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Il Paradiso degli Orchi
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ATTUALITA'

Stefano Torossi

Johamm Joachim Quantz 1697 - 1773

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Sembra impossibile: fino a duecento anni fa un musicista, per quanto famoso, era un oggetto (animato, è vero) di proprietà del suo padrone, nobile, ecclesiastico o militare.
Ecco, questa è anche la storia di Johann Joachim Quantz il quale però fu così bravo, e fortunato, da essere sì, il bambolotto di un re, ma anche il suo compagno di giochi, anzi addirittura l’unico a cui era permesso fargli una critica.
Ma iniziamo da dove si dovrebbe, dall’inizio.
Papà è fabbro e vorrebbe tanto che Johann Joachim proseguisse la sua professione. Per fortuna nostra (e sua) muore presto e il ragazzo passa nelle mani dello zio che invece è musicista e lo avvia all’arte. Impara subito a suonare il violino, la tromba e l’oboe.
A Dresda entra in contatto con i grandi della musica. Il Maestro di Cappella Schmidt lo ascolta alla tromba e gli offre un bel contratto ma lui preferisce il posto di oboista nella Cappella Reale Polacca, e così finisce fra le sgrinfie del suo primo padrone, l’Elettore di Sassonia e Re di Polonia Augusto II.
Del re è soddisfatto, ma non lo è dell’oboe. Deluso dalla propria incapacità di impadronirsene, lo abbandona e finalmente approda al primo incontro fondamentale della sua vita: il flauto.
Come riferimento per la sonorità del suo strumento sceglie voci umane, quelle dei castrati e delle grandi cantanti che affollano Dresda e Praga all’epoca: il Senesino, Berselli, Margherita Durastanti. L’effetto è magico e presto diventa il primo flautista d’Europa.
Con il permesso di Re Augusto parte per l’Italia: Roma e Napoli, dove incontra Scarlatti, che, pur detestando gli strumenti a fiato (e ha ragione perché all’epoca sono sguaiati e stonati) dichiara di non aver mai sentito suoni tanto belli come quelli del flauto di Quantz.
Il quale, finito nei pasticci per una storia di gonnelle, è costretto a scappare a gambe levate dalla città; risale lo Stivale, passa le Alpi e finisce a Parigi, dove fa i primi esperimenti nella fabbricazione dei flauti con il suo nuovo sistema che ne perfeziona l’intonazione e migliora il suono.
Poi fa un salto a Londra, dove Haendel trionfa organizzando spettacoli e mettendo insieme orchestre. Offerte molto vantaggiose gli vengono fatte, ma lui ha un padrone che lo reclama, così riparte e dopo otto mesi è finalmente a casa a Dresda. Il suo talento è ormai talmente maturato che il re gli raddoppia lo stipendio
Poco dopo, sempre con Sua Maestà, parte per un viaggio ufficiale a Berlino, dove la Regina di Prussia, incantata dalla sua musica gli offre 800 scudi per rimanere a Corte. Il suo padrone non ci sta: lo vuole a Dresda, dove Quantz ha aperto una manifattura di flauti che funziona a tutto vapore e gli rende parecchio, quindi ritornarci gli conviene pure.
L’unico permesso che gli accorda è di fare due viaggi all’anno a Berlino per dare lezioni al figlio della Regina, il Principe Federico.
Ecco, lui, Federico è il secondo incontro determinante per Quantz.  I due si intendono a meraviglia e quando il Principe diventa Re Federico II, nasce un’amicizia più equilibrata di quanto si potrebbe immaginare: da una parte il potere assoluto del re (che nel frattempo è diventato un ottimo flautista), ma dall’altra il talento altrettanto assoluto dell’artista. Il primo è il padrone, d’accordo, ma il secondo è il maestro (che, come abbiamo detto, ha anche il permesso di criticarlo).
L’offerta di Federico per stabilirsi a Berlino, 2.000 talleri l’anno più il pagamento in contanti di ogni nuova composizione e il suo favore incondizionato, convincono Quantz ad abbandonare ogni altro legame e a scegliere come casa la Corte di Prussia, dove abiterà per i suoi ultimi trentadue anni.
        La sua giornata a Corte: tutte le mattine raggiunge il re nei suoi appartamenti per suonare insieme i duetti che lui, o lo stesso re hanno composto, e per la lezione; poi si ritira alla tastiera a scrivere, o in sala a provare la musica per tutti gli eventi ufficiali e i concerti che dirige a palazzo.
Non sta mai con le mani in mano: continua a fabbricare flauti (il re ne ha undici di sua fattura), scrive un metodo, ancora attualissimo per il suo strumento; compone trecento concerti per flauto e orchestra, duecento brani per flauto solo, più duetti, trii e quartetti.





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