CLASSICI
Alfredo Ronci
Lo diciamo “socialdemocatico”? “Metello” di Vasco Pratolini.

Bisogna iniziare a dire, e credo che nella mia “vita” di recensore di libri classici sia in assoluto la prima volta, che recensire un libro come Metello sia assolutamente inutile.
Intendiamoci, non è assolutamente inutile se trattiamo la nostra valutazione così come facciamo per tutto il resto delle nostre produzioni anche perché, se non lo fosse. chiuderemmo qui i nostri battenti.
No. Recensire Metello di Vasco Pratolini è inutile se noi entriamo nella polemica di quando il romanzo uscì e che scardinò quasi gli assetti editoriali del nostro paese. E ovviamente un cenno però dobbiamo farlo.
L’anno di uscita del libro è il 1955 e nel nostro paese era in corso una diatriba tra chi sosteneva il diritto dei lavoratori e chi invece, molto democristianamente, se ne teneva un po’ distante. Cosa avrebbe dovuto “dire” una storia che abbracciava un arco di tempo che va dal 1875 al 1902, il periodo forse più difficile e complesso della storia italiana dopo l’Unità?
Secondo quanto stabilito dagli studiosi di Pratolini, Metello doveva essere il primo volume di una sorta di storia d’Italia che avrebbe successivamente visto Lo scialo e in ultima presentazione Allegoria e Derisione, anche se poi Lo scialo fu scritto per primo seguito da Metello e poi da Allegoria e Derisione.
Al di là dei tempi, cosa rivelò alla nostra critica un romanzo che descriveva, anche con assoluta precisione, un discorso sulla lotta dei lavoratori (con annessi e connessi diciamo così, in realtà morti e feriti?) ma che in realtà, secondo quanto espresso dallo stesso Metello, portava avanti una sorta di pacificazione politico-culturale?
Non me ne vogliano i cultori del romanzo ma, dividendo perfettamente in due i vari giudizi su Metello, diciamo che fra i favorevoli (Gian Carlo Vigorelli) si diceva che… Pratolini s’è liberato da ogni soggezione di estetiche moderne, quelle che conducono tra l’altro a fare del romanzo un prodotto contaminato e ha attaccato la sua esperienza di romanziere dal vivo della breve storia e stretta del romanzo italiano, su Manzoni e su Nievo (…), là proprio dove l’uno e l’altro hanno insegnato a sottrarre l’arte alle seduzioni e alla correità di un umanesimo soggettivo.
E fra i contrari si diceva che (Fulvio Longobardi)… nella Camera del Lavoro si difendesse tutto, compresa la camera da letto, e cucina e camera da pranzo e che la prima non ha ragione di essere senza quelle altre camere ma ha un’enorme ragione di essere se si vogliono conservare tutte quelle altre camere, e addirittura che si può rinunciare a una o a due di quelle altre camere piuttosto che alla Camera del Lavoro, se non si vogliono perdere tutte. Pratolini è da qui che parte verso la cultura italiana, dentro la quale la Camera del Lavoro non c’è mai stata e c’è sempre invece stata la camera da letto.
Se dobbiamo essere sinceri e se dobbiamo proprio indicare una nostra preferenza, ma solo per stile e ironia, la nostra andrebbe a quella di Fulvio Longobardi. La storia della camera da letto messa a confronto con quella del Lavoro si sembra irresistibile. Ma se vogliamo essere ancora più onesti sarebbe proprio Pratolini indicarci il vero senso personale e spirituale di Metello: Se esci dal cerchio, allora sì, sei perduto. Il pane del povero è duro, e non è giusto dire che dove c’è poca roba c’è poco pensiero. Al contrario. Stare a questo mondo è una fatica, soprattutto saperci stare.
E ancor di più… “Ecco” esclamò Metello “siamo alle solite. Lei mi attribuisce un’importanza che io non ho. Io non capeggio nulla, non ho forzato la volontà di nessuno.
Ora, al di là delle camere da letto e delle Camere del Lavoro, cosa dire (o cosa criticare) su un ragazzo che ama la vita ma nello stesso tempo ama armarsi di pazienza e combattere, che ama l’amore e ama anche il proprio paese e che raccoglie il dovuto anche se il dovuto non è all’altezza delle aspettative?
Qualcuno ha detto che Pratolini ha messo in evidenza una contraddizione in termini. Allora, eravamo negli anni cinquanta, c’era chi s’industriava per una lotta di classe marxistica e chi no. Metello, secondo quanto raccontato, si pone a metà del guado.
