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RACCONTI

Leonello Ruberto

Letteratura senza scopo di lucro

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Il suo nome non è noto, ma non è nemmeno sconosciuto. Basterebbe una semplice ricerca per trovarlo.
In ogni caso, non è importante.
Se la sua storia personale fosse importante, si potrebbe raccontare di quegli inizi, non risalenti a tantissimi anni fa, ma comunque a un tempo in cui ancora esisteva l’invio cartaceo dei manoscritti, che sarebbe sparito totalmente in un paio di anni.
Allora lui aveva preso questo rito, stampava in casa, rilegava, metteva in busta (di cui aveva comprato una scorta), andava alla posta per spedire.
Non aveva un reale scopo, non ci pensava in quei momenti confortanti. Certo, lo scopo era pubblicare con un editore.
Era avvenuto. Prima però aveva ricevuto delle proposte piene di complimenti in cui a un certo punto c’era la richiesta di una cifra davvero elevata per la pubblicazione.
Niente che non si aspettasse già, si era informato prima, con scrupolo come preparava gli invii. Aveva rifiutato.
Il problema era comparso dopo l’esordio. Aveva pubblicato senza contributo come desiderato. Non capiva dove fosse il guadagno dell’editore, visto che il suo libro praticamente non veniva venduto, se non per le copie che lui stesso aveva fatto vendere.
Lo strano record di nemmeno una copia venduta al di fuori di lui e della sua influenza.
Poi aveva capito che quell’editore pubblicava decine di libri al mese, così anche la sua misera ventina di copie unita a quelle degli altri faceva numero.
Niente di nuovo, era un sistema come un altro per avere un guadagno.
Una cosa che non capiva era perché farlo coi libri. Non lo capiva nel suo solitario silenzio. Perché vendere libri? Perché non qualcos’altro?
Essendo avvenuto il suo esordio sarebbe passato oltre, con editori veri, possibilmente non troppo grossi, ci teneva.
Poi scoprì che era ancora considerato un esordiente. Perché era brutto dire scrittore sconosciuto. Un’altra cosa senza senso se non nel perverso rapporto venditore-cliente che caratterizza tutto.
Perché scriveva? Lo faceva per non dover un giorno fare il lavoro per cui stava studiando all’università. Per questo si era mosso in anticipo, per avere tempo. Ma gli studi finivano e finiva pure il tempo. Arrivava qualche riconoscimento di quelli veri, suggerimenti qua-lo-dico-e-qua-lo-nego anche da persone importanti del settore di andare avanti.
Non era di certo abbastanza.
Si era mosso prima e con calma perché non chiedeva molto, solo di vivere con poco e poter scrivere. In cambio di una minima percentuale su quello che aveva scritto avrebbe potuto continuare a farlo.
Sapeva che il mondo non funzionava così, ma sperava di sfruttare il suo funzionamento proprio per tirarsene fuori. Erano sempre tutti così affaccendati, così presi dal guadagno, lui non sarebbe stato un rivale e in cambio lo avrebbero lasciato in pace.
Non ci riuscì. Lo lasciò la sua compagna che diceva di capirlo e si stancarono anche i genitori che non l’avevano mai capito profondamente.
Cedette e si trovò un lavoro, le cose andavano bene perché sapeva farlo. Non era quello il punto, non lo era mai stato.
Dovette ammettere che era stata una mossa corretta e decisiva, perché in cambio di intere giornate di fatica evitava di pensare troppo, il tempo passava e ora sì che si sentiva in pace.
Così quando un editore gli mandò il suo numero per parlare del manoscritto che aveva inviato tempo prima trovò una scusa: Era fuori per lavoro.
Non aveva voglia di parlarne. Parlava tutto il giorno al lavoro. Avrebbe di certo parlato del suo libro una volta pubblicato se lo avessero invitato a qualche presentazione. O in radio, gli era sempre piaciuta la radio.
Ma non ne voleva parlare in quel senso, come si parla di affari. Perché farlo coi libri? Che fuga sarebbero diversamente.
Di una cosa era certo: non avrebbe smesso di scrivere. Scriveva racconti per le riviste, quelle che non pagavano né guadagnavano niente. E così era contento, perché era giudicato solo per la qualità dei suoi scritti. Che in effetti erano superiori a qualsiasi lungo manoscritto compilato in passato.
Anche queste riviste alcune volte venivano inquinate da pubblicità, e allora lui non mandava più a loro, solo ad altri privi di annunci.
Perché una cosa che aveva imparato nel suo silenzio, l’unica cosa diversa da tutto il resto che sappiamo tutti, era che c’entravano i soldi.
Quando c’era un guadagno, anche se non doveva essere per forza così e c’erano ovviamente casi in cui non lo era, mancava la qualità. Qualità che non voleva dire noia o testi astrusi. Ecco, chi campa di lavoro pensa così, intende sempre in un senso.
Si potrebbero vendere anche cose buone. E che noia, ma sono proprio noiose spesso le opere più vendute. Non lo dice lui, lo fanno loro.
Il pagamento dovrebbe venire dopo. Fai un buon lavoro e il pagamento viene di conseguenza. Ma se si pensa prima al pagamento passa in secondo piano il resto. E spuntano gli imbrogli, e le truffe vere e proprie. Gente che preferisce rischiare pure la galera.
E lui si chiedeva e si chiede ancora, è come nello sport: uno solo arriva primo. Se si ricorre al doping, e poi tutti si devono buttare sul doping, comunque vince uno solo. Alla fine che senso ha, se non quello di rovinare tutto?
Sono solo divagazioni, come quella simile della guerra che potrebbe essere combattuta anche con una semplice partita a scacchi tra i migliori giocatori degli Stati in guerra, senza morti, tanto comunque vincerà qualcuno, almeno ci risparmiamo tante sofferenze.
Piccoli deliri che si può permettere in silenzio e anche scrivendoli. Perché tutti i giorni va al lavoro e quando può scrive testi brevi. Quando si può glieli pubblicano su riviste pulite e chi vuole può leggerli per quello che sono.
Così non tenta più di pubblicare libri e per sicurezza, nel caso fosse rimasto qualcosa in giro, non risponde più ai numeri sconosciuti.
Gli sembra di avere trovato la felicità in questo modo. Le riviste sporcate dalla pubblicità e dalla foga di emergere aumentano sempre di più, in modo preoccupante. Per questo torna a preoccuparsi e teme che non durerà questa tranquillità.
Si dice che qualcuno rimarrà sempre, se lo dice in silenzio. Sapendo però il potere devastante che ha la necessità del guadagno, che invade tutto, anche lo Stato, anche Dio se ci fosse. È un po’ un vero dio, perché può decidere la sorte di un uomo qualunque.



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