CLASSICI
Alfredo Ronci
Che pazienza! “La busta arancione” di Mario Soldati.

Sicuramente Soldati non è un esempio di “omosessualità repressa” come si dice di un autore (o di una persona) che voglia nascondere la propria sessualità. Già i suoi esordi (e mi riferisco soprattutto a Salmace) testimoniavano una precisa e netta posizione. Qualcuno, magari passandoci non propriamente sopra, parlava di educazione religiosa, anzi per la precisione, di educazione gesuitica.
La storia ha detto altro, ma questo non significa che Soldati abbia maturato un’idea politica e religiosa di punto in bianco. Assolutamente no, e su questo possiamo anche concordare con chi ci metteva in mezzo i gesuiti per spiegare la parte più “nascosta” dello scrittore.
La busta arancione, come d’altronde altre opere, è un esempio perfetto di come l’uomo voglia negare a sé stesso le proprie pulsioni, ma nello stesso tempo non è capace di mentire disinteressatamente. C’è un passo, proprio all’inizio del romanzo, che è molto significato di come poi si possa prendere sul serio tutta (o quasi, e non è una conclusione semplicistica) la narrazione di Soldati.
La famiglia di Alessandro apparteneva all’alta aristocrazia. E lo snobismo era il minore dei due veleni che mia madre, i buoni gesuiti e i buoni barnabiti mi avevano istillato nel sangue, a goccia a goccia: l’altro, ben più rovinoso, era la paura delle donne.
Dice Massimo Onofri nell’introduzione a questo romanzo: Il nesso fra l’erotismo e il piacere del male è così forte da costringere il Soldati romanziere a escogitare un io supplementare, per difendersi da una fantasia e da una materia troppo roventi, così da sdoppiarsi in un io che padroneggia la sindrome sadomasochista e in un altro che ne è la vittima colpevole e predestinata. I romanzi di Soldati vivono tutti di questa complicazione, di questo sdoppiamento obbligato.
E’ esattamente quello che vogliamo dire noi con l’aggiunta, però, di non limitarci solo all’aspetto punitivo-sadomaso, ma andare molto più avanti. E La busta arancione va avanti.
Due sono secondo noi i protagonisti (oltre al raccontatore) di questo romanzo: il primo è Alessandro, che farà una fine triste e mesta ma che nella prima parte della storia è graffiante e lucido, e il secondo è la mamma dell’autore, sempre “precisa” nell’intenzione di salvare il proprio figlio e anche cancerosa.
E a proposito di Alessandro: Alessandro era sempre convinto che io non praticassi l’omosessualità soltanto perché me ne mancava il coraggio, non la vocazione. E io, incapace di fornirgli la prova dell’errore in cui si ostinava, finivo quasi per assentire, e apparentemente per dargli ragione. La nostra amicizia era autentica e ormai ventennale: ma aveva, alla base, sempre l’antico equivoco: da parte mia, una punta di snobismo; da parte sua, una punta di malignità.
Ora tra vocazione dell’omosessualità (sic!) e snobismo, e pure una punta di malignità, quello che sfugge al protagonista, invece, è il rapporto che ha con sua madre, “costretta” a prendersi cura di lui anche se lui vorrebbe che non lo facesse.
Ma ci sono mille e modi e maniere perché questa (la madre) risorga protagonista, come quando il protagonista decide di sposare Meris: Meris era il mio tipo. Nel fisico, ricordava Pierina, Yvonne, la Tabaccaia, tutte quelle che mi erano piaciute di più, e (sebbene non ci pensassi mai, allora) mia madre da giovane.
La busta arancione è semplicemente un modo per scompaginare le carte, o forse, per riassemblarle: quella che è una specie di testamento in seguito alla morte della donna è anche, quasi in duplice copia (si fa per dire) un altro, perentorio ordine contro una vecchia fiamma del protagonista, che è allontanata da una madre onnicomprensiva.
Non ce ne vogliamo i puristi, o quelli che semplicemente non vogliono vedere quello che invece è evidente a tutti: la morte della madre è la punta di diamante di una storia che è sospesa tra la ricerca di una verità sessuale e la ricerca di un abbandono (sconclusionato) sessuale.
