RACCONTI
Piero Poltronieri
Sumud Flotilla

o sono una nuvola. Io non sono concreto, sono un ricciolo di fumo. Fumo, fumo, solo fumo. Che cosa mi resta, una volta che mi avranno pagato l’articolo? Tornare a casa non ha cambiato niente. Cambiare lavoro cambierà qualcosa? Non credo. Ma sono sicuro che bisogna. E poi? Che fare?
Ripenso al Mediterraneo, al mio mare di quando ero bambino. Il mare della Sicilia, di un blu che ti sembra di fare il bagno nella vernice. Ma lui in qualche modo non ti colora mai. Io ci ripenso eppure non ci posso più pensare, a questo mare. E forse a nessun altro mare. È un’impressione complicata – quando sto per pensarci, quando sono sulla soglia, per così dire, riesco stranamente a impedirmelo. Mi fermo, prima di entrare, lui è di là e mi chiama, ma io non lo vedo, guardo per terra, mi giro e me ne vado, col rumore della risacca nelle orecchie, e i gabbiani, e il vento, e quell’odore, i peli mi si rizzano.
Sapevo cos’avrei trovato quando sono partito in cerca di questa barca? No. Avevo indovinato che poteva esserci qualcosa di fondamentalmente, visceralmente ributtante? Forse. Eppure, sono partito. Perché?
Non sono ancora sicuro che questa cosa possa aiutarmi ma ho bisogno di fare chiarezza in qualche modo, uno qualsiasi, di ripercorrere le immagini che ho nella testa e le sensazioni. Perché al momento niente ha senso, mi sembra. Non mi sento molto di star vivendo, al momento.
Era un po’ di tempo che la stampa e anche l’opinione pubblica si chiedevano cosa stesse succedendo nel nostro mare. Si diceva che dei barconi sparivano da un momento all’altro, inghiottiti dai flutti, e che dietro queste sparizioni ci fosse la Meloni, la Le Pen, Salvini o chi per loro. Ma non ne eravamo sicuri: non c’era veramente modo di sapere se questa gente era finita in mare o meno, perché nessuno era dichiarato, e di tracce, superstiti o cadaveri riconducibili non ce n’erano. Le teorie complottistiche fiorivano, mettendo nello stesso calderone fascisti, ebrei, terroristi, pedofili, traffico di schiavi, dark web ecc. Niente era plausibile, e nessuno indagava perché, a rigor di logica, niente c’era da indagare: niente fatti, niente tracce, niente vere testimonianze. Tutto è cambiato con la guerra in Palestina e il rientro della Sumud Flotilla.
Una volta che i rapporti tra Israele e Palestina sono ritornati alla normalità, cioè all’assenza di un conflitto bellico apertamente dichiarato, tutti quelli che componevano la Flotilla hanno cominciato a sentirsi chiamati ad altri lidi, a questioni più urgenti in Medio Oriente, o a casa loro. Ovunque ma non più lì. E così la forza utopica della Flotilla se n’è andata salpando l’àncora con le navi che la compongono. Gli europei si sono poi divisi dagli italiani al largo di Malta: loro diretti verso Spagna e Gibilterra, i nostri a nord verso lo Stretto di Messina e poi lungo la penisola verso Genova. Dopo la tappa in Sicilia, ne sarebbero rimaste solo quattro. Bene, a destinazione, al porto di Genova, trentasei ore dopo, ne sono arrivate tre. La quarta non è mai arrivata.
Ovvio che la gente è rimasta di stucco: com’è possibile perdere le tracce di una nave registrata, con strumenti di navigazione satellitare e una trentina di persone a bordo che, nell’eventualità di un qualsiasi incidente non avrebbero dovuto far altro che allungare la mano e farsi aiutare dalle altre navi e barche che l’accompagnavano? È anche peggio, a sparire è stata la nave madre, il grande veliero Pintus, le altre non erano che giocattolini. Una nave così non sparisce nel nulla. Nulla sparisce nel nulla.
Sono state fatte ricerche. È passata una settimana e non si è trovato niente. Tutti pensano alla tempesta che c’è stata la notte della separazione a Malta. Il suo segnale radar era riapparso prima dell’alba e era durato fino alle 8 e un quarto, per poi spegnersi definitivamente.
Questo era quanto si sapeva. L’Italia era sconvolta, l’Europa pure. Qualcuno iniziava già a piangerli.
Mi hanno mandato a indagare. Inutile dire che non ero l’unico, ero anzi l’ultimo. L’opinione pubblica era galvanizzata. Questi non erano i soliti migranti senza volto che sparivano su un gommone da qualche parte, era una vera nave, un veliero, ed era piena di bianchi, civilizzati, puliti, abbienti, ciarlieri, felici, ciascuno con famiglia e contatti.
A Genova quando sono arrivato, nessuno delle tre navi era ancora partito. Subito li ho trovati stanchi. Ma la loro stanchezza, mi sono accorto, era qualcosa di più, qualcosa d’altro che semplice stanchezza. Molti di loro erano stati sequestrati da Israele prima di ripartire. Non erano presenti, non rispondevano agli stimoli, non servivano a niente. Erano i peggiori testimoni mai esistiti, e avevo solo loro. Non c’erano altre piste.
