ATTUALITA'
Stefano Torossi
Luigi Russolo 1885 - 1947

Come artista Luigi è prima pittore, poi musicista e finalmente intonator-rumor-inventore. Come persona Russolo è un giovanotto uscito dalla Prima Guerra Mondiale ferito gravemente e scosso: insomma Luigi Russolo, artista e persona è uno un po’ (come si diceva una volta) picchiatello. E, data l’epoca, un picchiatello futurista
Debutta il 21 aprile 1914 a Milano con il primo “Gran Concerto Futurista” per un’orchestra di 18 intonarumori suddivisi in gorgogliatori, crepitatori, ululatori, rombatori, scoppiatori, sibilatori, ronzatori e stropicciatori. I titoli (che più futuristi non potrebbero essere) delle sue tre composizioni in programma sono: “Risveglio di una città”, “Si pranza sulla terrazza del Kursaal” e Convegno di automobili e aeroplani”. Fischi e urla in sala, come ampiamente previsto dall’autore, botte da orbi fra il pubblico e intervento della polizia.
Qui bisognerebbe descrivere cos’è un intonarumori, l’invenzione di Russolo, ma non è facile perché tutti gli esemplari costruiti dal picchiatello futurista sono stati distrutti da guerre e incuria. Comunque si tratta di scatoloni che contengono un aggeggio ruotante mosso da una manovella esterna, che strusciando o percuotendo una o più corde tese o allentate da una leva anch’essa esterna, produce attraverso un cono che sbuca da un lato del cubo un suono efficacemente descritto dai nomi sopra citati.
Sono stati ricostruiti seguendo le descrizioni dell’epoca e se ne trova qualche esecuzione sulla rete. L’impressione che ne ha l’ascoltatore contemporaneo, viziato dalle meraviglie dell’elettronica, è inevitabilmente di simpatica tenerezza per la rozza ingenuità di quei trabiccoli, poco più di giocattoli primitivi. Ma così sono spesso le idee da cui poi partono movimenti rivoluzionari.
Luigi Russolo nasce a Portogruaro, figlio di un orologiaio-organista. Nel 1901, per avere a portata di mano il Conservatorio, tutta la famiglia si trasferisce a Milano dove i fratelli Giovanni e Antonio diventeranno musicisti professionisti, mentre lui si iscrive all’Accademia di Brera e sarà nella squadra che all’epoca restaura l’Ultima Cena di Leonardo. Ma siccome è un ribelle, si guarda bene da puntare a qualsiasi titolo accademico. Arriva invece nel movimento futurista con i colleghi pittori Boccioni, Carrà, Balla e Severini.
Ma il tarlo della musica gli si è già infilato nel cervello e ha cominciato a rosicchiare. E allora ecco che nel ’13 si espone, come deve fare qualsiasi buon rivoluzionario, con un manifesto: “L’Arte dei rumori”, in cui dichiara, fra l’altro, che la rivoluzione industriale ha fornito all’uomo moderno una più alta capacità di apprezzare sonorità complesse. È d’accordo con lui, mezzo secolo dopo, John Cage. A pensarci bene è l’atto di nascita della musica concreta.
Da quel momento lui è tutto proiettato nella musica. Inventa un sistema di scrittura per quei suoni-rumori: la linea-nota. Inventa l’arco enarmonico e perfino il rumorarmonio o russolofono, adottato poi da quell’altro scombiccherato di Varese.
Poi, come era quasi d’obbligo per tutti gli artisti dell’epoca, se ne va a Parigi dove replica il “Gran Concerto Futurista” al Theatre des Champs Elysees. Solita gazzarra, stavolta fomentata da un gruppo di dadaisti al comando di Tzara. Nel pubblico, entusiasti, Stravinskij, Ravel, Djagilev, Milhaud e tanti altri tra cui Mondrian che gli dedica un articolo di lodi sulla rivista “De Stijl”. È il riconoscimento internazionale per Russolo.
