CLASSICI
Alfredo Ronci
Tra poeta e scrittore non mettere dito: “L’eclisse’ di Lanfranco Orsini.

Chi mai conosce o ha conosciuto Lanfranco Orsini? La stessa moglie, quando Orsini era già morto, disse che… per la mia formazione letteraria, è stato Lanfranco Orsini, mio marito: figura dimenticata di poeta e critico letterario, quasi un Thomas Mann trapiantato a Napoli, per origini e contesto familiare. Francesista e germanista, riusciva a leggere correntemente entrambe le lingue tanto che, una volta, fece recapitare a Franco Fortini alcune correzioni alla sua celebre traduzione del Faust di Goethe.
Ancora… Giorgio Caproni osservò che la sua poesia ‘attraversando l’esperienza del Novecento’ seguiva un suo percorso originale, estraneo a quello delle avanguardie e in più fuori… dal neorealismo imperante, fu un intellettuale di matrice europea, uno scrittore acuto, un poeta che per esperienze e tematiche del verso rappresentò l’anello di congiunzione tra Montale e l’era post-montaliana.
Dunque tutte queste citazioni per affermare che Orsini fu soprattutto un poeta. Certo, ha lasciato anche delle testimonianze di prosa, ma tanto per cominciare, al di là delle sue esperienze linguistiche e anche di lavoro (insegnò letteratura nei licei), la sua prima opera importante, quella che fu presentata da Caproni è stata Elegia sul monte Faito, raccolta di poesie.
Anche se l’origine delle sue scritture fu una raccolta di racconti, ed esattamente Confessioni agli specchi (Cappelli) del 1956, e preferendo la poesia, non lasciò mai da parte la prosa. E a questo punto ci si chiede: fu uno scrittore che si compiaceva anche della poesia o fu un poeta che si ‘divertiva’ con la prosa?
Non è facile rispondere a questa domanda anche se crediamo che fu il poeta che poi indirizzò la sua strada anche nella narrativa (e non è il solo, anzi, un solo caso, giusto per dare forma alla nostra analisi: Sandro Penna). Ma anche questo appunto può farci deragliare.
L’eclisse, del 1962, può davvero essere una sintesi delle due ‘condizioni’, cioè a dire una struttura necessariamente narrativa con qualche sbocco che non faticheremmo a dire ‘poetico’.
Un esempio: Le firme si disegnarono estrose sul breve rettangolo bianco e tutti e tre per un attimo videro monti severi sotto la luna, e furono tristi e anelarono ad essere altrove, smagati.
Per carità un passaggio splendido, ma chi tra di noi può semplicemente confrontarsi con ‘smagati’ (prendo dal vocabolario… smagato, è un aggettivo participio passato di ‘smagare’ che indica una persona stanca, priva di forze, turbata o disillusa).
O ancora in forma più ironica… La signora Francesca riprese il romanzo e tubando di fatuità compiaciuta fu a un tratto una maestosa gallina che gonfiava le piume del collo che ad ogni costo tentava di dimenticare le rughe, con più indulgente realismo Dovale se la figurò che mostrava alle amiche invidiose il volume, che come un ninnolo raro le avrebbe nobilitato il salotto fregiandolo d’intellettuali corone.
L’eclisse è la storia di un gruppo di persone, in ambienti diversi, che assiste alla eclisse di luna, in posti che sono per lo più luoghi di villeggiatura: c’è uno scrittore che assiste ammaliato e confuso, alla presenza di un’adolescente che gli ricorda sua figlia morta prematuramente. C’è una ragazza che è mortificata da una sorella bella e sensuale, c’è Aldo, un ragazzo di pochi anni, che è mandato a letto prima dell’eclisse ma vive lo stesso l’esperienza e c’è anche una giovane donna che vive la sua prima esperienza d’amore sperando di sottrarsi a un odioso marito. E altro ancora.
Non ci sono avvenimenti veri e propri, anche se l’eclisse di per sé è un avvenimento vero e proprio, ma ci sono le lunghe diramazioni intellettuali (e non) di una serie di personaggi che rappresentano, in un modo e nell’altro, la società in cui viviamo. E tra l’altro… La condizione di donna era questa, che per avere l’amore occorreva piacere, e piacere significava talvolta mentire, porre sul viso una maschera di calcolato sorriso mentre il dolore voleva il singulto e la smorfia.