In qualche modo, con uno sforzo insopportabile, che si è protratto per quattro giorni, sono riuscito a parlare, uno dopo l’altro, con tutti. Una prima cosa che ho scoperto è che quasi nessuno aveva esperienza di navigazione. Forse i marinai erano tutti su quel veliero? Non sono riuscito a avere dettagli su quelle persone, né la polizia ci aveva già reso noto il nome e i familiari dei dispersi. Non avevo niente. E la gente non collaborava. Come si può fare qualcosa, se nemmeno i parenti si palesano per aiutare? Dopo giorni di questa miseria anch’io mi sono ritrovato nel loro stesso torpore, in questa Genova soffocante, dove le cose sono arrampicate una sull’altra e le macchine sono dove dovrebbero esserci i pedoni e viceversa. Dove il nero dello smog ha invaso ogni fessura.
Facevo tutto il giorno le stesse domande, tutto il giorno davanti a una persona che era la stessa ma cambiava faccia e tratti fisici: la vita gli era estranea esattamente come agli altri. Erano loro i coraggiosi attivisti che avevano sfidato l’embargo d’Israele? Li avrei visti meglio in una catena di montaggio, in un mattatoio a agganciare pezzi di bue. Se non erano direttamente loro i pezzi di bue… Dopo due giorni non li sopportavo più, il terzo li odiavo, il quarto ho dovuto interrompere un’intervista per non dare un ceffone a un tizio che sapeva solo rispondere ‘è terribile è terribile’. Grazie, lo sapevo anch’io. Dopo di che ho iniziato a vergognarmi. Perché loro erano le vittime e io li disprezzavo. Erano esseri umani squallidi, senza nobiltà, nei loro occhi non c’era dolore né impazienza, né disagio, non un’emozione.
Io non ci potevo credere. Come si fa a ridursi così? È il fatto della sparizione? Che non sai se piangere lo scomparso o continuare a sperare nel suo ritorno? E i giorni passano e la speranza si rinsecca, e tu con lei. Basta così poco per fare di un uomo un essere inutile? Deve esserci qualcos’altro che mi sfugge, e un po’ sono contento che mi sfugga. Sinceramente non ho voglia di trovare questo fattore x, già il fatto che esista è un obbrobrio.
Sono andato a comprarmi le sigarette, era un anno che non fumavo, e ne andavo anche fiero. Mi sono seduto su una panchina che dava sul porto, e sui milioni di barchine coi loro sporadici piccoli proprietari. Passavano uno straccio, tornavano con la spesa, facevano ordine, se ne fregavano altamente di Nyetanyau e compagnia. Li guardavo e fumavo. Guardavo e fumavo. Una sigaretta dietro l’altra. Prima non mi piaceva più e adesso sì. Va così il mondo. E c’era questa signora, che andava e veniva con un carrello pieno di taniche nere di sozzume. Era così mescolata al panorama, all’atmosfera uggiosa, così lenta nei suoi movimenti, che non mi ero accorto di lei se non al secondo o terzo giro che faceva. È guardando lei e quel suo inutile andirivieni di taniche, quando ormai sapevo fino al midollo di fumo, che ho deciso di chiuderla. Che si arrabbiassero in redazione, che mi licenziassero, io me ne andavo. Stavo anche pensando di fare di più magari, chiuderla in senso lato, con il mio stile di vita – con la mia vita. Stanotte, per esempio, mi sarei potuto buttare in mare, e nuotare fin dove riuscivo. E a un certo punto non ce l’avrei più fatta, e fine. Perché? E perché no?
Ma quella signora, mi sono reso conto, aveva iniziato a guardarmi. Io mi sono girato un po’, ma vedevo con la coda dell’occhio che non ne voleva sapere di smetterla. Era proprio impalata lì, sulla banchina, di fronte al suo gommone lurido pieno di taniche. Di cosa poi? Acqua? Benzina? Olio? E che cazzo vuole poi?
Mi giro e vedo che non solo non mi sta guardando male come pensavo, ma mi fa cenno di scendere, con un mezzo sorriso. Perché dovrei scendere? E perché no?
Scendo dalla panchina, faccio le scale di pietra di fronte, non sapendo come approcciarmi, perché non ho capito cos’è che staremo facendo qui io e lei.
Voleva che l’aiutassi. C’erano ancora due giri di taniche da fare. Siamo andati all’Eni in fondo alla strada, invaso ugualmente dallo smog. Per la mezz’ora che ci abbiamo impiegato a fare tutto non ha aperto bocca. Quando abbiamo finito si è seduta sul bordo della banchina, dondolando le gambette sull’acqua oleosa, e mi ha chiesto una sigaretta e io gliel’ho data. A me questa signora sembrava una donna incredibile, mi aveva chiesto di aiutarla, indirizzato e poi sfilato una sigaretta senza dire una sola parola. Iniziavo a pensare, però, che avesse un qualche problema, se non proprio un handicap, un qualcosa che non le permettesse di parlare.
“Bravo.”
Era girata verso la sua barca, non ho capito. “Ha detto qualcosa, mi scusi?”
“Sei bravo.” Si è girata.
Sei bravo. Grazie. Che vuol dire? “Grazie.”
“Scoperto niente?”
Mi sono seduto anch’io lì di fianco, su quell’affare per annodare le navi. Mi aveva visto parlare con della gente. La cosa mi ha un po’ destabilizzato.
“Scoperto niente?”
“No.”
“Per forza.”
