RACCONTI
Gabriele Micozzi
Il Capofficina

La pressa si era fermata alle undici e venti. Manuele Grilli lo seppe mentre stava rientrando dal pranzo — mezzo panino con la mortadella mangiato in piedi al distributore, perché la mensa gli dava reflusso — e un ragazzo nuovo, uno degli ultimi assunti, gli venne incontro di corsa con la faccia di chi non sa ancora come si dicono certe cose.
«Capo, è Tabarini. La mano.»
Grilli rimise il caffè a metà nel bicchiere di plastica, lo posò sul davanzale della finestra. Camminò verso il reparto senza correre. Correre in officina, diceva sempre, serve a farti cadere una seconda volta addosso le cose che sono cadute una volta. E poi Tabarini era già all'ospedale — lo capì dal silenzio, prima ancora di vedere la pressa ferma, il pavimento asciugato male, l'ambulanza che se ne era andata da dieci minuti.
Due dita. L'indice e il medio della destra. Non si erano riattaccate perché uno dei primi soccorritori, confuso, le aveva infilate in un sacchetto di ghiaccio direttamente, senza il secondo sacchetto isolante. Sciocchezze che si pagano. Quando Grilli arrivò, il caporeparto Valli stava spiegando ai carabinieri come era successo, e il direttore Benassi era già in ufficio con l'ispettore dello SPRESAL al telefono.
Grilli guardò la pressa. Era una Müller-Weiss del 1989, aggiornata tre volte negli anni, con la doppia barriera fotoelettrica installata dopo l'incidente del 2018 — quello di Catini, che però era stato più fortunato, l'aveva scampata con il polso slogato e un mese di terapia. La barriera fotoelettrica era a posto. Grilli la sapeva a posto perché la controllava lui, personalmente, ogni lunedì mattina alle sei e venti, prima ancora che arrivassero gli operai. Era una delle cose che faceva senza che nessuno gliele chiedesse.
Quella mattina, però, Tabarini aveva disattivato la barriera.
Non c'era scritto da nessuna parte. Non sarebbe mai emerso dai verbali, perché la barriera, quando l'ispettore arrivò alle quattordici e quaranta, era di nuovo attiva. Qualcuno l'aveva riattivata subito, per istinto, per paura, per automatismo — forse Valli, forse il ragazzo nuovo, forse Tabarini stesso nel momento in cui aveva urlato. Questo Grilli lo capì da un dettaglio minimo che ai carabinieri sfuggì: sul pavimento, accanto alla pedaliera, c'era una piccola zona asciutta dove sarebbe dovuta esserci dell'umidità. Là qualcuno, dopo l'incidente, aveva poggiato una scarpa asciutta per chinarsi a rimettere a posto l'interruttore.
Grilli non disse niente.
Ai carabinieri dichiarò quello che doveva dichiarare. La pressa era in regola. Le barriere erano attive. Tabarini era un operaio esperto, quindici anni di reparto, mai una scorrettezza. Firmò il verbale. Tornò in ufficio. Compilò il modulo interno dell'evento. Alle diciassette e dieci chiamò la moglie di Tabarini, si fece dare notizie, le disse che la fabbrica avrebbe fatto il possibile, che Tabarini sarebbe stato seguito, che l'assicurazione, che l'INAIL, che il reintegro a mansioni compatibili. Lei piangeva ma ringraziò. Grilli disse anche, perché gli uscì, mi dispiace signora Tabarini. Lei disse grazie capo.
Quando riattaccò, rimase seduto nell'ufficio vuoto. Il direttore era andato via. Il reparto aveva ripreso alle quindici e trenta dopo l'ispezione. La pressa Müller-Weiss funzionava di nuovo, e il pezzo che Tabarini stava lavorando — una staffa per un telaio di lavatrici industriali — era stato completato da Catini, quello del 2018, che non aveva fatto obiezioni.
Grilli sapeva perché Tabarini aveva disattivato la barriera. Lo sapeva perché lo sapevano tutti in reparto, tranne gli ingegneri che scrivevano i manuali e i dirigenti che firmavano i protocolli. La barriera fotoelettrica, su quella staffa, rallentava il ciclo di tre secondi e mezzo a pezzo. Moltiplicato per il numero di pezzi richiesti in una giornata — quel mese avevano una commessa tedesca con penali pesanti — significava non farcela. Significava restare indietro. Significava che il caporeparto Valli avrebbe guardato male. Significava che, alla fine del mese, la produttività individuale sarebbe apparsa sotto media nel cruscotto aziendale, e Tabarini aveva tre figli, e un mutuo, e una moglie che lavorava part-time al Conad di Chiaravalle.