Forse L’eclisse non è per tutti.
L’edizione da noi considerata è:
Lanfranco Orsini
L’eclisse
Vallecchi editore
Ancora… Giorgio Caproni osservò che la sua poesia ‘attraversando l’esperienza del Novecento’ seguiva un suo percorso originale, estraneo a quello delle avanguardie e in più fuori… dal neorealismo imperante, fu un intellettuale di matrice europea, uno scrittore acuto, un poeta che per esperienze e tematiche del verso rappresentò l’anello di congiunzione tra Montale e l’era post-montaliana.
Dunque tutte queste citazioni per affermare che Orsini fu soprattutto un poeta. Certo, ha lasciato anche delle testimonianze di prosa, ma tanto per cominciare, al di là delle sue esperienze linguistiche e anche di lavoro (insegnò letteratura nei licei), la sua prima opera importante, quella che fu presentata da Caproni è stata Elegia sul monte Faito, raccolta di poesie.
Anche se l’origine delle sue scritture fu una raccolta di racconti, ed esattamente Confessioni agli specchi (Cappelli) del 1956, e preferendo la poesia, non lasciò mai da parte la prosa. E a questo punto ci si chiede: fu uno scrittore che si compiaceva anche della poesia o fu un poeta che si ‘divertiva’ con la prosa?
Non è facile rispondere a questa domanda anche se crediamo che fu il poeta che poi indirizzò la sua strada anche nella narrativa (e non è il solo, anzi, un solo caso, giusto per dare forma alla nostra analisi: Sandro Penna). Ma anche questo appunto può farci deragliare.
L’eclisse, del 1962, può davvero essere una sintesi delle due ‘condizioni’, cioè a dire una struttura necessariamente narrativa con qualche sbocco che non faticheremmo a dire ‘poetico’.
Un esempio: Le firme si disegnarono estrose sul breve rettangolo bianco e tutti e tre per un attimo videro monti severi sotto la luna, e furono tristi e anelarono ad essere altrove, smagati.
Per carità un passaggio splendido, ma chi tra di noi può semplicemente confrontarsi con ‘smagati’ (prendo dal vocabolario… smagato, è un aggettivo participio passato di ‘smagare’ che indica una persona stanca, priva di forze, turbata o disillusa).
O ancora in forma più ironica… La signora Francesca riprese il romanzo e tubando di fatuità compiaciuta fu a un tratto una maestosa gallina che gonfiava le piume del collo che ad ogni costo tentava di dimenticare le rughe, con più indulgente realismo Dovale se la figurò che mostrava alle amiche invidiose il volume, che come un ninnolo raro le avrebbe nobilitato il salotto fregiandolo d’intellettuali corone.
L’eclisse è la storia di un gruppo di persone, in ambienti diversi, che assiste alla eclisse di luna, in posti che sono per lo più luoghi di villeggiatura: c’è uno scrittore che assiste ammaliato e confuso, alla presenza di un’adolescente che gli ricorda sua figlia morta prematuramente. C’è una ragazza che è mortificata da una sorella bella e sensuale, c’è Aldo, un ragazzo di pochi anni, che è mandato a letto prima dell’eclisse ma vive lo stesso l’esperienza e c’è anche una giovane donna che vive la sua prima esperienza d’amore sperando di sottrarsi a un odioso marito. E altro ancora.
Non ci sono avvenimenti veri e propri, anche se l’eclisse di per sé è un avvenimento vero e proprio, ma ci sono le lunghe diramazioni intellettuali (e non) di una serie di personaggi che rappresentano, in un modo e nell’altro, la società in cui viviamo. E tra l’altro… La condizione di donna era questa, che per avere l’amore occorreva piacere, e piacere significava talvolta mentire, porre sul viso una maschera di calcolato sorriso mentre il dolore voleva il singulto e la smorfia.
Forse L’eclisse non è per tutti.
L’edizione da noi considerata è:
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L’eclisse
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