“Per forza?”
Non ha voluto spiegarmi perché ‘per forza’.
“Sei un giornalista?”
Non avevo più voglia di parlare.
“Questa faccenda. Disgustosa…”
Devo avere una faccia ben sorpresa. Disgustosa?
“Fa schifo no?”
“Perché schifo? E poi di cosa stiamo parlando? Della barca?”
“Sei stanco di questa faccenda?”
“Stanco sono stanco. Nessuno mi aiuta, nessuno sa niente.”
“Eh certo. Cosa vuoi che sappiano? Mica c’erano loro sulla barca. Per che giornale lavori?”
“L’Espresso.”
“Bravo, è un bel giornale. Eppure non sai neanche com’è fatta la stanchezza. Neanche dipinta.”
“Questa è bella!”
“La vita a te ti ha trattato ancora bene. Aspetta qualche anno. Poi mi dici.”
“Io non ne posso già più.”
“È presto caro mio, sei ancora un bimbo.”
“Grazie, lo prendo come un complimento.”
E mi guarda, e io piuttosto di guardare questi occhi non so cosa farei. Sono brutti e intrusivi. Degli affari neri avvitati in faccia.
“Lo sai cos’è stancante?”
“Eh.”
“Voler trovare sempre un perché a tutto.”
E questo cosa vorrebbe dire?
“Fa piacere quando c’è un perché.” È la cosa più intelligente che riesco a dire.
Lei sembra pensarci un attimo su, poi mi dice “bravo”.
“Grazie ma…”
E qui io me ne vado, ho detto tra me e me. Invece lei mi ha guardato ancora da parte a parte. Mi si è gelato il sangue. E ha iniziato a parlare.
Ha detto che era un bel po’ che voleva raccontarlo a qualcuno ma non aveva trovato mai l’occasione. E poi le mancava di fare due chiacchiere. Sarei dovuto andarmene immediatamente. Invece non mi sono più mosso, non ho più profferito verbo. Non ero più padrone di me stesso. Lei parlava, e io ricevevo. Sentivo un freddo che non si può descrivere, più freddo di così non si può sentire. E vuoto, vuoto, completamente svuotato di tutto, sangue, aria, feci.
Perché dire tutto questo a me? Perché perché perché? Se c’è un vero motivo io non voglio saperlo. E se è stato un puro caso, ancora peggio: vuol dire che la vita non ha senso.
Continuiamo.
Non è che si pente, ha detto. Loro hanno bisogno di fare quello che fanno, e il mare è l’unico posto dove possono farlo. Resistere non è possibile, come non è possibile resistere alla sete. Qui la sua faccia è cambiata all’improvviso. Non so come spiegare, si è chiusa e contratta tutta come un riccio. Questo per uno o due secondi, poi si è riaperta.
Faceva parte di una delle ONG che da anni portano soccorso ai migranti. E quanti ne hanno salvati! Ma dopo tanto tempo passato così, lei e gli altri hanno iniziato a vivere un sentimento sempre più pressante, che alcuni hanno definito noia, qualcun altro solitudine, stanchezza, nostalgia, depressione ecc. Quello che accomunava tutti era l’impressione che le cose e la vita avessero poco o nessun interesse, che tutto fosse più difficile, stancante. Erano arrivati a una soglia per cui riuscivano a mala pena a occuparsi della manutenzione della propria nave e alla loro stessa sopravvivenza. Figuriamoci salvare centinaia di persone. Masse di persone, in uno stato di spossatezza, quasi-affogamento, shock, incapaci di comunicare, che sia per parole, per gesti, emozioni. Più pesci che umani, e loro più pescatori che ONG. La loro speranza era solo di non imbattersi più in nessuno. Né avevano la forza di tornare a casa e capire che fare della propria vita.
Così sono diventati, se mai è possibile, una ONG in vacanza, una nave che solca i mari con l’aria di darsi da fare, in realtà evitando saggiamente ogni zona calda e apportando ogni sorta di scusa in caso di chiamata.
Ma un giorno è successo quello che doveva succedere. Hanno fatto un avvistamento. Un barcone. Si sono guardati in giro, sul radar e all’orizzonte: nessun altro. Non avevano altra possibilità che intervenire. Oltretutto era già a metà una catastrofe: la barca si era capovolta e la gente era sparpagliata ovunque, chi attaccato al relitto della barca, chi a cose più o meno galleggianti, chi senza niente. Gli affogati punteggiavano la zona. Più tardi si sono chiesti perché non hanno segnalato alla marina l’avvistamento, senza sapersi dare una risposta: era la prima volta che si dimenticavano una cosa così importante.
Avevano preso tutti quelli che potevano, il posto sulla nave era finito e altri rimanevano in mare. Nemmeno a questo punto è venuto in mente a qualcuno di chiedere soccorso alla marina per coordinare gli aiuti. Quelli che erano a bordo urlavano, piangevano perché si raccogliessero anche gli altri rimasti in acqua, che non se lo facevano ripetere e cercavano di arrampicarsi sulla nave, rischiando di cadere uno sopra l’altro e annegarsi. L’equipaggio veniva strattonato in tutti i sensi per obbligarli a agire.
A questo punto “C’è stato un tizio – era esagitato già da prima, forse conosceva anche lui qualcuno in mare, ma gliel’abbiamo spiegato a gesti, in inglese, in italiano, in arabo, che non si poteva far nient’altro. Ho guardato le facce dei nostri: erano brutte, infastidite, disgustate perfino. Non ce la facevamo più.”