Grilli queste cose le sapeva perché era uno di loro. Era nato in una casa vicino a Cingoli, aveva cominciato in officina a diciassette anni come manovale, aveva fatto tutta la scala. Era diventato capofficina a quarantatré. Sapeva come si sta in piedi davanti a una pressa per otto ore, e sapeva che cosa passa per la testa quando sai che mancano ancora due ore e tre centimetri alla fine del turno e la commessa non aspetta. Sapeva anche che gli ingegneri del reparto tempi e metodi, quelli che calcolavano le cadenze, non erano cattivi. Erano solo lontani.
Lui, Grilli, non era lontano. E proprio per questo, alle dieci e quarantacinque di quella mattina, passando davanti alla pressa Müller-Weiss, aveva notato qualcosa che nessuno poteva notare se non uno che passava lì ogni giorno da ventinove anni. Aveva notato che il led verde della barriera fotoelettrica non era acceso. Era spento. Tabarini lavorava con la barriera disattivata.
Grilli aveva rallentato un istante. Aveva incrociato lo sguardo di Tabarini. Tabarini lo aveva guardato, un mezzo secondo, quello sguardo che in officina vuol dire lo so che lo vedi, fai finta di non vedere, sto facendo il mio lavoro. Grilli aveva annuito, appena. Un cenno che non era un permesso. Era un'altra cosa. Era il riconoscimento che si dà a un uomo quando capisci che sta facendo una cosa che anche tu, al suo posto, avresti fatto.
Poi era andato a pranzo.
Quando alle diciotto Grilli uscì dal cancello della fabbrica, trovò il figlio ad aspettarlo. Emiliano aveva ventisei anni, insegnava in un istituto tecnico a Jesi. Era passato a prenderlo perché la Panda del padre era dal meccanico.
«Come è andata, papà?»
«Un incidente.»
«Grave?»
«Due dita.»
Emiliano guidò in silenzio fino al semaforo di via Marconi.
«La barriera» disse Emiliano, senza voltarsi. «Era a posto?»
Grilli guardò fuori dal finestrino. Stavano passando davanti alla rotatoria nuova, quella con l'aiuola dei gerani che ogni anno il Comune rifaceva a giugno. I gerani erano fioriti bene, quell'anno.
«Era a posto.»
Emiliano non disse altro. Sapeva quando suo padre non voleva parlare. Era una cosa che aveva imparato da bambino, senza che nessuno glielo spiegasse.
A cena Grilli mangiò poco. La moglie, Rina, non fece domande dirette — gliele avrebbe fatte domani, o dopodomani, quando avrebbe capito che poteva. Dopo cena Grilli uscì sul balcone a fumare. Il balcone dava su un campo di granoturco che confinava con la strada provinciale, e in certe sere d'estate, quando il vento veniva giusto, si sentivano i camion passare da lontano, un brusio regolare come di un mare che non c'era.
Pensò a Tabarini. Pensò alla moglie di Tabarini. Pensò al sacchetto di ghiaccio fatto male. Pensò ai tre secondi e mezzo.
Pensò che il giorno dopo, all'entrata del turno, avrebbe dovuto fare un passaggio nel reparto presse. Controllare tutte le barriere. Una per una. Fare quello che ventinove anni di mestiere gli imponevano di fare e che quella mattina, per la prima volta, aveva scelto di non fare fino in fondo.
Pensò anche, con una lucidità che non gli piacque, che il giorno dopo sarebbe passato di nuovo alle dieci e quarantacinque, e che avrebbe visto di nuovo qualcuno, non Tabarini — Tabarini non c'era più lì — ma qualcun altro, un Catini, un Valli, un ragazzo nuovo, con il led verde spento e lo sguardo che chiedeva.
E avrebbe annuito di nuovo. O forse no.
Non lo sapeva.
Questo era il peggio. Non il fatto che ci fosse stata quella mattina. Il fatto che non sapesse, adesso, seduto su una sedia di plastica bianca a fumarsi la seconda Marlboro rossa, se il giorno dopo sarebbe stato diverso.
Rina venne fuori a chiamarlo per il telegiornale. Disse che faceva freddo, per essere maggio. Disse di coprirsi le spalle.
