ATTUALITA'
Eleonora del Poggio
Il poliziesco: Augusto De Angelis (1).

Il poliziesco: Augusto De Angelis (1).
Ad essere sinceri, ci piace proprio parlare del ‘giallo’. Questi due secoli d’investigazione ordinaria e straordinaria ci hanno dato l’idea di rispolverare qualche classico (attenzione, questo termine comincia ad essere abusato), diciamo quei volumi che hanno fatto un po’ la storia del genere e che nel bene e nel male sono rimaste pietre indelebili della letteratura.
Secondo noi ne vedremo delle belle, a cominciare da un nome indelebile del poliziesco italiano: Augusto De Angelis.
Nel 1963 avvenne la riscoperta italiana di De Angelis da parte di Oreste Del Buono, che fra le altre cose ci disse come terminò la sua esistenza: Alla caduta del fascismo, il 25 luglio del ’43 si trovò, naturalmente, portato ad assumere un posto di responsabilità, e fu redattore capo sino all’8 settembre de “La Gazzetta di Torino”… Restaurato il fascismo, De Angelis venne così messo nelle liste di proscrizione e dovette vagabondare in cerca di un rifugio. Credeva di averlo trovato a Bellagio, ma una sera si presentarono alla casa che lo ospitava due carabinieri: avevano l’ordine di trarlo in arresto per ragioni politiche. A denunciarlo era stata una donna che lui addirittura quasi non conosceva. Fu trasferito in carcere a Como, rinchiuso in una cella umida, infestata dagli insetti… Finalmente De Angelis fu lasciato andare; era in condizioni pietose, allora lo rimandarono a casa ad aspettare il processo, sotto sorveglianza speciale. Tornò a Bellagio, cercò di curarsi, ma era stanco, stremato, si teneva in piedi a malapena. Non aveva ancora finito di patire, tuttavia: un giorno si trovò davanti, d’improvviso, proprio la donna che lo aveva denunciato. E quella voleva discolparsi, la gente spesso fa il male senza avere neppure il coraggio delle proprie azioni. De Angelis le disse, le ripeté che non importava, che non ci pensasse più, che lasciasse; ma quella continuava a parlare e lui la stava a sentire con pazienza. Con troppa pazienza; la donna che lo aveva denunciato finì per alzare la voce. Erano fermi davanti a un caffè, una scena penosa. D’improvviso da uno di quei tavolini s’alzò l’amico della donna, noto per la sua fede fascista e per la sua violenza. S’avvicinò, minaccioso, con il pugno alzato. De Angelis, s’è detto, si teneva in piedi a malapena, cercò di pararsi la faccia con le mani, e l’altro, allora, travolto dall’ira dei vigliacchi, lo prese a calci. Un calcio al ginocchio, De Angelis cadde, e l’altro, sragionando, lo colpì forte al basso ventre. De Angelis non doveva più rimettersi, gli toccarono, tuttavia, altri giorni di dolore, una terribile agonia, che seppe sopportare con il solito coraggio e la solita mitezza. Morì il 16 luglio 1944: aveva soltanto cinquantasei anni, ed era pieno di progetti e di sogni (un ciclo intero di romanzi seri sull’umanità tra le due guerre, una lunga serie di commedie.
Quante volte ci si è chiesti come dovesse essere la vita durante il ventennio: Augusto De Angelis pubblica Il mistero di Cinecittà nel 1941, nel pieno della più immane tragedia che la Storia contemporanea abbia conosciuto. I tratti sono ancora quelli di una 'quiete' apparente, di una vita nonostante tutto che procede sui binari di una prosaica tranquillità.
Ma lo scrittore romano, racconta anche altro, e pur legato dai lacci di una censura che lo obbliga a scrivere di assassini sempre stranieri ed esotici, tuttavia riesce a 'ricostruire' una struttura che apparentemente sembra lontana dalla calma dimensione di un regime paterno e protettivo, in realtà addentro alle cose della politica e della vita di tutti i giorni.
Diciamola francamente: il giallo, scritto con la solita astuzia e con la solita maestria (qualcuno ha parlato, un po’ esagerando, di una essenza crepuscolare, come il migliore Maigret) ci pone davanti ad un enigma senza troppi stravolgimenti. Non potendo, proprio perché il regime fascista lo aveva condannato, raccontare di un omicidio fatto da un italiano (proprio così!) De Angelis è costretto a rivolgersi ad altre persone. Non volendo elencare i protagonisti della storia (ma nello stesso tempo ci auguriamo che ci siano ancora tanti italiani a riconfrontarsi con il nostro giallista), ma tenendo presente le situazioni, non ci si mette molto a capire chi è il responsabile di ben due omicidi.
Il mistero di Cinecittà è stato scelto (da noi, ovviamente) anche per il curioso e quasi inusuale setting: le liti tra attori nell’ambiente cinematografico e naturalmente i motivi che portano al doppio omicidio.
Resta invece, intatta, la magia di un autore che pur ossequiando disposizioni provenienti dall’alto ha realizzato (sono più di dieci i gialli con protagonista il commissario De Vincenzi) un’opera (in questo caso una serie completa) che si lascia leggere anche per una precisa predisposizione sociologia e anticipatoria (non solo letteraria).