I motori si sono accesi e la nave ha cominciato a ripartire. “Diventa matto. Ci mette le mani addosso, noi gli spieghiamo, ci liberiamo, ci proviamo, ma ce ne abbiamo fin sopra i capelli anche di questo qui. Spinge e rispinge, si agita, e stiamo tutti aspettando che metta male un piede e caschi in mare.”
A cadere è un membro dell’equipaggio, che lei chiama Gabi. Aveva provato a difendersi, essendo abbastanza grosso, e aveva messo a terra l’uomo. Ma due secondi dopo qualcuno l’aveva già buttato a mare. È stato lì che hanno tirato fuori i coltelli.
Non so davvero passare sopra al modo in cui ha raccontato tutto questo… C’era una soddisfazione insopportabile in come cercava di ritrovare tutte le sensazioni precise, come ci si soffermava, come cercava le parole adatte. E probabilmente anche nel constatare le mie reazioni.
“Il momento dopo ho aperto gli occhi e nessuno faceva più resistenza. Mi ha svegliato la sensazione come di fare un bagno caldo. Ma non ero in una vasca, ero solo immersa nei resti di quei poveretti, tutti ammassati e intrecciati. Con tanto di quel sangue così caldo… E l’odore – come descriverlo? Lì per lì ho pensato al brodo di pesce. E poi ho avuto come un flash della prima coltellata che avevo dato, probabilmente perché era lo stesso odore… L’intero intestino di quel signore mi si era srotolato tutto sui piedi! C’erano parecchie urla in giro per la nave, e mi sono vista io e gli altri andare a cercarle queste urla per farle smettere. Dopo di che abbiamo iniziato a fare pulizia. Sapevo che stavamo facendo una fatica enorme, ma lo sapevo solo sulla carta, le mie braccia prendevano e spostavano tutto come se fossero cartoni vuoti. Poi abbiamo spazzolato per bene per terra, anche se il rosso si era infiltrato dappertutto, in tutte le crepe del pavimento, negli angoli, attorno alle viti perfino. Pure noi, ci sono voluti tre-quattro giorni di docce per toglierci il rosso da sotto le unghie e nelle parti intime. La barca poi era vuota, ma ci siamo resi conto che mancava ancora Gabi! L’abbiamo rintracciato subito: si stava praticamente affogando a furia di urlare. Gli abbiamo lanciato il salvagente una, due, tre volte. Niente. Siamo andati più vicini e gli abbiamo gettato la scaletta. Non voleva. Allora ce ne siamo andati. Non lo sapevo ma nel Mediterraneo ci sono gli squali.”
Nessuno ha più aperto bocca da quella volta. “Che vuol dire nessuno ha più?” Ho chiesto. “Fino al giorno dopo?” Nessuno ha più parlato. Fine. Certo, tolto l’essenziale, qualche parolina qui e là per comunicare riguardo alla nave ecc. Ma col tempo si sono adattati a non parlare quasi mai. Bisogna immaginarsi questa barca, che naviga in completo silenzio nel Mediterraneo…
L’ultima cosa che mi ha detto è la risposta alla domanda che mi vedeva stampata in faccia. A parte il fatto che nessuno parlava più, nel giro di qualche giorno sulla nave è cominciata a tornare un’energia che lei stessa ha definito ‘disumana’. Ora come ONG non volevano più vivacchiare, ora esigevano delle altre missioni, degli altri bisognosi. Dov’erano? Dov’erano? Di qua? Di là?
Lei si guardava intorno e si chiedeva quell’energia, quella foga cosa volessero mai dire. Perché, da un po’ se n’era resa conto, lei non pensava ad altro che a rifarlo. Ma gli altri. Era uguale per loro? Era per quello che si affannavano?
Così li studiava, in quei giorni di silenzio. Forse non parlavano perché erano sopraffatti dal senso di colpa… da una colpa così grande che era impossibile liberarsene. Il loro problema era giustificarsi davanti a loro stessi per quello che “ci era toccato fare.”
Il dubbio le è durato fino all’ultimo. Fino a quando non hanno effettivamente avvistato, “dopo un tempo insopportabile”, un altro barcone, in perfetto stato.
Hanno issato tutti sulla loro nave. Ma tutti questi africani e pakistani e medio-orientali e srilankesi e mongoli, anche se erano in teoria in salvo, negli occhi avevano una preoccupazione che era forse già panico.
“Loro ci parlavano nelle mille lingue che sapevano, facevano rumore, cercavano di comunicare con noi, farci reagire, noi riuscivamo solo a fissarli in silenzio. Allora ci siamo girati, abbiamo cominciato a guardarci negli occhi, nei nostri occhi da disperati. E non ci sono stati più dubbi su cosa volevamo fare.”
L’ho sognata tante di quelle volte, tutte le notti di fatto. Non c’è nessun altro, ci siamo solo io e lei su una chiatta vuota e enorme, e lei mi racconta con candore, il più sinceramente possibile quello che sente, come se fosse dallo psicologo. E nella mia testa vedo le immagini di un equipaggio senza volto, che passa gli spazzoloni dappertutto sul ponte sgombro, e il sapone si mischia alle ultime tracce di rosso.
