RECENSIONI
Diego Lama
Il sangue degli architetti
Oscar Mondadori, Pag. 403 Euro 18,50
Anch’io vengo dalla scuola del mio direttore e di fronte a questo nuovo giallo mi dico che il genere è morto e se se ne scrivono ancora è perché queste storie hanno successo e fanno fare anche un po’ di quattrini.
Perché dico il genere è morto (in realtà lo dice il mio direttore)? Non l’ho affermato io ma lo scrittore inglese Martin Amis col romanzo Il treno della morte (Einaudi) che ha dato un preciso colpo allo stomaco appunto al giallo.
Ma di questo Il sangue degli architetti dobbiamo parlare e quindi parliamone. Di Diego Lama non conoscevo altre sue ‘avventure’ (sono sì una divoratrice di poliziesco, ma si sa, ogni tanto può scappare qualcosa e in questo caso è scappato) ma leggendo con attenzione questo suo romanzo, mi accorgo che lui è uno strenuo conoscitore di musica. Perché direte voi? Semplicemente perché nella sua storia vi sono continui riferimenti alla ‘materia’ a cominciare dalla prima vittima del caso che si chiama Lester Young, architetto (lui, il Lama, dice che un architetto ‘vero’ di quegli anni, cioè ad un pizzico dalla marcia su. Roma, si chiamava in verità Lamont Young, ma nessuno mi vieta di pensare che alla fine abbia voluto ‘omaggiare’ il celebre sassofonista americano). Non solo, più avanti a comparire di fronte al commissario Veneruso c’è un altro commissario di nome Lucio Battisti, beh insomma… vedete voi.
E’ un giallo, come detto, ambientato prima del fascismo, con tutte le caratteristiche del caso (e in questo bisogna dire che il Lama è abbastanza bravo… tanto per dire c’è pure un ‘invertito’) ed è soprattutto un giallo come si scriveva una volta, con un finale ad hoc che fa tanto, ma tanto, Agatha Christie.
Ah, una altra cosa bisogna dire: Lama ha costruito una storia ambientata in altri tempi, e seppur questo significhi che ha trovato una via giusta per farsi conoscere è pur vero che è molto più abile (ed anche ironico) di quell’altro autore che invece vende un sacco di libri arrabattandosi su cliché che solo un cretino potrebbe definire riusciti: Maurizio de Giovanni.
Amen.
di Eleonora del Poggio
Perché dico il genere è morto (in realtà lo dice il mio direttore)? Non l’ho affermato io ma lo scrittore inglese Martin Amis col romanzo Il treno della morte (Einaudi) che ha dato un preciso colpo allo stomaco appunto al giallo.
Ma di questo Il sangue degli architetti dobbiamo parlare e quindi parliamone. Di Diego Lama non conoscevo altre sue ‘avventure’ (sono sì una divoratrice di poliziesco, ma si sa, ogni tanto può scappare qualcosa e in questo caso è scappato) ma leggendo con attenzione questo suo romanzo, mi accorgo che lui è uno strenuo conoscitore di musica. Perché direte voi? Semplicemente perché nella sua storia vi sono continui riferimenti alla ‘materia’ a cominciare dalla prima vittima del caso che si chiama Lester Young, architetto (lui, il Lama, dice che un architetto ‘vero’ di quegli anni, cioè ad un pizzico dalla marcia su. Roma, si chiamava in verità Lamont Young, ma nessuno mi vieta di pensare che alla fine abbia voluto ‘omaggiare’ il celebre sassofonista americano). Non solo, più avanti a comparire di fronte al commissario Veneruso c’è un altro commissario di nome Lucio Battisti, beh insomma… vedete voi.
E’ un giallo, come detto, ambientato prima del fascismo, con tutte le caratteristiche del caso (e in questo bisogna dire che il Lama è abbastanza bravo… tanto per dire c’è pure un ‘invertito’) ed è soprattutto un giallo come si scriveva una volta, con un finale ad hoc che fa tanto, ma tanto, Agatha Christie.
Ah, una altra cosa bisogna dire: Lama ha costruito una storia ambientata in altri tempi, e seppur questo significhi che ha trovato una via giusta per farsi conoscere è pur vero che è molto più abile (ed anche ironico) di quell’altro autore che invece vende un sacco di libri arrabattandosi su cliché che solo un cretino potrebbe definire riusciti: Maurizio de Giovanni.
Amen.
di Eleonora del Poggio
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