinquanta salmi biblici in una edizione ammiratissima, prima dai suoi contemporanei e poi, col passare del tempo, da Goethe a Rossini e perfino Verdi.
Pubblica anche una raccolta di “Dodici concerti a cinque con violino solo e violoncello obbligato” che firma con il proprio nome seguito dal titolo di “Nobile veneto, Diletante di contrapunto”.
Nel 1728 Benedetto sposa in segreto Rossana Scalfi, una ragazza senza nobiltà, musicista ambulante, conosciuta mentre canta serenate in barca sul Canal Grande. Naturalmente la sua nobile famiglia la prende molto male e quando lui muore impugna il testamento, fa causa alla povera Rossana, la vince (nobili contro popolo: sentenza scontata) e la lascia senza uno zecchino.
Quello stesso anno a Venezia capita un fatto che gli sconvolge i pochi anni che ancora gli rimangono da vivere. Mentre attraversa la chiesa dei Santi Apostoli per andare a suonare l’organo, posa il piede su una lapide del pavimento, questa si spezza, lui sprofonda nel sotterraneo e lì rimane un bel po’ prima che lo tirino fuori, convinto di essere stato folgorato dall’ira del Signore.
Da quel momento si dedica solo allo studio delle Sacre Scritture, alla musica religiosa e alla composizione di poesia dedicata a Dio. E a cinquantatré anni vola fra le braccia del Padre. A lui è intitolato il Conservatorio di Musica di Venezia.
Passiamo al fratellone Alessandro, quello dotato di talento istintivo: poco studio, molto risultato. Lui è il figlio maggiore, quindi ha tutti i privilegi ma ancora più obblighi di rappresentanza politica e familiare. Abbiamo già detto che ha un talento letterario e musicale del tipo spontaneo, che si manifesta senza bisogno di lavorarci troppo. Quindi, per fare anche lui il “Nobile Diletante” gli basta meno tempo. È più fortunato di Benedetto.
Studia poesia con il padre e pubblica gli “Ozii giovanili”, frequenta Vivaldi che capita spesso nel teatro di famiglia, affresca i soffitti del palazzo Marcello di Venezia, della villa Marcello di Stra, e della chiesa di San Marcuola, fa collezione di strumenti musicali, è un provetto costruttore di mappamondi, parla sette lingue, organizza concerti, suona il violino benissimo (molto meglio di Benedetto) e compone e pubblica sei concerti per oboe sotto lo pseudonimo accademico di “Eterio Stinfalico”.
Non per sottolineare ma ci pare l’immagine del fratello perfetto e antipatico, quello a cui tutto riesce bene, con scorno degli altri.
E qui arriviamo al pasticcio del famoso “Concerto in re minore per oboe, archi e basso continuo”, attribuito a lui, poi a Benedetto e, come abbiamo detto, addirittura a Vivaldi; rimasto ininterrottamente nel repertorio dei solisti di quello strumento ma, appunto perché non si è mai saputo con precisione chi l’ha scritto, presentato sempre come opera di un Anonimo Veneziano.
Da cui il famoso titolo del famoso film del 1970 di Enrico Maria Salerno, del quale si può ammirare, cercandola in rete, la famosa scena in sala di registrazione, con Florinda Bolkan che si dispera in un angolo buio perché sa che lui sta per morire di un male che non perdona, mentre Tony Musante, il musico malato, di lei innamorato e da lei riamato, suona sull’oboe l’adagio del concerto.
Con degli imbarazzanti primi piani sulle sue dita (pollici esclusi) che invece di muoversi fluide seguendo il tema (è comprensibile che un attore non conosca la diteggiatura di un oboe, ma allora, con una piccola spesa in più bastava riprendere le mani di un vero suonatore) stanno immobili, pietrificate dalla consapevolezza dell’incompetenza, sulle relative chiavi.
Tanto è piaciuto ai registi questo adagio che ce lo hanno servito, oltre che nella colonna sonora appena citata, anche in ”Fragole e sangue” (arrangiato per chitarra), in “Lezioni d’amore” (per pianoforte), “L’ordine del tempo” (violoncello e organo), in “Et in terra pax”, “L’olio di Lorenzo”, “Il socio”, “Pocahontas”, “La leggenda”, “La casa della gioia”, “Undine”, “The fabelman”.
E, onore supremo, è arrivato perfino a Canzonissima, sull’ugola di Massimo Ranieri.
Offeso a morte, Benedetto giura a sé stesso di diventare il più grande musicista della famiglia. Così comincia la reciproca rincorsa di questi due fratelli che sfidandosi diventeranno famosi, ma anche confusi uno con l’altro, soprattutto nel condividere la paternità, mai veramente chiarita, (a un certo punto si affaccia perfino Vivaldi) del famosissimo concerto per oboe.
La famiglia, che fra le sue proprietà ha anche il teatro S. Angelo, è una delle più vecchie e nobili di Venezia; la madre scrive poesie e disegna paesaggi, il padre, coltissimo, suona il violino, è anche lui poeta e tutte le mattine, appena svegli, fa comporre un sonetto a ognuno dei figli.
Anche Benedetto pratica il violino, all’inizio con risultati molto scarsi (è l’epoca della visita della principessa), ma poi, punto sull’amor proprio, si butta nello studio della musica con una tale frenesia che rischia di rimetterci la salute. Questo della fatica nello studio sarà uno degli elementi forse di invidia, certo di contrasto con suo fratello Alessandro, dotato invece di una facilità naturale in tutto quello che fa: letteratura, musica, professione legale.