Quello che ho il privilegio di non sapere è come non si siano mai trovate tracce di tutto questo. La speranza di aver incontrato solo una vecchia pazza, delirante e perversa, è qualcosa che curo e curerò finché vivo.
Ripenso al Mediterraneo, al mio mare di quando ero bambino. Il mare della Sicilia, di un blu che ti sembra di fare il bagno nella vernice. Ma lui in qualche modo non ti colora mai. Io ci ripenso eppure non ci posso più pensare, a questo mare. E forse a nessun altro mare. È un’impressione complicata – quando sto per pensarci, quando sono sulla soglia, per così dire, riesco stranamente a impedirmelo. Mi fermo, prima di entrare, lui è di là e mi chiama, ma io non lo vedo, guardo per terra, mi giro e me ne vado, col rumore della risacca nelle orecchie, e i gabbiani, e il vento, e quell’odore, i peli mi si rizzano.
Sapevo cos’avrei trovato quando sono partito in cerca di questa barca? No. Avevo indovinato che poteva esserci qualcosa di fondamentalmente, visceralmente ributtante? Forse. Eppure, sono partito. Perché?
Non sono ancora sicuro che questa cosa possa aiutarmi ma ho bisogno di fare chiarezza in qualche modo, uno qualsiasi, di ripercorrere le immagini che ho nella testa e le sensazioni. Perché al momento niente ha senso, mi sembra. Non mi sento molto di star vivendo, al momento.
Era un po’ di tempo che la stampa e anche l’opinione pubblica si chiedevano cosa stesse succedendo nel nostro mare. Si diceva che dei barconi sparivano da un momento all’altro, inghiottiti dai flutti, e che dietro queste sparizioni ci fosse la Meloni, la Le Pen, Salvini o chi per loro. Ma non ne eravamo sicuri: non c’era veramente modo di sapere se questa gente era finita in mare o meno, perché nessuno era dichiarato, e di tracce, superstiti o cadaveri riconducibili non ce n’erano. Le teorie complottistiche fiorivano, mettendo nello stesso calderone fascisti, ebrei, terroristi, pedofili, traffico di schiavi, dark web ecc. Niente era plausibile, e nessuno indagava perché, a rigor di logica, niente c’era da indagare: niente fatti, niente tracce, niente vere testimonianze. Tutto è cambiato con la guerra in Palestina e il rientro della Sumud Flotilla.
Una volta che i rapporti tra Israele e Palestina sono ritornati alla normalità, cioè all’assenza di un conflitto bellico apertamente dichiarato, tutti quelli che componevano la Flotilla hanno cominciato a sentirsi chiamati ad altri lidi, a questioni più urgenti in Medio Oriente, o a casa loro. Ovunque ma non più lì. E così la forza utopica della Flotilla se n’è andata salpando l’àncora con le navi che la compongono. Gli europei si sono poi divisi dagli italiani al largo di Malta: loro diretti verso Spagna e Gibilterra, i nostri a nord verso lo Stretto di Messina e poi lungo la penisola verso Genova. Dopo la tappa in Sicilia, ne sarebbero rimaste solo quattro. Bene, a destinazione, al porto di Genova, trentasei ore dopo, ne sono arrivate tre. La quarta non è mai arrivata.
Ovvio che la gente è rimasta di stucco: com’è possibile perdere le tracce di una nave registrata, con strumenti di navigazione satellitare e una trentina di persone a bordo che, nell’eventualità di un qualsiasi incidente non avrebbero dovuto far altro che allungare la mano e farsi aiutare dalle altre navi e barche che l’accompagnavano? È anche peggio, a sparire è stata la nave madre, il grande veliero Pintus, le altre non erano che giocattolini. Una nave così non sparisce nel nulla. Nulla sparisce nel nulla.
Sono state fatte ricerche. È passata una settimana e non si è trovato niente. Tutti pensano alla tempesta che c’è stata la notte della separazione a Malta. Il suo segnale radar era riapparso prima dell’alba e era durato fino alle 8 e un quarto, per poi spegnersi definitivamente.
Questo era quanto si sapeva. L’Italia era sconvolta, l’Europa pure. Qualcuno iniziava già a piangerli.
Mi hanno mandato a indagare. Inutile dire che non ero l’unico, ero anzi l’ultimo. L’opinione pubblica era galvanizzata. Questi non erano i soliti migranti senza volto che sparivano su un gommone da qualche parte, era una vera nave, un veliero, ed era piena di bianchi, civilizzati, puliti, abbienti, ciarlieri, felici, ciascuno con famiglia e contatti.
A Genova quando sono arrivato, nessuno delle tre navi era ancora partito. Subito li ho trovati stanchi. Ma la loro stanchezza, mi sono accorto, era qualcosa di più, qualcosa d’altro che semplice stanchezza. Molti di loro erano stati sequestrati da Israele prima di ripartire. Non erano presenti, non rispondevano agli stimoli, non servivano a niente. Erano i peggiori testimoni mai esistiti, e avevo solo loro. Non c’erano altre piste.