Gira, insieme a Marinetti e a Prampolini tre brevi film muti commentati dal vivo dai suoi intonarumori. Totalmente perduti, chissà dove. Intanto due elementi scombussolano la sua vita: la mancata adesione ufficiale, con tessera del Partito, al regime fascista, che lo esclude dalla intensa attività pubblica dei futuristi in quegli anni, e poi l’arrivo del sonoro nel cinema che gli rovina il giocattolo e lo spinge ad allontanarsi definitivamente dalla musica con un ultimo concerto pubblico presentato da Edgar Varese a una mostra di pittori futuristi nel ’29.
A Parigi si è tuffato anche nella parapsicologia, la teosofia e le scienze occulte in cui continuerà a sguazzare fino alla fine. Nel ’38 pubblica “Al di là della materia”. Poi se ne torna al paesello e da quel momento la sua vita cessa di essere sperimentale e scandalosa e quindi anche di interessarci.
Per chiudere, ecco, sempre nella sua datatissima ingenuità preindustriale, come Russolo stesso descrive l’ambiente contemporaneo in cui si esprime con i suoi intonarumori: “…attraversiamo una grande capitale moderna con le orecchie più attente degli occhi, e godremo nel distinguere i risucchi d’acqua, d’aria o di gas nei tubi metallici, il borbottio dei motori che fiatano e pulsano con una indiscutibile animalità, il palpitare delle valvole, l’andirivieni degli stantuffi, gli stridori delle seghe meccaniche, i balzi dei tram sulle rotaie, lo schioccare delle fruste…”
Ah! Qui bisogna fermarsi e sorridere, complici s’intende, dello “schioccare delle fruste”, rumore arcaico e contadino che, sfuggendo alla catalogazione dell’autore, ancora si intrufola fra le altre sonorità, invece industriali. Vuol dire che per le strade di quella grande capitale moderna girano ancora carri e carretti trainati da antichi somari.
L’ultima parola di Russolo, questa non datata per niente: “Fate prima vibrare i sensi e farete vibrare anche il cervello. Fate vibrare i sensi mediante l’inaspettato, il misterioso, l’ignoto e avrete la commozione vera, intensa e profonda dell’anima”.
Debutta il 21 aprile 1914 a Milano con il primo “Gran Concerto Futurista” per un’orchestra di 18 intonarumori suddivisi in gorgogliatori, crepitatori, ululatori, rombatori, scoppiatori, sibilatori, ronzatori e stropicciatori. I titoli (che più futuristi non potrebbero essere) delle sue tre composizioni in programma sono: “Risveglio di una città”, “Si pranza sulla terrazza del Kursaal” e Convegno di automobili e aeroplani”. Fischi e urla in sala, come ampiamente previsto dall’autore, botte da orbi fra il pubblico e intervento della polizia.
Qui bisognerebbe descrivere cos’è un intonarumori, l’invenzione di Russolo, ma non è facile perché tutti gli esemplari costruiti dal picchiatello futurista sono stati distrutti da guerre e incuria. Comunque si tratta di scatoloni che contengono un aggeggio ruotante mosso da una manovella esterna, che strusciando o percuotendo una o più corde tese o allentate da una leva anch’essa esterna, produce attraverso un cono che sbuca da un lato del cubo un suono efficacemente descritto dai nomi sopra citati.
Sono stati ricostruiti seguendo le descrizioni dell’epoca e se ne trova qualche esecuzione sulla rete. L’impressione che ne ha l’ascoltatore contemporaneo, viziato dalle meraviglie dell’elettronica, è inevitabilmente di simpatica tenerezza per la rozza ingenuità di quei trabiccoli, poco più di giocattoli primitivi. Ma così sono spesso le idee da cui poi partono movimenti rivoluzionari.
