RECENSIONI
Leonardo Sciascia
Il contesto
Gli Adelphi, Pag. 128 Euro 11.00
Leggere un libro di Sciascia è come addentrarsi in un labirinto e non trovarne l’uscita. Letteralmente.
E il bello è che nemmeno i protagonisti delle sue storie riescono a uscirne. Succede nel “Giorno della civetta”, succede in “A ciascuno il suo”, in “Todo modo”. E succede anche nel “Contesto”. In ognuno di questi romanzi, gli uomini che Sciascia descrive, sono eroi votati alla tragedia, personaggi lucidi che si addentrano nei meandri di meccanismi più grandi di loro e ne escono sconfitti. Non somigliano agli eroi delle tragedie shakespeariane o di quelle greche: no, sono eroi tipici di un’Italia degli anni del dopo boom, di un paese in cui il potere inizia a mischiarsi sempre di più con altri mondi misteriosi. O, come dice lo stesso Sciascia, “un potere che degrada nella impenetrabile forma che approssimativamente possiamo dire mafiosa”.
Siamo alla fine dei mitici anni 60, quando si iniziava a scoprire la musica pop e rock, l’amore libero e il maggio francese; e intanto i potenti tessevano altre trame e scrivevano altra musica.
La storia raccontata nel libro è semplice e complessa allo stesso tempo: in una regione che non viene mai nominata (Sicilia?) qualcuno, o più di uno, sta uccidendo dei giudici penali che probabilmente si sono macchiati di gravi errori giudiziari. La striscia di “cadaveri eccellenti” (questo è il titolo che Francesco Rosi diede al film tratto dal romanzo) si allunga fino ad arrivare al presidente della corte suprema, senza che nessuno riesca a fermarla. Incaricato delle indagini è l’ispettore Rogas (l’eroe tragico che Sciascia sacrifica in questa sua opera), uomo di fine cultura e acuto spirito di osservazione. Le piste che segue all’inizio sono ovviamente quelle degli innocenti condannati ingiustamente, ma ben presto scoprirà che questa ondata di omicidi potrebbe essere sfruttata, se non addirittura guidata, per costruire una narrativa utile al potere. Tutti gli uomini politici che incontrerà sul suo cammino, quelli al governo e persino quelli dell’opposizione, che in teoria dovrebbero denunciare gli errori del potere, sembrano avere lo stesso identico intento: far sì che nulla possa creare il caos politico. Questa è la logica del sistema, questo è quello che il potere vuole: non indagare là dove si possono compromettere gli equilibri supremi.
Rogas, per sua natura, è alla ricerca della verità, così come alcuni suoi amici fedeli, ma nulla possono contro il muro che gli viene alzato davanti. E la verità sarà costruita ad arte per permettere che niente cambi nel sistema.
La storia quindi finisce male, ma questo lo si sa già dalle prime pagine, perché conosciamo Sciascia e sappiamo che non indulge mai a facili compromessi per ottenere un lieto fine o quantomeno trasmetterci un minimo di speranza. È questa la sua visione dell’Italia di allora. Probabilmente sarebbe anche la sua visione dell’Italia di adesso, se fosse ancora vivo.
“Ho tenuto per più di due anni questa parodia nel cassetto. Perché? Non so bene, ma questa può essere una spiegazione: che ho cominciato a scriverla con divertimento e l’ho finita che non mi divertivo più” (dalla nota finale dell’autore al libro).
Gustoso
di Massimo Grisafi
E il bello è che nemmeno i protagonisti delle sue storie riescono a uscirne. Succede nel “Giorno della civetta”, succede in “A ciascuno il suo”, in “Todo modo”. E succede anche nel “Contesto”. In ognuno di questi romanzi, gli uomini che Sciascia descrive, sono eroi votati alla tragedia, personaggi lucidi che si addentrano nei meandri di meccanismi più grandi di loro e ne escono sconfitti. Non somigliano agli eroi delle tragedie shakespeariane o di quelle greche: no, sono eroi tipici di un’Italia degli anni del dopo boom, di un paese in cui il potere inizia a mischiarsi sempre di più con altri mondi misteriosi. O, come dice lo stesso Sciascia, “un potere che degrada nella impenetrabile forma che approssimativamente possiamo dire mafiosa”.
Siamo alla fine dei mitici anni 60, quando si iniziava a scoprire la musica pop e rock, l’amore libero e il maggio francese; e intanto i potenti tessevano altre trame e scrivevano altra musica.
La storia raccontata nel libro è semplice e complessa allo stesso tempo: in una regione che non viene mai nominata (Sicilia?) qualcuno, o più di uno, sta uccidendo dei giudici penali che probabilmente si sono macchiati di gravi errori giudiziari. La striscia di “cadaveri eccellenti” (questo è il titolo che Francesco Rosi diede al film tratto dal romanzo) si allunga fino ad arrivare al presidente della corte suprema, senza che nessuno riesca a fermarla. Incaricato delle indagini è l’ispettore Rogas (l’eroe tragico che Sciascia sacrifica in questa sua opera), uomo di fine cultura e acuto spirito di osservazione. Le piste che segue all’inizio sono ovviamente quelle degli innocenti condannati ingiustamente, ma ben presto scoprirà che questa ondata di omicidi potrebbe essere sfruttata, se non addirittura guidata, per costruire una narrativa utile al potere. Tutti gli uomini politici che incontrerà sul suo cammino, quelli al governo e persino quelli dell’opposizione, che in teoria dovrebbero denunciare gli errori del potere, sembrano avere lo stesso identico intento: far sì che nulla possa creare il caos politico. Questa è la logica del sistema, questo è quello che il potere vuole: non indagare là dove si possono compromettere gli equilibri supremi.
Rogas, per sua natura, è alla ricerca della verità, così come alcuni suoi amici fedeli, ma nulla possono contro il muro che gli viene alzato davanti. E la verità sarà costruita ad arte per permettere che niente cambi nel sistema.
La storia quindi finisce male, ma questo lo si sa già dalle prime pagine, perché conosciamo Sciascia e sappiamo che non indulge mai a facili compromessi per ottenere un lieto fine o quantomeno trasmetterci un minimo di speranza. È questa la sua visione dell’Italia di allora. Probabilmente sarebbe anche la sua visione dell’Italia di adesso, se fosse ancora vivo.
“Ho tenuto per più di due anni questa parodia nel cassetto. Perché? Non so bene, ma questa può essere una spiegazione: che ho cominciato a scriverla con divertimento e l’ho finita che non mi divertivo più” (dalla nota finale dell’autore al libro).
Gustoso
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