In qualche modo, con uno sforzo insopportabile, che si è protratto per quattro giorni, sono riuscito a parlare, uno dopo l’altro, con tutti. Una prima cosa che ho scoperto è che quasi nessuno aveva esperienza di navigazione. Forse i marinai erano tutti su quel veliero? Non sono riuscito a avere dettagli su quelle persone, né la polizia ci aveva già reso noto il nome e i familiari dei dispersi. Non avevo niente. E la gente non collaborava. Come si può fare qualcosa, se nemmeno i parenti si palesano per aiutare? Dopo giorni di questa miseria anch’io mi sono ritrovato nel loro stesso torpore, in questa Genova soffocante, dove le cose sono arrampicate una sull’altra e le macchine sono dove dovrebbero esserci i pedoni e viceversa. Dove il nero dello smog ha invaso ogni fessura.
Facevo tutto il giorno le stesse domande, tutto il giorno davanti a una persona che era la stessa ma cambiava faccia e tratti fisici: la vita gli era estranea esattamente come agli altri. Erano loro i coraggiosi attivisti che avevano sfidato l’embargo d’Israele? Li avrei visti meglio in una catena di montaggio, in un mattatoio a agganciare pezzi di bue. Se non erano direttamente loro i pezzi di bue… Dopo due giorni non li sopportavo più, il terzo li odiavo, il quarto ho dovuto interrompere un’intervista per non dare un ceffone a un tizio che sapeva solo rispondere ‘è terribile è terribile’. Grazie, lo sapevo anch’io. Dopo di che ho iniziato a vergognarmi. Perché loro erano le vittime e io li disprezzavo. Erano esseri umani squallidi, senza nobiltà, nei loro occhi non c’era dolore né impazienza, né disagio, non un’emozione.
Io non ci potevo credere. Come si fa a ridursi così? È il fatto della sparizione? Che non sai se piangere lo scomparso o continuare a sperare nel suo ritorno? E i giorni passano e la speranza si rinsecca, e tu con lei. Basta così poco per fare di un uomo un essere inutile? Deve esserci qualcos’altro che mi sfugge, e un po’ sono contento che mi sfugga. Sinceramente non ho voglia di trovare questo fattore x, già il fatto che esista è un obbrobrio.
Sono andato a comprarmi le sigarette, era un anno che non fumavo, e ne andavo anche fiero. Mi sono seduto su una panchina che dava sul porto, e sui milioni di barchine coi loro sporadici piccoli proprietari. Passavano uno straccio, tornavano con la spesa, facevano ordine, se ne fregavano altamente di Nyetanyau e compagnia. Li guardavo e fumavo. Guardavo e fumavo. Una sigaretta dietro l’altra. Prima non mi piaceva più e adesso sì. Va così il mondo. E c’era questa signora, che andava e veniva con un carrello pieno di taniche nere di sozzume. Era così mescolata al panorama, all’atmosfera uggiosa, così lenta nei suoi movimenti, che non mi ero accorto di lei se non al secondo o terzo giro che faceva. È guardando lei e quel suo inutile andirivieni di taniche, quando ormai sapevo fino al midollo di fumo, che ho deciso di chiuderla. Che si arrabbiassero in redazione, che mi licenziassero, io me ne andavo. Stavo anche pensando di fare di più magari, chiuderla in senso lato, con il mio stile di vita – con la mia vita. Stanotte, per esempio, mi sarei potuto buttare in mare, e nuotare fin dove riuscivo. E a un certo punto non ce l’avrei più fatta, e fine. Perché? E perché no?
Ma quella signora, mi sono reso conto, aveva iniziato a guardarmi. Io mi sono girato un po’, ma vedevo con la coda dell’occhio che non ne voleva sapere di smetterla. Era proprio impalata lì, sulla banchina, di fronte al suo gommone lurido pieno di taniche. Di cosa poi? Acqua? Benzina? Olio? E che cazzo vuole poi?
Mi giro e vedo che non solo non mi sta guardando male come pensavo, ma mi fa cenno di scendere, con un mezzo sorriso. Perché dovrei scendere? E perché no?
Scendo dalla panchina, faccio le scale di pietra di fronte, non sapendo come approcciarmi, perché non ho capito cos’è che staremo facendo qui io e lei.
Voleva che l’aiutassi. C’erano ancora due giri di taniche da fare. Siamo andati all’Eni in fondo alla strada, invaso ugualmente dallo smog. Per la mezz’ora che ci abbiamo impiegato a fare tutto non ha aperto bocca. Quando abbiamo finito si è seduta sul bordo della banchina, dondolando le gambette sull’acqua oleosa, e mi ha chiesto una sigaretta e io gliel’ho data. A me questa signora sembrava una donna incredibile, mi aveva chiesto di aiutarla, indirizzato e poi sfilato una sigaretta senza dire una sola parola. Iniziavo a pensare, però, che avesse un qualche problema, se non proprio un handicap, un qualcosa che non le permettesse di parlare.
“Bravo.”
Era girata verso la sua barca, non ho capito. “Ha detto qualcosa, mi scusi?”
“Sei bravo.” Si è girata.
Sei bravo. Grazie. Che vuol dire? “Grazie.”
“Scoperto niente?”
Mi sono seduto anch’io lì di fianco, su quell’affare per annodare le navi. Mi aveva visto parlare con della gente. La cosa mi ha un po’ destabilizzato.
“Scoperto niente?”
“No.”
“Per forza.”
“Per forza?”
Non ha voluto spiegarmi perché ‘per forza’.
“Sei un giornalista?”
Non avevo più voglia di parlare.
“Questa faccenda. Disgustosa…”
Devo avere una faccia ben sorpresa. Disgustosa?
