CLASSICI
Massimo Grisafi
Requiem di Antonio Tabucchi

Ebbene sì, con la traduzione di Sergio Vecchio. Pare strano che un libro di Tabucchi sia stato tradotto, il fatto è che l’autore lo scrisse in lingua portoghese. Fin qui niente di inconcepibile per un intellettuale che ha passato più tempo in Portogallo che in Italia, che ha studiato più Pessoa che Manzoni, e che alla fine è morto e sepolto a Lisbona e non in Italia. Quello che è strano, invece, è che, quando Sergio Vecchio fu chiamato a tradurlo, giustamente abbia chiesto all’autore come mai non lo traducesse egli stesso visto che chi, meglio di lui, avendolo scritto, poteva interpretarlo correttamente?
Sembra però che Tabucchi si sia categoricamente rifiutato. Perché? Perché il libro lui se l’era sognato in portoghese e in quella lingua lo aveva scritto. E non sarebbe stato capace di scriverlo diversamente.
Tant’è, il traduttore comunque ha fatto un ottimo lavoro: nel libro c’è tutto lo stile e la forza linguistica tipica di alcuni testi di Tabucchi: quei dialoghi non costretti dentro inutili segni, quella sua atmosfera onirica, quel vagare continuamente tra sogno e realtà. E poi c’è quella rincorsa di un tempo senza tempo. Ha talmente rispettato la lingua italiana di Tabucchi che un lettore poco attento come me non si accorgerebbe di niente.
Il libro non ha una vera e propria trama, o meglio: in Requiem la trama non conta. Almeno non più di tanto. Quello che conta sono i personaggi che il protagonista, un Tabucchi che viene definito giovane (il libro è del ’91, lui all’epoca aveva quasi cinquant’anni: che lo abbia scritto prima?) incontra nell’arco di dodici ore di una sola giornata. Dalle 12 di mezzogiorno alle 12 di mezzanotte. All’inizio, il libro fa un elenco puntuale di tutti questi personaggi che l’autore incontrerà e con cui avrà degli scambi vivaci; alcuni gli faranno ricordare parte della sua vita, altri, perfetti sconosciuti, sono comunque figure che appartengono a una umanità così semplice e sincera che ti fanno venire voglia di conoscerle a tua volta.
Il clima è torrido: siamo in pieno luglio, una domenica di quelle dove tutti scappano al mare. L’autore si sposta per i luoghi noti di Lisbona, in attesa dell’incontro finale, quello con il Convitato. Quello per cui si è sottoposto a grandi sudate e mangiate indigeste, l’ospite che doveva incontrare sin da mezzogiorno (ma ha poi scoperto di aver confuso le ore 12 di giorno con le 12 della notte).
Conosciamo l’infinita passione che Tabucchi aveva per Pessoa, non si fa fatica perciò a intuire che l’ultimo incontro, quello notturno, avvenga tra l’autore e il grande poeta. Sono pagine memorabili, velate da una malinconia sottile e avvolte dalla musica di una fisarmonica suonata in sordina. Alla fine il Convitato chiede a Tabucchi di congedare il suonatore; lui lo fa e quando si gira, Pessoa è sparito.
Tabucchi fu seppellito proprio nel cimitero di “dos Prazeres”, lo stesso che visita nel libro alla ricerca di una tomba particolare. Un cimitero in cima a una collina di Lisbona, un posto ideale per riposare in eterno.
Ci sono delle analogie con un altro suo romanzo, uscito postumo: Per Isabel – un Mandala. Anche lì l’autore vaga alla ricerca di questa donna incontrando tanti possibili contatti di lei; ma lì il meccanismo della trama è circolare (da qui il sottotitolo) mentre in Requiem ci si muove sull’onda dei ricordi, degli imprevisti e delle opportunità che, una città come Lisbona, sparge sul cammino di chi sa riconoscerle.
L'edizione da noi considerata è:
Antonio Tabucchi
Requiem
Universale economica Feltrinelli
Sembra però che Tabucchi si sia categoricamente rifiutato. Perché? Perché il libro lui se l’era sognato in portoghese e in quella lingua lo aveva scritto. E non sarebbe stato capace di scriverlo diversamente.
Tant’è, il traduttore comunque ha fatto un ottimo lavoro: nel libro c’è tutto lo stile e la forza linguistica tipica di alcuni testi di Tabucchi: quei dialoghi non costretti dentro inutili segni, quella sua atmosfera onirica, quel vagare continuamente tra sogno e realtà. E poi c’è quella rincorsa di un tempo senza tempo. Ha talmente rispettato la lingua italiana di Tabucchi che un lettore poco attento come me non si accorgerebbe di niente.
Il libro non ha una vera e propria trama, o meglio: in Requiem la trama non conta. Almeno non più di tanto. Quello che conta sono i personaggi che il protagonista, un Tabucchi che viene definito giovane (il libro è del ’91, lui all’epoca aveva quasi cinquant’anni: che lo abbia scritto prima?) incontra nell’arco di dodici ore di una sola giornata. Dalle 12 di mezzogiorno alle 12 di mezzanotte. All’inizio, il libro fa un elenco puntuale di tutti questi personaggi che l’autore incontrerà e con cui avrà degli scambi vivaci; alcuni gli faranno ricordare parte della sua vita, altri, perfetti sconosciuti, sono comunque figure che appartengono a una umanità così semplice e sincera che ti fanno venire voglia di conoscerle a tua volta.
Il clima è torrido: siamo in pieno luglio, una domenica di quelle dove tutti scappano al mare. L’autore si sposta per i luoghi noti di Lisbona, in attesa dell’incontro finale, quello con il Convitato. Quello per cui si è sottoposto a grandi sudate e mangiate indigeste, l’ospite che doveva incontrare sin da mezzogiorno (ma ha poi scoperto di aver confuso le ore 12 di giorno con le 12 della notte).
Conosciamo l’infinita passione che Tabucchi aveva per Pessoa, non si fa fatica perciò a intuire che l’ultimo incontro, quello notturno, avvenga tra l’autore e il grande poeta. Sono pagine memorabili, velate da una malinconia sottile e avvolte dalla musica di una fisarmonica suonata in sordina. Alla fine il Convitato chiede a Tabucchi di congedare il suonatore; lui lo fa e quando si gira, Pessoa è sparito.
Tabucchi fu seppellito proprio nel cimitero di “dos Prazeres”, lo stesso che visita nel libro alla ricerca di una tomba particolare. Un cimitero in cima a una collina di Lisbona, un posto ideale per riposare in eterno.
Ci sono delle analogie con un altro suo romanzo, uscito postumo: Per Isabel – un Mandala. Anche lì l’autore vaga alla ricerca di questa donna incontrando tanti possibili contatti di lei; ma lì il meccanismo della trama è circolare (da qui il sottotitolo) mentre in Requiem ci si muove sull’onda dei ricordi, degli imprevisti e delle opportunità che, una città come Lisbona, sparge sul cammino di chi sa riconoscerle.
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