Augusto De Angelis
Il mistero di Cinecittà
Sellerio
Ad essere sinceri, ci piace proprio parlare del ‘giallo’. Questi due secoli d’investigazione ordinaria e straordinaria ci hanno dato l’idea di rispolverare qualche classico (attenzione, questo termine comincia ad essere abusato), diciamo quei volumi che hanno fatto un po’ la storia del genere e che nel bene e nel male sono rimaste pietre indelebili della letteratura.
Secondo noi ne vedremo delle belle, a cominciare da un nome indelebile del poliziesco italiano: Augusto De Angelis.
Nel 1963 avvenne la riscoperta italiana di De Angelis da parte di Oreste Del Buono, che fra le altre cose ci disse come terminò la sua esistenza: Alla caduta del fascismo, il 25 luglio del ’43 si trovò, naturalmente, portato ad assumere un posto di responsabilità, e fu redattore capo sino all’8 settembre de “La Gazzetta di Torino”… Restaurato il fascismo, De Angelis venne così messo nelle liste di proscrizione e dovette vagabondare in cerca di un rifugio. Credeva di averlo trovato a Bellagio, ma una sera si presentarono alla casa che lo ospitava due carabinieri: avevano l’ordine di trarlo in arresto per ragioni politiche. A denunciarlo era stata una donna che lui addirittura quasi non conosceva. Fu trasferito in carcere a Como, rinchiuso in una cella umida, infestata dagli insetti… Finalmente De Angelis fu lasciato andare; era in condizioni pietose, allora lo rimandarono a casa ad aspettare il processo, sotto sorveglianza speciale. Tornò a Bellagio, cercò di curarsi, ma era stanco, stremato, si teneva in piedi a malapena. Non aveva ancora finito di patire, tuttavia: un giorno si trovò davanti, d’improvviso, proprio la donna che lo aveva denunciato. E quella voleva discolparsi, la gente spesso fa il male senza avere neppure il coraggio delle proprie azioni. De Angelis le disse, le ripeté che non importava, che non ci pensasse più, che lasciasse; ma quella continuava a parlare e lui la stava a sentire con pazienza. Con troppa pazienza; la donna che lo aveva denunciato finì per alzare la voce. Erano fermi davanti a un caffè, una scena penosa. D’improvviso da uno di quei tavolini s’alzò l’amico della donna, noto per la sua fede fascista e per la sua violenza. S’avvicinò, minaccioso, con il pugno alzato. De Angelis, s’è detto, si teneva in piedi a malapena, cercò di pararsi la faccia con le mani, e l’altro, allora, travolto dall’ira dei vigliacchi, lo prese a calci. Un calcio al ginocchio, De Angelis cadde, e l’altro, sragionando, lo colpì forte al basso ventre. De Angelis non doveva più rimettersi, gli toccarono, tuttavia, altri giorni di dolore, una terribile agonia, che seppe sopportare con il solito coraggio e la solita mitezza. Morì il 16 luglio 1944: aveva soltanto cinquantasei anni, ed era pieno di progetti e di sogni (un ciclo intero di romanzi seri sull’umanità tra le due guerre, una lunga serie di commedie.
Quante volte ci si è chiesti come dovesse essere la vita durante il ventennio: Augusto De Angelis pubblica Il mistero di Cinecittà nel 1941, nel pieno della più immane tragedia che la Storia contemporanea abbia conosciuto. I tratti sono ancora quelli di una 'quiete' apparente, di una vita nonostante tutto che procede sui binari di una prosaica tranquillità.
Ma lo scrittore romano, racconta anche altro, e pur legato dai lacci di una censura che lo obbliga a scrivere di assassini sempre stranieri ed esotici, tuttavia riesce a 'ricostruire' una struttura che apparentemente sembra lontana dalla calma dimensione di un regime paterno e protettivo, in realtà addentro alle cose della politica e della vita di tutti i giorni.
Diciamola francamente: il giallo, scritto con la solita astuzia e con la solita maestria (qualcuno ha parlato, un po’ esagerando, di una essenza crepuscolare, come il migliore Maigret) ci pone davanti ad un enigma senza troppi stravolgimenti. Non potendo, proprio perché il regime fascista lo aveva condannato, raccontare di un omicidio fatto da un italiano (proprio così!) De Angelis è costretto a rivolgersi ad altre persone. Non volendo elencare i protagonisti della storia (ma nello stesso tempo ci auguriamo che ci siano ancora tanti italiani a riconfrontarsi con il nostro giallista), ma tenendo presente le situazioni, non ci si mette molto a capire chi è il responsabile di ben due omicidi.
Il mistero di Cinecittà è stato scelto (da noi, ovviamente) anche per il curioso e quasi inusuale setting: le liti tra attori nell’ambiente cinematografico e naturalmente i motivi che portano al doppio omicidio.
Resta invece, intatta, la magia di un autore che pur ossequiando disposizioni provenienti dall’alto ha realizzato (sono più di dieci i gialli con protagonista il commissario De Vincenzi) un’opera (in questo caso una serie completa) che si lascia leggere anche per una precisa predisposizione sociologia e anticipatoria (non solo letteraria).
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