“Fa schifo no?”
“Perché schifo? E poi di cosa stiamo parlando? Della barca?”
“Sei stanco di questa faccenda?”
“Stanco sono stanco. Nessuno mi aiuta, nessuno sa niente.”
“Eh certo. Cosa vuoi che sappiano? Mica c’erano loro sulla barca. Per che giornale lavori?”
“L’Espresso.”
“Bravo, è un bel giornale. Eppure non sai neanche com’è fatta la stanchezza. Neanche dipinta.”
“Questa è bella!”
“La vita a te ti ha trattato ancora bene. Aspetta qualche anno. Poi mi dici.”
“Io non ne posso già più.”
“È presto caro mio, sei ancora un bimbo.”
“Grazie, lo prendo come un complimento.”
E mi guarda, e io piuttosto di guardare questi occhi non so cosa farei. Sono brutti e intrusivi. Degli affari neri avvitati in faccia.
“Lo sai cos’è stancante?”
“Eh.”
“Voler trovare sempre un perché a tutto.”
E questo cosa vorrebbe dire?
“Fa piacere quando c’è un perché.” È la cosa più intelligente che riesco a dire.
Lei sembra pensarci un attimo su, poi mi dice “bravo”.
“Grazie ma…”
E qui io me ne vado, ho detto tra me e me. Invece lei mi ha guardato ancora da parte a parte. Mi si è gelato il sangue. E ha iniziato a parlare.
Ha detto che era un bel po’ che voleva raccontarlo a qualcuno ma non aveva trovato mai l’occasione. E poi le mancava di fare due chiacchiere. Sarei dovuto andarmene immediatamente. Invece non mi sono più mosso, non ho più profferito verbo. Non ero più padrone di me stesso. Lei parlava, e io ricevevo. Sentivo un freddo che non si può descrivere, più freddo di così non si può sentire. E vuoto, vuoto, completamente svuotato di tutto, sangue, aria, feci.
Perché dire tutto questo a me? Perché perché perché? Se c’è un vero motivo io non voglio saperlo. E se è stato un puro caso, ancora peggio: vuol dire che la vita non ha senso.
Continuiamo.
Non è che si pente, ha detto. Loro hanno bisogno di fare quello che fanno, e il mare è l’unico posto dove possono farlo. Resistere non è possibile, come non è possibile resistere alla sete. Qui la sua faccia è cambiata all’improvviso. Non so come spiegare, si è chiusa e contratta tutta come un riccio. Questo per uno o due secondi, poi si è riaperta.
Faceva parte di una delle ONG che da anni portano soccorso ai migranti. E quanti ne hanno salvati! Ma dopo tanto tempo passato così, lei e gli altri hanno iniziato a vivere un sentimento sempre più pressante, che alcuni hanno definito noia, qualcun altro solitudine, stanchezza, nostalgia, depressione ecc. Quello che accomunava tutti era l’impressione che le cose e la vita avessero poco o nessun interesse, che tutto fosse più difficile, stancante. Erano arrivati a una soglia per cui riuscivano a mala pena a occuparsi della manutenzione della propria nave e alla loro stessa sopravvivenza. Figuriamoci salvare centinaia di persone. Masse di persone, in uno stato di spossatezza, quasi-affogamento, shock, incapaci di comunicare, che sia per parole, per gesti, emozioni. Più pesci che umani, e loro più pescatori che ONG. La loro speranza era solo di non imbattersi più in nessuno. Né avevano la forza di tornare a casa e capire che fare della propria vita.
Così sono diventati, se mai è possibile, una ONG in vacanza, una nave che solca i mari con l’aria di darsi da fare, in realtà evitando saggiamente ogni zona calda e apportando ogni sorta di scusa in caso di chiamata.
Ma un giorno è successo quello che doveva succedere. Hanno fatto un avvistamento. Un barcone. Si sono guardati in giro, sul radar e all’orizzonte: nessun altro. Non avevano altra possibilità che intervenire. Oltretutto era già a metà una catastrofe: la barca si era capovolta e la gente era sparpagliata ovunque, chi attaccato al relitto della barca, chi a cose più o meno galleggianti, chi senza niente. Gli affogati punteggiavano la zona. Più tardi si sono chiesti perché non hanno segnalato alla marina l’avvistamento, senza sapersi dare una risposta: era la prima volta che si dimenticavano una cosa così importante.
Avevano preso tutti quelli che potevano, il posto sulla nave era finito e altri rimanevano in mare. Nemmeno a questo punto è venuto in mente a qualcuno di chiedere soccorso alla marina per coordinare gli aiuti. Quelli che erano a bordo urlavano, piangevano perché si raccogliessero anche gli altri rimasti in acqua, che non se lo facevano ripetere e cercavano di arrampicarsi sulla nave, rischiando di cadere uno sopra l’altro e annegarsi. L’equipaggio veniva strattonato in tutti i sensi per obbligarli a agire.
A questo punto “C’è stato un tizio – era esagitato già da prima, forse conosceva anche lui qualcuno in mare, ma gliel’abbiamo spiegato a gesti, in inglese, in italiano, in arabo, che non si poteva far nient’altro. Ho guardato le facce dei nostri: erano brutte, infastidite, disgustate perfino. Non ce la facevamo più.”