Un perfetto romanzo socialdemocratico.
L’edizione da noi considerata è:
Vasco Pratolini
Metello
Oscar Mondadori
Intendiamoci, non è assolutamente inutile se trattiamo la nostra valutazione così come facciamo per tutto il resto delle nostre produzioni anche perché, se non lo fosse. chiuderemmo qui i nostri battenti.
No. Recensire Metello di Vasco Pratolini è inutile se noi entriamo nella polemica di quando il romanzo uscì e che scardinò quasi gli assetti editoriali del nostro paese. E ovviamente un cenno però dobbiamo farlo.
L’anno di uscita del libro è il 1955 e nel nostro paese era in corso una diatriba tra chi sosteneva il diritto dei lavoratori e chi invece, molto democristianamente, se ne teneva un po’ distante. Cosa avrebbe dovuto “dire” una storia che abbracciava un arco di tempo che va dal 1875 al 1902, il periodo forse più difficile e complesso della storia italiana dopo l’Unità?
Secondo quanto stabilito dagli studiosi di Pratolini, Metello doveva essere il primo volume di una sorta di storia d’Italia che avrebbe successivamente visto Lo scialo e in ultima presentazione Allegoria e Derisione, anche se poi Lo scialo fu scritto per primo seguito da Metello e poi da Allegoria e Derisione.
Al di là dei tempi, cosa rivelò alla nostra critica un romanzo che descriveva, anche con assoluta precisione, un discorso sulla lotta dei lavoratori (con annessi e connessi diciamo così, in realtà morti e feriti?) ma che in realtà, secondo quanto espresso dallo stesso Metello, portava avanti una sorta di pacificazione politico-culturale?
Non me ne vogliano i cultori del romanzo ma, dividendo perfettamente in due i vari giudizi su Metello, diciamo che fra i favorevoli (Gian Carlo Vigorelli) si diceva che… Pratolini s’è liberato da ogni soggezione di estetiche moderne, quelle che conducono tra l’altro a fare del romanzo un prodotto contaminato e ha attaccato la sua esperienza di romanziere dal vivo della breve storia e stretta del romanzo italiano, su Manzoni e su Nievo (…), là proprio dove l’uno e l’altro hanno insegnato a sottrarre l’arte alle seduzioni e alla correità di un umanesimo soggettivo.
E fra i contrari si diceva che (Fulvio Longobardi)… nella Camera del Lavoro si difendesse tutto, compresa la camera da letto, e cucina e camera da pranzo e che la prima non ha ragione di essere senza quelle altre camere ma ha un’enorme ragione di essere se si vogliono conservare tutte quelle altre camere, e addirittura che si può rinunciare a una o a due di quelle altre camere piuttosto che alla Camera del Lavoro, se non si vogliono perdere tutte. Pratolini è da qui che parte verso la cultura italiana, dentro la quale la Camera del Lavoro non c’è mai stata e c’è sempre invece stata la camera da letto.
Se dobbiamo essere sinceri e se dobbiamo proprio indicare una nostra preferenza, ma solo per stile e ironia, la nostra andrebbe a quella di Fulvio Longobardi. La storia della camera da letto messa a confronto con quella del Lavoro si sembra irresistibile. Ma se vogliamo essere ancora più onesti sarebbe proprio Pratolini indicarci il vero senso personale e spirituale di Metello: Se esci dal cerchio, allora sì, sei perduto. Il pane del povero è duro, e non è giusto dire che dove c’è poca roba c’è poco pensiero. Al contrario. Stare a questo mondo è una fatica, soprattutto saperci stare.
E ancor di più… “Ecco” esclamò Metello “siamo alle solite. Lei mi attribuisce un’importanza che io non ho. Io non capeggio nulla, non ho forzato la volontà di nessuno.
Ora, al di là delle camere da letto e delle Camere del Lavoro, cosa dire (o cosa criticare) su un ragazzo che ama la vita ma nello stesso tempo ama armarsi di pazienza e combattere, che ama l’amore e ama anche il proprio paese e che raccoglie il dovuto anche se il dovuto non è all’altezza delle aspettative?
Qualcuno ha detto che Pratolini ha messo in evidenza una contraddizione in termini. Allora, eravamo negli anni cinquanta, c’era chi s’industriava per una lotta di classe marxistica e chi no. Metello, secondo quanto raccontato, si pone a metà del guado.
Un perfetto romanzo socialdemocratico.
L’edizione da noi considerata è:
Vasco Pratolini
Metello
Oscar Mondadori
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