Grilli spense la sigaretta sul bordo del portacenere di ceramica che gli aveva regalato sua madre nel 1987 e che non si era mai rotto, anche se era caduto almeno due volte, perché certe cose, pensò, non si rompono mai, neanche se lo meriterebbero.
Rientrò in casa.
«Capo, è Tabarini. La mano.»
Grilli rimise il caffè a metà nel bicchiere di plastica, lo posò sul davanzale della finestra. Camminò verso il reparto senza correre. Correre in officina, diceva sempre, serve a farti cadere una seconda volta addosso le cose che sono cadute una volta. E poi Tabarini era già all'ospedale — lo capì dal silenzio, prima ancora di vedere la pressa ferma, il pavimento asciugato male, l'ambulanza che se ne era andata da dieci minuti.
Due dita. L'indice e il medio della destra. Non si erano riattaccate perché uno dei primi soccorritori, confuso, le aveva infilate in un sacchetto di ghiaccio direttamente, senza il secondo sacchetto isolante. Sciocchezze che si pagano. Quando Grilli arrivò, il caporeparto Valli stava spiegando ai carabinieri come era successo, e il direttore Benassi era già in ufficio con l'ispettore dello SPRESAL al telefono.
Grilli guardò la pressa. Era una Müller-Weiss del 1989, aggiornata tre volte negli anni, con la doppia barriera fotoelettrica installata dopo l'incidente del 2018 — quello di Catini, che però era stato più fortunato, l'aveva scampata con il polso slogato e un mese di terapia. La barriera fotoelettrica era a posto. Grilli la sapeva a posto perché la controllava lui, personalmente, ogni lunedì mattina alle sei e venti, prima ancora che arrivassero gli operai. Era una delle cose che faceva senza che nessuno gliele chiedesse.
Quella mattina, però, Tabarini aveva disattivato la barriera.
Non c'era scritto da nessuna parte. Non sarebbe mai emerso dai verbali, perché la barriera, quando l'ispettore arrivò alle quattordici e quaranta, era di nuovo attiva. Qualcuno l'aveva riattivata subito, per istinto, per paura, per automatismo — forse Valli, forse il ragazzo nuovo, forse Tabarini stesso nel momento in cui aveva urlato. Questo Grilli lo capì da un dettaglio minimo che ai carabinieri sfuggì: sul pavimento, accanto alla pedaliera, c'era una piccola zona asciutta dove sarebbe dovuta esserci dell'umidità. Là qualcuno, dopo l'incidente, aveva poggiato una scarpa asciutta per chinarsi a rimettere a posto l'interruttore.
Grilli non disse niente.
Ai carabinieri dichiarò quello che doveva dichiarare. La pressa era in regola. Le barriere erano attive. Tabarini era un operaio esperto, quindici anni di reparto, mai una scorrettezza. Firmò il verbale. Tornò in ufficio. Compilò il modulo interno dell'evento. Alle diciassette e dieci chiamò la moglie di Tabarini, si fece dare notizie, le disse che la fabbrica avrebbe fatto il possibile, che Tabarini sarebbe stato seguito, che l'assicurazione, che l'INAIL, che il reintegro a mansioni compatibili. Lei piangeva ma ringraziò. Grilli disse anche, perché gli uscì, mi dispiace signora Tabarini. Lei disse grazie capo.
Quando riattaccò, rimase seduto nell'ufficio vuoto. Il direttore era andato via. Il reparto aveva ripreso alle quindici e trenta dopo l'ispezione. La pressa Müller-Weiss funzionava di nuovo, e il pezzo che Tabarini stava lavorando — una staffa per un telaio di lavatrici industriali — era stato completato da Catini, quello del 2018, che non aveva fatto obiezioni.
Grilli sapeva perché Tabarini aveva disattivato la barriera. Lo sapeva perché lo sapevano tutti in reparto, tranne gli ingegneri che scrivevano i manuali e i dirigenti che firmavano i protocolli. La barriera fotoelettrica, su quella staffa, rallentava il ciclo di tre secondi e mezzo a pezzo. Moltiplicato per il numero di pezzi richiesti in una giornata — quel mese avevano una commessa tedesca con penali pesanti — significava non farcela. Significava restare indietro. Significava che il caporeparto Valli avrebbe guardato male. Significava che, alla fine del mese, la produttività individuale sarebbe apparsa sotto media nel cruscotto aziendale, e Tabarini aveva tre figli, e un mutuo, e una moglie che lavorava part-time al Conad di Chiaravalle.