I motori si sono accesi e la nave ha cominciato a ripartire. “Diventa matto. Ci mette le mani addosso, noi gli spieghiamo, ci liberiamo, ci proviamo, ma ce ne abbiamo fin sopra i capelli anche di questo qui. Spinge e rispinge, si agita, e stiamo tutti aspettando che metta male un piede e caschi in mare.”
A cadere è un membro dell’equipaggio, che lei chiama Gabi. Aveva provato a difendersi, essendo abbastanza grosso, e aveva messo a terra l’uomo. Ma due secondi dopo qualcuno l’aveva già buttato a mare. È stato lì che hanno tirato fuori i coltelli.
Non so davvero passare sopra al modo in cui ha raccontato tutto questo… C’era una soddisfazione insopportabile in come cercava di ritrovare tutte le sensazioni precise, come ci si soffermava, come cercava le parole adatte. E probabilmente anche nel constatare le mie reazioni.
“Il momento dopo ho aperto gli occhi e nessuno faceva più resistenza. Mi ha svegliato la sensazione come di fare un bagno caldo. Ma non ero in una vasca, ero solo immersa nei resti di quei poveretti, tutti ammassati e intrecciati. Con tanto di quel sangue così caldo… E l’odore – come descriverlo? Lì per lì ho pensato al brodo di pesce. E poi ho avuto come un flash della prima coltellata che avevo dato, probabilmente perché era lo stesso odore… L’intero intestino di quel signore mi si era srotolato tutto sui piedi! C’erano parecchie urla in giro per la nave, e mi sono vista io e gli altri andare a cercarle queste urla per farle smettere. Dopo di che abbiamo iniziato a fare pulizia. Sapevo che stavamo facendo una fatica enorme, ma lo sapevo solo sulla carta, le mie braccia prendevano e spostavano tutto come se fossero cartoni vuoti. Poi abbiamo spazzolato per bene per terra, anche se il rosso si era infiltrato dappertutto, in tutte le crepe del pavimento, negli angoli, attorno alle viti perfino. Pure noi, ci sono voluti tre-quattro giorni di docce per toglierci il rosso da sotto le unghie e nelle parti intime. La barca poi era vuota, ma ci siamo resi conto che mancava ancora Gabi! L’abbiamo rintracciato subito: si stava praticamente affogando a furia di urlare. Gli abbiamo lanciato il salvagente una, due, tre volte. Niente. Siamo andati più vicini e gli abbiamo gettato la scaletta. Non voleva. Allora ce ne siamo andati. Non lo sapevo ma nel Mediterraneo ci sono gli squali.”
Nessuno ha più aperto bocca da quella volta. “Che vuol dire nessuno ha più?” Ho chiesto. “Fino al giorno dopo?” Nessuno ha più parlato. Fine. Certo, tolto l’essenziale, qualche parolina qui e là per comunicare riguardo alla nave ecc. Ma col tempo si sono adattati a non parlare quasi mai. Bisogna immaginarsi questa barca, che naviga in completo silenzio nel Mediterraneo…
L’ultima cosa che mi ha detto è la risposta alla domanda che mi vedeva stampata in faccia. A parte il fatto che nessuno parlava più, nel giro di qualche giorno sulla nave è cominciata a tornare un’energia che lei stessa ha definito ‘disumana’. Ora come ONG non volevano più vivacchiare, ora esigevano delle altre missioni, degli altri bisognosi. Dov’erano? Dov’erano? Di qua? Di là?
Lei si guardava intorno e si chiedeva quell’energia, quella foga cosa volessero mai dire. Perché, da un po’ se n’era resa conto, lei non pensava ad altro che a rifarlo. Ma gli altri. Era uguale per loro? Era per quello che si affannavano?
Così li studiava, in quei giorni di silenzio. Forse non parlavano perché erano sopraffatti dal senso di colpa… da una colpa così grande che era impossibile liberarsene. Il loro problema era giustificarsi davanti a loro stessi per quello che “ci era toccato fare.”
Il dubbio le è durato fino all’ultimo. Fino a quando non hanno effettivamente avvistato, “dopo un tempo insopportabile”, un altro barcone, in perfetto stato.
Hanno issato tutti sulla loro nave. Ma tutti questi africani e pakistani e medio-orientali e srilankesi e mongoli, anche se erano in teoria in salvo, negli occhi avevano una preoccupazione che era forse già panico.
“Loro ci parlavano nelle mille lingue che sapevano, facevano rumore, cercavano di comunicare con noi, farci reagire, noi riuscivamo solo a fissarli in silenzio. Allora ci siamo girati, abbiamo cominciato a guardarci negli occhi, nei nostri occhi da disperati. E non ci sono stati più dubbi su cosa volevamo fare.”
L’ho sognata tante di quelle volte, tutte le notti di fatto. Non c’è nessun altro, ci siamo solo io e lei su una chiatta vuota e enorme, e lei mi racconta con candore, il più sinceramente possibile quello che sente, come se fosse dallo psicologo. E nella mia testa vedo le immagini di un equipaggio senza volto, che passa gli spazzoloni dappertutto sul ponte sgombro, e il sapone si mischia alle ultime tracce di rosso.
Quello che ho il privilegio di non sapere è come non si siano mai trovate tracce di tutto questo. La speranza di aver incontrato solo una vecchia pazza, delirante e perversa, è qualcosa che curo e curerò finché vivo.
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