Luigi Russolo nasce a Portogruaro, figlio di un orologiaio-organista. Nel 1901, per avere a portata di mano il Conservatorio, tutta la famiglia si trasferisce a Milano dove i fratelli Giovanni e Antonio diventeranno musicisti professionisti, mentre lui si iscrive all’Accademia di Brera e sarà nella squadra che all’epoca restaura l’Ultima Cena di Leonardo. Ma siccome è un ribelle, si guarda bene da puntare a qualsiasi titolo accademico. Arriva invece nel movimento futurista con i colleghi pittori Boccioni, Carrà, Balla e Severini.
Ma il tarlo della musica gli si è già infilato nel cervello e ha cominciato a rosicchiare. E allora ecco che nel ’13 si espone, come deve fare qualsiasi buon rivoluzionario, con un manifesto: “L’Arte dei rumori”, in cui dichiara, fra l’altro, che la rivoluzione industriale ha fornito all’uomo moderno una più alta capacità di apprezzare sonorità complesse. È d’accordo con lui, mezzo secolo dopo, John Cage. A pensarci bene è l’atto di nascita della musica concreta.
Da quel momento lui è tutto proiettato nella musica. Inventa un sistema di scrittura per quei suoni-rumori: la linea-nota. Inventa l’arco enarmonico e perfino il rumorarmonio o russolofono, adottato poi da quell’altro scombiccherato di Varese.
Poi, come era quasi d’obbligo per tutti gli artisti dell’epoca, se ne va a Parigi dove replica il “Gran Concerto Futurista” al Theatre des Champs Elysees. Solita gazzarra, stavolta fomentata da un gruppo di dadaisti al comando di Tzara. Nel pubblico, entusiasti, Stravinskij, Ravel, Djagilev, Milhaud e tanti altri tra cui Mondrian che gli dedica un articolo di lodi sulla rivista “De Stijl”. È il riconoscimento internazionale per Russolo.
Gira, insieme a Marinetti e a Prampolini tre brevi film muti commentati dal vivo dai suoi intonarumori. Totalmente perduti, chissà dove. Intanto due elementi scombussolano la sua vita: la mancata adesione ufficiale, con tessera del Partito, al regime fascista, che lo esclude dalla intensa attività pubblica dei futuristi in quegli anni, e poi l’arrivo del sonoro nel cinema che gli rovina il giocattolo e lo spinge ad allontanarsi definitivamente dalla musica con un ultimo concerto pubblico presentato da Edgar Varese a una mostra di pittori futuristi nel ’29.
A Parigi si è tuffato anche nella parapsicologia, la teosofia e le scienze occulte in cui continuerà a sguazzare fino alla fine. Nel ’38 pubblica “Al di là della materia”. Poi se ne torna al paesello e da quel momento la sua vita cessa di essere sperimentale e scandalosa e quindi anche di interessarci.
Per chiudere, ecco, sempre nella sua datatissima ingenuità preindustriale, come Russolo stesso descrive l’ambiente contemporaneo in cui si esprime con i suoi intonarumori: “…attraversiamo una grande capitale moderna con le orecchie più attente degli occhi, e godremo nel distinguere i risucchi d’acqua, d’aria o di gas nei tubi metallici, il borbottio dei motori che fiatano e pulsano con una indiscutibile animalità, il palpitare delle valvole, l’andirivieni degli stantuffi, gli stridori delle seghe meccaniche, i balzi dei tram sulle rotaie, lo schioccare delle fruste…”
Ah! Qui bisogna fermarsi e sorridere, complici s’intende, dello “schioccare delle fruste”, rumore arcaico e contadino che, sfuggendo alla catalogazione dell’autore, ancora si intrufola fra le altre sonorità, invece industriali. Vuol dire che per le strade di quella grande capitale moderna girano ancora carri e carretti trainati da antichi somari.
L’ultima parola di Russolo, questa non datata per niente: “Fate prima vibrare i sensi e farete vibrare anche il cervello. Fate vibrare i sensi mediante l’inaspettato, il misterioso, l’ignoto e avrete la commozione vera, intensa e profonda dell’anima”.
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