Grilli queste cose le sapeva perché era uno di loro. Era nato in una casa vicino a Cingoli, aveva cominciato in officina a diciassette anni come manovale, aveva fatto tutta la scala. Era diventato capofficina a quarantatré. Sapeva come si sta in piedi davanti a una pressa per otto ore, e sapeva che cosa passa per la testa quando sai che mancano ancora due ore e tre centimetri alla fine del turno e la commessa non aspetta. Sapeva anche che gli ingegneri del reparto tempi e metodi, quelli che calcolavano le cadenze, non erano cattivi. Erano solo lontani.
Lui, Grilli, non era lontano. E proprio per questo, alle dieci e quarantacinque di quella mattina, passando davanti alla pressa Müller-Weiss, aveva notato qualcosa che nessuno poteva notare se non uno che passava lì ogni giorno da ventinove anni. Aveva notato che il led verde della barriera fotoelettrica non era acceso. Era spento. Tabarini lavorava con la barriera disattivata.
Grilli aveva rallentato un istante. Aveva incrociato lo sguardo di Tabarini. Tabarini lo aveva guardato, un mezzo secondo, quello sguardo che in officina vuol dire lo so che lo vedi, fai finta di non vedere, sto facendo il mio lavoro. Grilli aveva annuito, appena. Un cenno che non era un permesso. Era un'altra cosa. Era il riconoscimento che si dà a un uomo quando capisci che sta facendo una cosa che anche tu, al suo posto, avresti fatto.
Poi era andato a pranzo.
Quando alle diciotto Grilli uscì dal cancello della fabbrica, trovò il figlio ad aspettarlo. Emiliano aveva ventisei anni, insegnava in un istituto tecnico a Jesi. Era passato a prenderlo perché la Panda del padre era dal meccanico.
«Come è andata, papà?»
«Un incidente.»
«Grave?»
«Due dita.»
Emiliano guidò in silenzio fino al semaforo di via Marconi.
«La barriera» disse Emiliano, senza voltarsi. «Era a posto?»
Grilli guardò fuori dal finestrino. Stavano passando davanti alla rotatoria nuova, quella con l'aiuola dei gerani che ogni anno il Comune rifaceva a giugno. I gerani erano fioriti bene, quell'anno.
«Era a posto.»
Emiliano non disse altro. Sapeva quando suo padre non voleva parlare. Era una cosa che aveva imparato da bambino, senza che nessuno glielo spiegasse.
A cena Grilli mangiò poco. La moglie, Rina, non fece domande dirette — gliele avrebbe fatte domani, o dopodomani, quando avrebbe capito che poteva. Dopo cena Grilli uscì sul balcone a fumare. Il balcone dava su un campo di granoturco che confinava con la strada provinciale, e in certe sere d'estate, quando il vento veniva giusto, si sentivano i camion passare da lontano, un brusio regolare come di un mare che non c'era.
Pensò a Tabarini. Pensò alla moglie di Tabarini. Pensò al sacchetto di ghiaccio fatto male. Pensò ai tre secondi e mezzo.
Pensò che il giorno dopo, all'entrata del turno, avrebbe dovuto fare un passaggio nel reparto presse. Controllare tutte le barriere. Una per una. Fare quello che ventinove anni di mestiere gli imponevano di fare e che quella mattina, per la prima volta, aveva scelto di non fare fino in fondo.
Pensò anche, con una lucidità che non gli piacque, che il giorno dopo sarebbe passato di nuovo alle dieci e quarantacinque, e che avrebbe visto di nuovo qualcuno, non Tabarini — Tabarini non c'era più lì — ma qualcun altro, un Catini, un Valli, un ragazzo nuovo, con il led verde spento e lo sguardo che chiedeva.
E avrebbe annuito di nuovo. O forse no.
Non lo sapeva.
Questo era il peggio. Non il fatto che ci fosse stata quella mattina. Il fatto che non sapesse, adesso, seduto su una sedia di plastica bianca a fumarsi la seconda Marlboro rossa, se il giorno dopo sarebbe stato diverso.
Rina venne fuori a chiamarlo per il telegiornale. Disse che faceva freddo, per essere maggio. Disse di coprirsi le spalle.
Grilli spense la sigaretta sul bordo del portacenere di ceramica che gli aveva regalato sua madre nel 1987 e che non si era mai rotto, anche se era caduto almeno due volte, perché certe cose, pensò, non si rompono mai, neanche se lo meriterebbero.
Rientrò in casa.
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