Tasti di scelta rapida del sito: Menu principale | Corpo della pagina

Il Paradiso degli Orchi
Home » Attualità » Giacomo Meyerbeer 1791 - 1864

Pagina dei contenuti


ATTUALITA'

Stefano Torossi

Giacomo Meyerbeer 1791 - 1864

immagine
Fin dall’inizio la barca di Jakob Beer salpa in un mare di quattrini. Papà Judah Beer è un ricchissimo industriale ebreo tedesco proprietario di grandi raffinerie di zucchero. Mamma Amalie Meyer viene da una altrettanto facoltosa famiglia di banchieri e rabbiniFin . Ma il meglio arriva quando il nonno materno, Liebmann Meyer, l’uomo più ricco di Berlino, rimasto senza figli maschi, prima di morire nomina erede della sua immensa fortuna il nipotino diciottenne a condizione che unisca al proprio cognome al suo.
Ecco come, con un colpo di bacchetta magica, Jacob Beer diventa Giacomo Meyerbeer (la italianizzazione del nome è di qualche anno dopo, conseguenza di un suo viaggio in Italia), bravo, dotato, intelligente, colto e ricchissimo. Come se non bastasse ha anche due fratelli alla sua altezza: Wilhelm, banchiere e grande astronomo e Michael, ottimo poeta.
Non rinnegherà mai la sua appartenenza religiosa malgrado l’antisemitismo si faccia strada dappertutto in quegli anni. Anzi, continua a celebrare le feste di famiglia secondo il calendario lunare ebraico e alla morte del nonno promette solennemente alla madre, alla quale è molto legato, di vivere nel rispetto della legge di Mosè.
Studia con i migliori insegnanti (facile con tutti quei soldi a portata di mano) e diventa subito un prodigioso pianista rivelandosi in pubblico a dieci anni con l’esecuzione di un concerto di Mozart.
Sempre grazie a questa disponibilità economica fa rappresentare, pagando di tasca propria, le sue prime composizioni, opere e oratori, che però non hanno il successo che vorrebbe, il che dimostra che uno può anche comprare un teatro, ma non il pubblico. Ma lui, studiosissimo, pazientissimo, laboriosissimo insiste e, come vedremo, a forza di insistere, la spunterà.

Su consiglio di Salieri parte per l’Italia, dove, a Venezia, vede il “Tancredi” e istantaneamente si innamora (e gli rimarrà per sempre fedele) del suo autore, Rossini, che conoscerà poi personalmente, diventandone, oltre che innamorato, anche amicissimo.
A questo punto le cose cominciano ad andare bene per Giacomo, che, sotto l’effetto di questa scorribanda meridionale, compone sei opere nello stile italiano. Tutte hanno un certo successo, non ancora quello assoluto del periodo seguente, ma comunque promettente. Forse per merito della musica; certo anche grazie all’abbinamento con ottimi librettisti (Metastasio, Felice Romani, Gaetano Rossi), alle eccellenti compagnie di cantanti che scrittura, fra cui l’ultimo famoso castrato in circolazione, Giovan Battista Velluti, e ai debutti in teatri importanti (La Scala, il San Benedetto di Venezia…). Il biografo ci fa notare che in tutti i quasi dieci anni che passa in Italia, dal 1815 al ’24, Meyerbeer non trova mai il tempo o la voglia di affittarsi un’abitazione. Preferisce sistemazioni provvisorie: alberghi, locande, case di amici.
A Parigi se ne sta sei anni rintanato a studiare la musica e la cultura francese (tranne pochi giorni a Berlino per sposarsi con la cugina Minna e un altro breve periodo per il funerale del padre); poi, dopo questa lunga gestazione comincia a sfornare i suoi veri successi, che sono le quattro opere nello stile francese: “Roberto il Diavolo”, “Gli Ugonotti”, “Il Profeta” e “L’Africana”.
La Grand-Opera alla francese è uno spettacolo sontuoso che racconta vicende storiche, agitate da conflitti civili e religiosi, in azione sullo sfondo di romantiche storie d’amore. Minimo quattro atti, con movimentati balletti in scena non prima del terzo, per dare la possibilità agli ammiratori delle belle etoile di arrivare a teatro con comodo, dopo cena.

Il merito di questi successi è anche del nuovo librettista che ha incontrato: Eugene Scribe, che gli va a pennello. E il trionfo di “Roberto il Diavolo” è davvero enorme, con pioggia di premi e soprattutto di onorificenze, compresa la Legion d’Onore, di cui Giacomo è ghiottissimo.
A questo proposito c’è da citare una piccola perfidia di Verdi: “Curava grandissimamente le lodi prendendo precauzioni infinite per averle. S’abbonava a innumerevoli giornali e se qualcuno stava per fallire, egli o l’aiutava del suo o v’entrava nell’amministrazione come azionista, così n’aveva poi le lodi.” E un’altra, un po’ meno delicata, da parte di Wagner: “Meyerbeer doveva i suoi successi alla corruttibilità dei direttori d’orchestra parigini…era un astuto imbroglione, traviante e traviato”. Troppo denaro a disposizione o invidia dei colleghi?
L’ultima, “L’Africana” non ce la fa a completarla perché se ne va mentre sta ancora sistemando la partitura. Si racconta che, a letto malato, riceva la visita proprio di Verdi, al quale confessa la sua debolezza mortale ma anche la sua determinazione a finire il lavoro.
Invece non gli riesce e questo incarico toccherà al musicologo Fetis. Malgrado non ci sia tutta la sua mano, il trionfo de “l’Africana”, il 28 aprile 1865, continua e in fondo conferma quello della sua vita.

E per concludere, un po’ di conti.
“Roberto il Diavolo” dopo il debutto trionfale va in scena in OTTANTA teatri in Europa. “Gli Ugonotti” dal 1836 in poi sono replicati all’Opera di Parigi MILLE volte. Il “Profeta” solo (solo!) CINQUECENTOSETTANTATRE’ repliche; e “L’Africana” TRECENTO serate a Parigi, DUECENTOCINQUANTA a Vienna e innumerevoli in Europa e nel mondo.








CERCA

NEWS

  • 8.03.2026
    Mattioli 1885
    Thomas Wolfe- "Angelo, guarda il passato".
  • 8.03.2026
    Adelphi
    Giorgio Manganelli - "Laboriose inezie".
  • 8.03.2026
    Ponte alle Grazie
    Francesco Pecoraro - "La fine del mondo".

RECENSIONI

ATTUALITA'

CINEMA E MUSICA

RACCONTI

SEGUICI SU

facebookyoutube