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CLASSICI

Alfredo Ronci

Una 'cosa' niente male: “La banda di Dohren” di Pietro Sissa.

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La domanda sorge spontanea (in realtà no, ma in qualche modo dovevo pur iniziare): quando la letteratura per ragazzi diventa letteratura per ragazzi?
Domanda messa in questo modo sorge ostica, soprattutto per le ripetizioni, ma la vera sostanza rimane. Anche perché una risposta non credo sia possibile, anche se certe distanze dalla letteratura più classica appaiono, a volte evidenti anche se sfuggenti.
Personalmente non saprei dare un giudizio anche perché per molto tempo, per molti moltissimi anni, la letteratura più giovane faceva comunque parte del progressivo evolversi di una mia ‘critica’ letteraria. E credo che tutt’ora questa evoluzione sia rimasta, arrivando addirittura a dire, per esempio, (tralasciando tempi e luoghi) che un Cuore di De Amicis in qualche modo possa pareggiare con I sillabari di Parise.
Perché faccio questo discorso? Perché ci sono alcune opere che sembrano strutturate per un pubblico ‘adulto’ ma alla fine rimangono nell’immaginario, e non solo, di un pubblico più giovane. Tanto da apparire poi ‘fabbricate’ ad hoc.
Uno di questi esempi è proprio La banda di Dohren di Pietro Sissa. Prima di addentrarci nell’opera diciamo qualcosa sull’autore.
Sergente degli alpini durante la seconda guerra mondiale, viene deportato in Germania dop l’8 settembre e internato in un campo di concentramento nazista. Al rientro in Italia dopo due anni di prigionia, riesce ben presto a ricominciare la sua attività letteraria, conoscendo, tra gli altri, Sergio Solmi ed Elio Vittorini. Con quest’ultimo, nel 1951, esordisce nella collana I gettoni con, appunto, La banda di Dohren e, chissà perché, dopo vari anni, ha anche la possibilità di esordire con lo stesso titolo, come classico della letteratura giovanile, per la casa editrice Einaudi, arricchita, tra l’altro, da illustrazioni tratte dai disegni di Marc Chagall. Più avanti produrrà tutta una serie di pubblicazioni, tra cui, tanto per citarne qualcuna, Storia di una scimmia che, in qualche modo stabilizzerà la sua fama di narratore d’infanzia e giovinezza.
Ma cos’ha di tanto particolare l’opera in questione, al di là delle decisioni successive, da farlo diventare un classico per ragazzi? E’ la storia, assolutamente vissuta, del personaggio principale, che non ha nome (cioè non si qualifica dal momento che parla in prima persona) e di quattro altri componenti, Paternoster (una specie di fachiro, magro più del mahatma indiano, dalla pelle color giallo verdastro, come quella dei rospi), Bel Ami (era un gigante, semplice di mente e cuore, come in genere gli uomini di grande corporatura), il Pulcino (era il più piccolo della compagnia, aveva un cuore d’oro ed era molto religioso) ed infine Tito Livio (Sembrava ancora un ragazzetto, con gli occhi azzurri e un biondo ciuffo di capelli che gli cadeva costantemente sulla fronte. Un idealista egli era e poeta, timido e generoso insieme).
Questa sorta di banda, in realtà un insieme indefinito di ladruncoli che spesso e volentieri non sa neanche rubare, per non parlare di uccidere un animale nonostante la fame che la faceva da padrona, cerca di sopravvivere, ma alla fine il risultato è quasi sempre fallimentare. Anche se, di fronte a certi ragionamenti, riesce a mantenere una dignità sopra le righe: - Un tedesco! Un tedesco! – urlava sprezzane il Geometra. Tossicchiò, mezzo soffocato dall’affannoso riso, strabuzzò gli occhi come uno spiritato, si fece più vicino a noi e ci urlò in faccia: - La più grande soddisfazione della mia vita, sapete quale sarebbe? Trasformare in forche tutti i pali della luce lungo le strade del mondo, e vedere penzolare un tedesco da ogni forca! – I tedeschi che commisero dei crimini, vuoi dire, - osservò Tito Livio, sforzandosi di riportare la conversazione a una certa calma e ragionevolezza.
Anche l’ultima parte del romanzo, quella dove gli italiani sanno di poter tornare in Italia, mantiene uno spirito emotivo da lasciare commossi, soprattutto quando alcune tedesche del luogo, consce ormai della fine di qualsiasi rapporto, si apprestano ad un ultimo e definitivo saluto.
Lo ammetto: nonostante tutto e nonostante lo stile del linguaggio del romanzo sia effettivamente giovanile (lo abbiamo visto anche nei brani che ho riportato), mi rimane il dubbio di come la storia sia diventata un classico della letteratura giovanile (e l’autore con lui). Ma va bene così. Anzi, di più.




L’edizione da noi considerata è:

Pietro Sissa
La banda di Dohren
Einaudi (1963)





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