Infatti, forse per troppa facilità arriverà meno lontano.
Purtroppo, malgrado il suo entusiasmo di studente, appartenere a una così storica famiglia costringe Benedetto a seguire il corso degli onori (e oneri) obbligatorio per i giovani nobili, specialmente per i figli minori che, secondo le regole della categoria, devono, per così dire, guadagnarsi la vita.
Dal 1707 è avvocato ed entra nel Maggior Consiglio; poi segue tutta la serie dei pittoreschi incarichi della Serenissima: Officiale alla Messetteria, giudice all’Esaminador, officiale alla Ternaria Vecchia, membro della Quarantia, camerlengo a Brescia, provveditor a Pola e così via in giro per i possedimenti della Repubblica Veneta. Di questa routine obbligata che gli ruba spazio alla poesia e tempo alla musica si lamenta nella sua autobiografia satirica “Fantasia ditirambica eroicomica”. Eppure riesce lo stesso a mettere in musica i primi cinquanta salmi biblici in una edizione ammiratissima, prima dai suoi contemporanei e poi, col passare del tempo, da Goethe a Rossini e perfino Verdi.
Pubblica anche una raccolta di “Dodici concerti a cinque con violino solo e violoncello obbligato” che firma con il proprio nome seguito dal titolo di “Nobile veneto, Diletante di contrapunto”.
Nel 1728 Benedetto sposa in segreto Rossana Scalfi, una ragazza senza nobiltà, musicista ambulante, conosciuta mentre canta serenate in barca sul Canal Grande. Naturalmente la sua nobile famiglia la prende molto male e quando lui muore impugna il testamento, fa causa alla povera Rossana, la vince (nobili contro popolo: sentenza scontata) e la lascia senza uno zecchino.
Quello stesso anno a Venezia capita un fatto che gli sconvolge i pochi anni che ancora gli rimangono da vivere. Mentre attraversa la chiesa dei Santi Apostoli per andare a suonare l’organo, posa il piede su una lapide del pavimento, questa si spezza, lui sprofonda nel sotterraneo e lì rimane un bel po’ prima che lo tirino fuori, convinto di essere stato folgorato dall’ira del Signore.
Da quel momento si dedica solo allo studio delle Sacre Scritture, alla musica religiosa e alla composizione di poesia dedicata a Dio. E a cinquantatré anni vola fra le braccia del Padre. A lui è intitolato il Conservatorio di Musica di Venezia.
Passiamo al fratellone Alessandro, quello dotato di talento istintivo: poco studio, molto risultato. Lui è il figlio maggiore, quindi ha tutti i privilegi ma ancora più obblighi di rappresentanza politica e familiare. Abbiamo già detto che ha un talento letterario e musicale del tipo spontaneo, che si manifesta senza bisogno di lavorarci troppo. Quindi, per fare anche lui il “Nobile Diletante” gli basta meno tempo. È più fortunato di Benedetto.
Studia poesia con il padre e pubblica gli “Ozii giovanili”, frequenta Vivaldi che capita spesso nel teatro di famiglia, affresca i soffitti del palazzo Marcello di Venezia, della villa Marcello di Stra, e della chiesa di San Marcuola, fa collezione di strumenti musicali, è un provetto costruttore di mappamondi, parla sette lingue, organizza concerti, suona il violino benissimo (molto meglio di Benedetto) e compone e pubblica sei concerti per oboe sotto lo pseudonimo accademico di “Eterio Stinfalico”.
Non per sottolineare ma ci pare l’immagine del fratello perfetto e antipatico, quello a cui tutto riesce bene, con scorno degli altri.
E qui arriviamo al pasticcio del famoso “Concerto in re minore per oboe, archi e basso continuo”, attribuito a lui, poi a Benedetto e, come abbiamo detto, addirittura a Vivaldi; rimasto ininterrottamente nel repertorio dei solisti di quello strumento ma, appunto perché non si è mai saputo con precisione chi l’ha scritto, presentato sempre come opera di un Anonimo Veneziano.
Da cui il famoso titolo del famoso film del 1970 di Enrico Maria Salerno, del quale si può ammirare, cercandola in rete, la famosa scena in sala di registrazione, con Florinda Bolkan che si dispera in un angolo buio perché sa che lui sta per morire di un male che non perdona, mentre Tony Musante, il musico malato, di lei innamorato e da lei riamato, suona sull’oboe l’adagio del concerto.
Con degli imbarazzanti primi piani sulle sue dita (pollici esclusi) che invece di muoversi fluide seguendo il tema (è comprensibile che un attore non conosca la diteggiatura di un oboe, ma allora, con una piccola spesa in più bastava riprendere le mani di un vero suonatore) stanno immobili, pietrificate dalla consapevolezza dell’incompetenza, sulle relative chiavi.
Tanto è piaciuto ai registi questo adagio che ce lo hanno servito, oltre che nella colonna sonora appena citata, anche in ”Fragole e sangue” (arrangiato per chitarra), in “Lezioni d’amore” (per pianoforte), “L’ordine del tempo” (violoncello e organo), in “Et in terra pax”, “L’olio di Lorenzo”, “Il socio”, “Pocahontas”, “La leggenda”, “La casa della gioia”, “Undine”, “The fabelman”.
E, onore supremo, è arrivato perfino a Canzonissima, sull’ugola di Massimo Ranieri.
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