Mario Soldati è stato un ottimo scrittore e per i tempi che correvano anche un apprezzato sostenitore di sé (possibilmente con uno psicoanalista accanto).
L’edizione da noi considerata è:
Mario Soldati
La busta arancione
Mondadori
La storia ha detto altro, ma questo non significa che Soldati abbia maturato un’idea politica e religiosa di punto in bianco. Assolutamente no, e su questo possiamo anche concordare con chi ci metteva in mezzo i gesuiti per spiegare la parte più “nascosta” dello scrittore.
La busta arancione, come d’altronde altre opere, è un esempio perfetto di come l’uomo voglia negare a sé stesso le proprie pulsioni, ma nello stesso tempo non è capace di mentire disinteressatamente. C’è un passo, proprio all’inizio del romanzo, che è molto significato di come poi si possa prendere sul serio tutta (o quasi, e non è una conclusione semplicistica) la narrazione di Soldati.
La famiglia di Alessandro apparteneva all’alta aristocrazia. E lo snobismo era il minore dei due veleni che mia madre, i buoni gesuiti e i buoni barnabiti mi avevano istillato nel sangue, a goccia a goccia: l’altro, ben più rovinoso, era la paura delle donne.
Dice Massimo Onofri nell’introduzione a questo romanzo: Il nesso fra l’erotismo e il piacere del male è così forte da costringere il Soldati romanziere a escogitare un io supplementare, per difendersi da una fantasia e da una materia troppo roventi, così da sdoppiarsi in un io che padroneggia la sindrome sadomasochista e in un altro che ne è la vittima colpevole e predestinata. I romanzi di Soldati vivono tutti di questa complicazione, di questo sdoppiamento obbligato.
E’ esattamente quello che vogliamo dire noi con l’aggiunta, però, di non limitarci solo all’aspetto punitivo-sadomaso, ma andare molto più avanti. E La busta arancione va avanti.
Due sono secondo noi i protagonisti (oltre al raccontatore) di questo romanzo: il primo è Alessandro, che farà una fine triste e mesta ma che nella prima parte della storia è graffiante e lucido, e il secondo è la mamma dell’autore, sempre “precisa” nell’intenzione di salvare il proprio figlio e anche cancerosa.
E a proposito di Alessandro: Alessandro era sempre convinto che io non praticassi l’omosessualità soltanto perché me ne mancava il coraggio, non la vocazione. E io, incapace di fornirgli la prova dell’errore in cui si ostinava, finivo quasi per assentire, e apparentemente per dargli ragione. La nostra amicizia era autentica e ormai ventennale: ma aveva, alla base, sempre l’antico equivoco: da parte mia, una punta di snobismo; da parte sua, una punta di malignità.
Ora tra vocazione dell’omosessualità (sic!) e snobismo, e pure una punta di malignità, quello che sfugge al protagonista, invece, è il rapporto che ha con sua madre, “costretta” a prendersi cura di lui anche se lui vorrebbe che non lo facesse.
Ma ci sono mille e modi e maniere perché questa (la madre) risorga protagonista, come quando il protagonista decide di sposare Meris: Meris era il mio tipo. Nel fisico, ricordava Pierina, Yvonne, la Tabaccaia, tutte quelle che mi erano piaciute di più, e (sebbene non ci pensassi mai, allora) mia madre da giovane.
La busta arancione è semplicemente un modo per scompaginare le carte, o forse, per riassemblarle: quella che è una specie di testamento in seguito alla morte della donna è anche, quasi in duplice copia (si fa per dire) un altro, perentorio ordine contro una vecchia fiamma del protagonista, che è allontanata da una madre onnicomprensiva.
Non ce ne vogliamo i puristi, o quelli che semplicemente non vogliono vedere quello che invece è evidente a tutti: la morte della madre è la punta di diamante di una storia che è sospesa tra la ricerca di una verità sessuale e la ricerca di un abbandono (sconclusionato) sessuale.
Mario Soldati è stato un ottimo scrittore e per i tempi che correvano anche un apprezzato sostenitore di sé (possibilmente con uno psicoanalista accanto).
L’edizione da noi considerata è:
Mario Soldati
La busta arancione
Mondadori
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