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Il Paradiso degli Orchi
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ATTUALITA'

Stefano Torossi

Alphonse Adam 1803 - 1856

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Un melodista istintivo: ecco cosa è fin dall’inizio Adolphe Adam.
Non c’è niente da fare: non gli piace studiare.  “Amavo la musica ma non volevo studiarla, e odiavo fare le scale. Stavo tranquillo ad ascoltare papà suonare il piano, poi, appena lui usciva dalla stanza, mi mettevo a strimpellare e, senza sapere come, trovavo le melodie”. E non riuscirà mai a leggere bene a prima vista le note.
Papà Adam, professore di pianoforte al Conservatorio di Parigi e autore di manuali di tecnica pianistica molto diffusi all’epoca, non vuole che faccia il suo stesso mestiere e lo iscrive al liceo classico, ma lui, già pizzicato dalla tarantola, comincia subito a rubare trucchi e furberie agli amici musicisti.
Dopo anni di resistenza passiva il padre si fa convincere e gli prende un maestro titolato, a condizione che per lui la musica non diventi mai una professione.
Anche questo insegnante, come quelli di greco e di latino, si lamenta della poca voglia dell’allievo. Adolphe intanto ha imparato a suonicchiare a orecchio e se ne va in giro a improvvisare sugli organi delle chiese del quartiere. Un suo amico, percussionista nell’orchestra del Theatre du Gymnase, gli procura un posto di suonatore di triangolo, senza paga. “Il mio ingresso al Gymnase fu la mia fortuna: feci amicizia con attori e autori e quando il mio amico morì fui assunto come timpanista a 600 franchi l’anno. Avevo svoltato”.
Nel 1817 riesce a entrare al Conservatorio, si mette a scrivere arie e duetti, imprecisi nella teoria ma pieni di azzeccate melodie. Questi lavoretti finiscono sotto gli occhi del professor Francois-Adrien Boieldieu e a questo punto scocca il colpo di fulmine. Allievo e docente, entrambi con il dono della melodia facile, si intendono alla perfezione. Boieldieu lo prende nel suo corso di composizione e Adam, emerso finalmente dalla confusione mentale, parte per la sua carriera di inventore di temi, uno più orecchiabile dell’altro, pronti per il suo pubblico, che lo sta aspettando.

Proprio la sua facilità di improvvisazione al piano gli permette di diventare accompagnatore tuttofare e in questo ruolo di farsi amico di compositori e librettisti. Comincia a sfornare piccoli successi anticipatori dei trionfi futuri. Poi è l’alluvione: un torrente di canzoni, marce, musica per vaudeville, insieme a fantasie e variazioni sui temi più popolari delle opere di successo sui palcoscenici di Parigi: “La muta di Portici”, “Il Conte d’Ory”, “Il Mosè”…
Nel ’27, spiacevole intermezzo. Si fa intrappolare, secondo le malelingue, in un infelicissimo matrimonio con una corista del vaudeville, tale Sara Lescot, che, sempre a dar retta alle stesse malelingue, gli rende la vita impossibile. Si separano nel ’35, dopo aver generato un figlio che si suiciderà nel 1851. Una brutta storia.

I critici cominciano a dargli addosso per la sua tumultuosa produzione di questo periodo: “Adam fa presto ma si dimentica di fare bene”. Nel 1834 lui li smentisce con l’opera “Lo chalet”, il suo primo grosso successo: più di mille (!) repliche.
L’altro suo capolavoro, rimasto da allora in repertorio senza scadenza, non come quelli effimeri, di grande incasso ma di breve durata di buona parte della sua produzione, è il balletto “Giselle”, composto, si dice, in appena otto giorni, che debutta nel 1841, entra immediatamente nel repertorio internazionale di tutte le etoile, a cominciare dalla prima, Carlotta Grisi, per proseguire con una sterminata schiera: Galina Ulanova, Margot Fonteyn, Carla Fracci, che ne fa il suo pezzo forte, e tante altre.

Nel 1847 Adam litiga con il nuovo direttore dell’Opera Comique, Alexandre Basset, il quale gli fa sapere che finché è in carica lui, nessuna sua opera vedrà il palcoscenico di quel teatro. A questo punto gli si manifesta quella pericolosa presunzione che ha portato alla rovina tanti artisti convinti di essere anche uomini d’affari. Con un piccolo capitale in contanti e molte cambiali firmate, Adam decide di aprire un teatro che chiama Opera National, in concorrenza con l’altro che lo ha escluso.
Dopo appena quattro mesi, sull’orlo della bancarotta, è costretto a chiudere la baracca e per pagare i debiti gli ci vogliono cinque anni di lavoro frenetico, anche nei nuovi ruoli improvvisati per l’occasione, di critico musicale e di insegnante di composizione al Conservatorio.
Per fortuna, pochi anni dopo, all’Opera Comique c’è un altro cambio di direttore e Adam può tornare a sentirsi al sicuro in quella che è la sua vera cuccia artistica. È in questo periodo di frenesia creativa che partorisce anche l’altro suo immortale successo, la canzone natalizia “Oh Santa Notte”.
Forse è proprio lo stress di tutto questo lavoro e di troppe preoccupazioni che lo ammazza senza nessun preavviso.
La sera del 2 maggio 1856 torna a casa dall’Opera e se ne va a dormire tranquillo. La mattina dopo lo trovano stecchito nel suo letto.




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